«Fede, Riccardo mangia il prosciutto, vero?»
«Sì, mamma. Ti ho già detto che mangia tutto.»
«Anche la bambina?»
«Anche lei, sì.»
Mia madre è in ansia perché Riccardo ed Ester questa sera vengono a cena da noi. Di solito è tranquilla quando abbiamo ospiti, ma dopo che le ho raccontato per sommi capi la loro storia e come li ho conosciuti, le è preso il panico. Non l’ho mai vista così agitata nemmeno per il pranzo di Natale.
Ma anche papà non scherza.
«Riccardo è cresciuto senza il padre, vero?»
«Sì, papi. Ti ho già detto che l’ha incrociato solo qualche volta.»
«Anche la bambina?»
«Anche lei, sì.»
Deformazione professionale, direi. Dopo che gli ho raccontato la loro vicenda, gli si sono accese mille lampadine in testa. In effetti potrebbero tranquillamente essere entrambi suoi pazienti, solo che riceverli nello studio per un colloquio è un conto, accoglierli in casa come ospiti è un altro.
Infine, per non farci mancare nulla, anche Sonia sembra agitata.
«Riccardo non ha la ragazza, vero?»
«Sì, Sonia. Ti ho detto che l’ha lasciata poco tempo fa.»
«Anche la bambina?»
«Ma se ha solo sette anni!»
Quando ci sono di mezzo i ragazzi, Sonia entra in modalità Uomini e Donne. È stata fidanzata con un ragazzo per tre anni fino allo scorso giugno, poi lo ha lasciato. Ora mi pare che si stia sentendo con un suo compagno di università, però nulla di serio per il momento. Quando si parla di ragazzi – noi in famiglia, tra le sue amiche, in oratorio – lei deve sapere tutto, perciò chiede, si informa, indaga, suppone, verifica; pare davvero una investigatrice o meglio, come si dice, un’autentica pettegola.
Anche io sono teso, in realtà. Non tanto per Riccardo ed Ester, ma per la mia famiglia. Temo, infatti, che la pesantezza di mia madre finisca per schiacciare anche loro, che mio padre a un certo punto inizi a psicanalizzarli e che mia sorella metta in imbarazzo Riccardo con le sue domandine da gossip. Io ormai ci sono abituato – e un po’ rassegnato, in realtà – ma loro due potrebbero non reggere. Siamo una bella famiglia, per carità, però siamo tutti molto particolari e non so come Riccardo potrebbe prenderci tutti assieme.
Magari sono io che mi sto facendo troppe menate. Così dice Jacopo, per lo meno. L’ho chiamato poco fa. Gli ho confidato le mie preoccupazioni, mi sono sfogato e lui mi ha semplicemente detto di smettere di farmi tutte queste pippe mentali.
Sarà. Spero almeno di riuscire a contenere i danni.
Che Dio me la mandi buona, insomma.
«Ah, mi raccomando» grido da camera mia mentre sto finendo di cambiarmi, «una cosa importante. Non vestiamoci troppo eleganti, perché rischieremmo di metterli in imbarazzo.»
Nessuna risposta.
Mi infilo la felpa – che comunque è di marca, ma almeno è casual – e raggiungo gli altri in sala.
Come non detto.
Mamma indossa un completo rosa salmone, papà è in giacca e cravatta, mentre Sonia ha scelto il vestito lungo per le grandi occasioni. Per non parlare del trucco e parrucco: mamma ha fatto la messa in piega e sfoggia i gioielli più belli della sua collezione, Sonia pare che debba andare ad una serata di gala e papà... be’, grazie al cielo papà si è limitato a radersi la barba senza particolari aggiunte.
Mi guardano tutti come se li avessi scoperti con le mani nella marmellata.
Mamma si rifugia in cucina, papà abbassa lo sguardo e mia sorella finge di scrivere un messaggio con il telefono.
Effettivamente si rendono conto aver esagerato.
«Ma io cosa parlo a fare, scusate?» non mi trattengo. «E anche la tavola... Mica deve venire a cena il Presidente del Consiglio!»
Mamma ha tirato fuori la tovaglia delle feste, quella ricamata a mano da nonna, poi il servizio di piatti in porcellana, i bicchieri di cristallo e le posate d’argento. Sulla tavola sono già accese due grosse candele rosse e su ogni piatto ha preparato un segnaposto personalizzato con il nome. Infine, come ciliegina sulla torta, un centrotavola floreale
Papà ha acceso il camino perché – come dice lui – fa atmosfera. Sonia ha fatto partire una playlist jazz da Spotify perché – come dice lei – bisogna creare il mood giusto. E io non oso immaginare quali altre sorprese mi aspettano, perché – come dico sempre – la mia famiglia è imprevedibile. E ne ho le prove esattamente davanti a me in questo momento.
«Su, Federico, quanti problemi che ti fai» mi risponde papà. «Riccardo non sarà un vip, ma è nostro ospite, quindi si merita tutte le attenzioni possibili.»
«Anzi» aggiunge mia madre dalla cucina, «a maggior ragione se le merita, perché non ha accanto a sé una famiglia che possa preparargli una cena come si deve. È sempre lui a doversi occupare di tutto: del cibo, delle bollette, delle pulizie, di sua sorella, di sua mamma. Oddio, più ci penso e più mi si stringe il cuore.»
«Dai, Fede» conclude Sonia, un po’ saccente come al solito, «capisco che ci tieni perché è tuo amico, però non essere così preoccupato della forma. Di solito sono io quella che rompe per queste cose. Quello che conta è la sostanza, ossia che Riccardo ed Ester si sentano a casa. E questo dipende da noi, non dai vestiti che indossiamo o dai piatti nei quali mangiamo. Quindi smettila di farti tutte queste paranoie e rilassati, perché questa tua agitazione di certo non li aiuta a sentirsi a proprio agio.»
Rifletto un secondo sulle loro parole.
Faccio un respiro profondo.
«E va bene. Stavolta avete ragione voi» mi scoccia ammetterlo. «Però io rimango vestito così.»
Sono molto agitato, effettivamente. Un po’ perché temo di fare brutta figura con i miei davanti a Riccardo, ma soprattutto perché un invito a cena di questo tipo per me significa molto. Stasera Riccardo ed Ester entreranno in casa mia, conosceranno la mia famiglia, saranno a tutti gli effetti parte della mia vita. Se poi ripenso a come ho conosciuto Riccardo la prima volta, sento ancor più forte la trepidazione, perché quella sera al McDonald’s potevo immaginarmi di tutto, tranne che sarebbe finita così. Invece ho imparato che i piani della Provvidenza sono imprevedibili. E ho deciso di assecondarli.
Ho preso la decisione di invitarlo due domeniche fa, dopo quella partita di calcio in oratorio iniziata in sei e finita con mille mila bambini. Non avevo mai visto Riccardo così felice. Ha rivelato di essere la persona che non sembra. Ha mostrato a tutti – e forse innanzitutto a se stesso – che al di sotto dei vestiti neri, della droga, delle bocciature, dell’aria da maledetto e del personaggio che si è costruito c’è un ragazzo d’oro. La vita lo ha spogliato di quasi tutto quello che aveva, ma questo non lo ha reso peggiore: l’ha semplicemente reso più autentico. Io lo avevo solo intuito, ma quel bambino che lo ha abbracciato lo ha riconosciuto chiaramente – perché si sa, i bambini, nella loro semplicità disarmante, hanno un intuito particolare per le cose vere. E di fronte a quella scena ho potuto aprire gli occhi anche io e accorgermi che la luce che proviene dal suo cuore vale più delle ombre che tentano di oscurarla.
Per questo ho deciso di invitarlo a cena a casa mia. Chissenefrega se aveva lo zaino pieno di droga: aveva gli occhi pieni di felicità e di gratitudine. E ho voluto scommettere che questo valesse più di tutto il resto.
Suona il citofono.
Sono arrivati.
Panico.
Mamma si sbraccia tra i fornelli per finire di cucinare. Papà corre a prendere il vino in balcone. Sonia si precipita a portare in tavola l’aperitivo.
Io rispondo al citofono.
«Chi è?» chiedo.
«Siamo arrivati!» grida Ester.
«Ultima scala davanti a voi, in fondo. Poi quarto piano, l’ultimo.»
Nell’attesa, prendo il telefono e scrivo un messaggio a don Andrea.
«Stasera Riccardo cena a casa mia con la mia famiglia. Se puoi, di’ una preghiera.»
Poco dopo suona il campanello. Tutti si radunano davanti alla porta, mamma e Sonia sistemano l’acconciatura, papà si aggiusta la cravatta e io tiro un rutto. Così, giusto per sdrammatizzare. Infatti mi arriva immediatamente uno scappellotto da mia sorella e scoppiamo tutti a ridere. Ora sì che siamo pronti.
Apro la porta.
Sono teso, ma felice.
«Ciao, Fede!» Ester mi salta in braccio e mi abbraccia fortissimo.
Tutto questo entusiasmo mi destabilizza, ma almeno scioglie la tensione.
Riccardo, al contrario, sembra molto intimidito.
Lo saluto prima io, poi lo faccio entrare e richiudo la porta.
Bene, ora è in pasto alla mia famiglia.
«Che piacere conoscerti!» inizia mamma. Lo abbraccia, baci sulle guance, poi lo guarda per bene e lo abbraccia di nuovo. «Piacere, io sono Flavia.» È m...