Promesse
eBook - ePub

Promesse

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Promesse

Informazioni su questo libro

L'affresco denso di chiaroscuri di un uomo e della grande storia d'amore che avrebbe potutovivere se avesse deciso, al momento giusto, di essere se stesso. Come un'amante infedele, la vita non ha mai smesso di promettere a Sandro un'ingannevole felicità. Nato alla fine degli anni Quaranta da una donna francese e un italiano ricchissimo, è l'ultimo erede di una prestigiosa famiglia della borghesia laziale, e fin da quand'era piccolo il padre e il nonno avevano in mente per lui un futuro preciso, incardinato su precise ambizioni sociali. Ma mentre lui cresceva davanti al mare dell'Argentario, tra pini marittimi e avventure sconfinate all'orizzonte, la sua vita, sotto il peso dei sogni altrui, si è ribellata, e oggi, oramai adulto, Sandro non può che assaporarne la noia tiepida e amara. Un torpore, questo, che subisce una scossa improvvisa e violenta con la morte di Laure, la donna per la quale ha provato per anni un amore intensissimo, corrisposto e mai realizzato, che gli farà nascere dentro il desiderio di ripercorrere tutta la sua esistenza: l'educazione sentimentale ricevuta a Porto Ercole, nella villa del nonno, patriarca austero e donnaiolo; l'adolescenza trascorsa a Parigi, tra notti selvagge e amicizie profonde; l'inciampo di un matrimonio sbagliato; il primo incontro con Laure e la grande occasione mancata. Con melanconia e dolcezza, a sfilare davanti ai suoi occhi sarà la storia di qualcuno che ha solo lambito la vita, senza afferrarla.
Sthers srotola il filo dei ricordi di un animo inquieto, carico di nostalgia e rimpianti, e dipinge l'affresco denso di chiaroscuri di un uomo e della grande storia d'amore che avrebbe potuto vivere se avesse deciso, al momento giusto, di essere se stesso.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
eBook ISBN
9788831805582
Print ISBN
9788817159548

Promesse

Some dance to remember, some dance to forget
Eagles, Hotel California
Verrò a sapere della morte di Laure per caso, in un bar dove comprerò delle sigarette pur avendo smesso di fumare da tempo. Voglia improvvisa di incrostarmi i polmoni. Incontrerò una sua amica.
«Non lo sapevi? Se n’è andata in fretta, tre mesi e via. Col pancreas non c’è niente da fare.»
Indirizzo scarabocchiato sul pacchetto; funerali quello stesso pomeriggio. Passerò da Louis, gli dirò: «Laure è morta». Stapperà una bottiglia di vino e aspetteremo insieme il momento di andare. Non si offrirà di accompagnarmi. Agli appuntamenti d’amore si va da soli.
Saranno le tredici e trenta. Metterò il cappotto. A luglio. Perché pioverà a dirotto e farà freddo.
Quindi prenderò parte alle esequie. Sarò una presenza inattesa. I suoi figli non riconosceranno il mio volto, non mi chiederanno conforto. Piangeranno contro il petto di uomini che non hanno mai abbracciato la loro madre come ho fatto io. Parleranno di lei, ma non la riconoscerò. Cercherò di trovare una sepoltura per l’amore che mi resta, visto che non so più cosa farmene. Si involerà con i canti del prete, nel cuore degli altri.
Mi ci vorrà una vita per capire che era stata la donna della mia vita.
Aspetterò in disparte che si siano allontanati tutti, che la tomba sia stata sigillata, per andarmene a mia volta. Ultimo. Mi concederò una folle risata finale sopra ciò che lei non è più, sperando di contaminare di audacia il suolo e di dirle addio, arrivederci amore mio. Per la prima volta capirò il senso dei rimpianti, che mi schiaffeggeranno contro vento. E tenterò di riprendere il cammino di ritorno. Sapendo che ho sbagliato casa. Tutta la vita.
Passeggerò sul boulevard Montparnasse, fino a ritrovarmi in rue Campagne-Première. La pioggia cesserà. Mi inoltrerò nel XIV arrondissement meno chic. Sotto la vecchia casa di Laure mi vedrò quarantatreenne, mi guarderò negli occhi e mi dirò: «Cosa diavolo stai combinando?».
A quel punto, sarò ancora in tempo?
Laure, credi che la morte sia il Paese delle seconde possibilità?
Per tutto l’anno aspettavo i nostri due mesi bollenti in Toscana, l’estate in famiglia a casa di Nonno, a Porto Ercole, sul Monte Argentario che sovrasta il Mar Tirreno. Era tutto grande, bello, impressionante. E un giorno sarebbe stata casa mia. A Nonno piaceva dirmelo mentre avvolgeva la sua mano calda sul mio piccolo collo. Come suo nonno l’aveva lasciata a suo padre, che l’aveva lasciata a lui, un giorno sarebbe appartenuta a me. Sì, ripeteva, un giorno sarà tutto tuo, Sandro. Con il braccio libero sembrava inglobare l’orizzonte per indicarmi la vastità di ciò che mi aspettava. Fremevo d’orgoglio e lui pure, mentre ripeteva il mio nome, Sandro, Sandro, come per costruirmi con la sua voce, le sue idee, per essere sicuro di sopravvivere attraverso di me, quando di ciò che era stato non sarebbero rimaste che le grandi pietre di quella piccola reggia. Mio padre aveva concesso a mia madre di chiamarmi Alexandre, ma gli uomini in famiglia mi hanno chiamato sempre e soltanto Sandro. Non so quale sia il mio nome, in fondo. Non so quale ho meritato. Né quale sono.
Nella villa accanto c’era una giovinetta della mia età nient’affatto bella: Sandra. Aveva solo il portamento e quella disinvoltura da ragazzina ricca che irritano gli uomini e li fanno innamorare. Ero quindi intimidito e lasciavo che mi torturasse dolcemente, fin dal primo giorno in cui ci ritrovavamo e per tutta la stagione estiva. La invitavamo spesso a giocare e a bere le spremute che la cameriera di Nonno preparava con le arance del suo giardino. A volte Sandra arrivava mentre stavamo salendo sulla barca di mogano di Nonno, che eccezionalmente in quelle occasioni si toglieva la giacca di lino e si rimboccava le maniche della camicia. Poi prendeva la barra del timone e concedeva al povero skipper il permesso di accendergli il cigarillo in silenzio.
«Sandro, ti ho già raccontato che nel Settecento Porto Ercole era un’isola?»
Sì, me l’aveva già raccontato, la settimana passata e l’estate precedente, e quella prima ancora, ma io non rispondevo e lasciavo che mi ripetesse la storia del suo mondo. Mi parlava di come, a poco a poco, i depositi alluvionali avevano formato due lunghe strisce di sabbia, poi mi mostrava il paese di Orbetello, proprio al centro.
«Capisci, Sandro? La laguna ha collegato l’isola all’Italia. Qui non è come nel resto della Toscana. A turno, gli spagnoli e i napoletani hanno dominato l’isola, per questo le case sono tutte differenti. Guardati intorno, le persone, i colori, sono diversi. Lo vedi?»
Io vedevo solo lo scenario selvaggio che ci circondava, gli alberi sui quali avrei voluto arrampicarmi, gli scogli e il mare. Il mondo a picco sotto la barca: l’avventura all’orizzonte. E davanti all’avventura, quasi a sbarrarle la strada, Sandra che pettinava la bambola accanto alla sua tata, una grossa spagnola baffuta. Era destino che Sandra mi nascondesse sistematicamente l’avvenire. Le donne hanno sempre mostrato di provare un delizioso piacere nell’impedirmi qualcosa.
«Adesso andiamo a ovest sull’isola del Giglio! Vieni al timone con me, Sandro!»
Mi dicevo che la mamma era l’isola e io la striscia di sabbia che la collegava alla Toscana. Non si sentiva mai a suo agio nei mesi che trascorrevamo in Italia. In barca aveva il suo posto con papà. Lui la cingeva in vita e lei lo guardava come un eroe. La mamma veniva da una famiglia povera. Per questo Nonno aveva stabilito che era una prostituta. Non capiva perché papà l’avesse sposata. Più volte gli ho sentito dire, in italiano, affinché lei non capisse e io invece non mi perdessi nemmeno una parola, che certe donne sono fatte per divertirsi, mentre per sposarsi si scelgono le donne ricche, quelle che ci somigliano, che sono state allevate per noi. Non si incrociano i purosangue e i cavalli da tiro.
La mamma era alla fine del corso di infermiera quando papà la conobbe in un caffè di Saint-Germain-des-Prés. Lui stava scoprendo Parigi. Suo padre gli aveva concesso di trascorrervi un anno sabbatico per fare strage di gonnelle prima di tornare dalla fidanzata che lo aspettava giudiziosa. Era l’estate del 1943, la gente scopava così, senza starci troppo a pensare; la morte in agguato faceva da afrodisiaco. Quando mio padre scorse quella biondina delicata che leggeva a un tavolino del Café de Flore, il cliché batté ogni sua speranza. Lei arrossì quando papà le chiese di aiutarlo a fare l’ordinazione con il suo accento italiano. Lui pensò che fosse per l’emozione, ma la mamma tremava di paura. All’epoca recapitava messaggi per la Resistenza. Così, dopo aver fatto un cenno con la testa, dimenticò volutamente il libro che avrebbe dovuto consegnare a una signora grassa e con i capelli scuri, e papà non se ne accorse affatto.
Si era innamorato subito di lei e glielo aveva detto. Mia madre era goffa, bislacca, inconsapevole del suo fascino, imbarazzata dai suoi seni pesanti e dai suoi occhi troppo grandi. Papà non riusciva a capacitarsi di quella seduzione selvaggia, di quell’assenza di fronzoli, della bellezza e della grezza intelligenza di quella donna. Lei rimase incinta dopo qualche mese e papà la sposò. Dovette solo confessarle, subito prima, che l’accento del giorno in cui si erano conosciuti era una finta: mio padre parlava correntemente cinque lingue e si apprestava a iniziare una carriera di diplomatico che la guerra rendeva traballante e incerta. Era più che determinato a esercitare quella professione, che si confaceva perfettamente alla sua assenza di senso morale, unita a una foga oratoria e una verve politica senza pari. La diplomazia sembrava fatta apposta per quel giocatore di scacchi. Era ciò che sognava, comunque, prima che suo padre Giuseppe (che io ho chiamato sempre e solo Nonno) lo obbligasse a prendersi cura degli affari di famiglia e papà si sottomettesse alla sua volontà. Nemmeno la mamma ha mai esercitato il suo mestiere di infermiera. Papà non voleva che toccasse la pelle di altre persone e che rischiasse di ammalarsi, ma la verità era che lo considerava un mestiere da straccioni. Nonno odiò fin dal primo momento quella francese che si era fatta ingravidare dal figlio, e il cui ventre si allargava alla stessa velocità con cui cresceva il tumore di sua moglie. Nonna, che fino ad allora non era stata che Mamma, se n’era andata il giorno prima che arrivassi io, come se l’imminenza stessa della mia nascita l’avesse uccisa. Ebbe diritto all’appellativo di Nonna solo a titolo postumo. (Molti anni dopo, nello studio del mio psicanalista, avrei capito che ai miei occhi una donna che diventa nonna sarà sempre una donna morta.) Le lacrime di mio padre avevano il sapore di mille emozioni quando mi prese per la prima volta in braccio, decretando: «Le somiglia». Grazie a questo Nonno cominciò a volermi bene, un po’ controvoglia e, soprattutto, malgrado mia madre. Voleva che fossi uno dei loro. La mamma sarebbe per sempre rimasta una francese squattrinata. Mentre io ero la sua discendenza. Il nipote di Giuseppe Brastini d’Alba, prima che il figlio di mio padre. Papà non era per lui fonte di vere soddisfazioni e io sentii presto sulle spalle il peso dei sogni che Nonno non aveva visto realizzati da suo figlio.
Se a terra era severamente proibito introdursi nelle conversazioni degli adulti, in barca avevo sempre il diritto di esprimermi. Nel timore che potessero interrompermi parlavo velocemente, e Nonno rideva: «C’è fermento nella testa di questo ragazzo! Quanti siete là dentro? Una domanda alla volta!».
Conservo ancora oggi un eloquio precipitoso e timido.
Appassionato dalle avventure del pirata Barbarossa, chiedevo di continuo che me le raccontassero. Interrogavo papà sulla lunghezza della sua barba e sulla sua crudeltà. «Nonno l’ha conosciuto?» domandavo.
«Era il 1534, Sandro, Nonno non era ancora nato!»
E chi era nato, allora? Come si faceva a sapere tutte quelle cose?
Grazie ai libri, evidentemente. Le risposte alle domande della vita, quello che era successo, quello che bisognava fare, quello che ci aspettava: stava tutto nei libri. Erano il mezzo per conoscere i morti e i luoghi scomparsi.
Ma perché Barbarossa non era rimasto sull’isola?
«Perché i pirati sono dei nomadi del mare! Distruggono e se ne vanno.»
«Papà, raccontami come ha rubato gli abitanti dell’isola per farne degli schiavi!»
«Te l’ho già raccontato ieri, Sandro.»
«Tu racconti meglio di persona che nella mia testa.»
Assumeva un tono solenne e mi raccontava di nuovo tutta la storia che spiega perché, ancora oggi, al Giglio ci sono delle persone con i capelli rossi. Dicono che sono discendenti di Barbarossa. Poi vennero gli attacchi respinti dai Medici e la vittoria sui crudeli pirati.
Imitavamo un terribile duello con la spada sotto lo sguardo sprezzante e divertito di Sandra. Ne uscivo vincitore e mio padre, trafitto al cuore, moriva fra mille rantoli. La mamma si inginocchiava sul suo cadavere. Mio nonno faceva risuonare una risata crudele e annunciava che Barbarossa non era morto, che sarebbe tornato e che, questa volta, non avrebbe fatto prigionieri! La mamma lo supplicava di smetterla: avrei avuto gli incubi.
In presenza di altri Nonno mi faceva paura, ma quando eravamo noi due soli sul suo volto appariva un sorriso, come una maschera di bambino sotto gli abiti da adulto. Indossava dei completi di sartoria: lino écru d’estate, tre pezzi blu nei giorni più freddi. «Per essere unico, Alessandro, un uomo deve inventarsi la propria uniforme.» Mio nonno l’aveva capito molto prima di Superman. Chiunque l’avesse conosciuto se lo ricordava come un quadro d’artista. Era bello. Il volto emaciato e distinto, ornato da un paio di baffi sottili a forma di bocca imbronciata, gli attirava il sorriso delle donne. Era atletico, con i capelli bianchi come piume di colomba. Quando gli portavano il digestivo in terrazza lasciavano un mazzo di carte vicino alla caraffa di cristallo. Nonno se ne impossessava felice, le mescolava e giocava a scopa. Quando era solo con papà si sfidavano urlando, ma se c’erano per caso due invitati esperti in quel gioco tipicamente italiano, allora papà e Nonno facevano squadra e diventavano, a loro dire, «imbattibili».
Appena si preannunciava una partita a scopa, la mamma mi allontanava perché una delle caratteristiche principali del gioco è la necessità di memorizzare la maggior parte delle carte già calate sul tavolo, e i miei movimenti sconclusionati e il mio entusiasmo impedivano ai giocatori di concentrarsi. Così, appena venivano distribuite le carte, trascinavo la mia piccola carcassa delusa lontano dai grandi, ma senza smettere di gridare «imbattibili!», come per dare il mio contributo alla squadra. Nonno e papà lo ripetevano in coro come un grido di guerra: «Imbattibili!». Poi la mia voce si perdeva in lontananza e non rispondevano più. Con Nonno, come con papà, parlavo italiano. Era la lingua degli uomini. La lingua del mio avvenire, quella che, pensavo, avrebbe dettato il ritmo all’arrivo della vita adulta. Non avevo mai pensato che le parole magiche che mi facevano addormentare con la loro musica, quando papà e Nonno, invece di giocare, fumavano il sigaro la sera tardi nell’aranceto, di fatto suonavano a morto la fine della mia infanzia. Non avevo mai pensato che l’italiano sarebbe stata la lingua della paura, del pericolo, del tempo che non si riesce mai ad afferrare.
La mamma, nata nel dipartimento della Nièvre, mi cullava in francese. In quelle sere calde, permeate dall’odore dei liquori, dei sigari e del profumo al vetiver che usava Nonno, mi prendeva fra le sue braccia delicate, mi avvicinava a papà perché mi desse una carezza, poi sentivo i suoi passi sulla ghiaia, pesantemente rannicchiato addosso a lei. Le voci si diradavano, lei spingeva con un piede la porta di casa, stringendomi fra le braccia. Entravamo nel silenzio pieno di tenerezza di quel vecchio edificio. Mia madre doveva fare una sosta fra i due piani per riprendere fiato, e spesso un bacio segnalava che aveva ripreso la salita, poi mi faceva scivolare nelle lenzuola fresche. Chiudeva le persiane, che emettevano un cigolio di violino e ruggine, infine mi rimboccava le coperte con cura. La trattenevo senza stringere troppo la mano e lei restava volentieri finché non cadevo in un sonno profondo. A volte ridevo fragorosamente quando cercava di pronunciare qualche frase in italiano. La prendevo in giro così tanto che lei smetteva subito. Le uniche parole che io e papà le concedevamo erano «amore» per lui e «piccolo» per me. L’italiano era la mia lingua con papà, era il nostro legame, vigilavo gelosamente affinché la mamma non se ne impadronisse. La moglie di Nonno, una tedesca che parlava con un forte accento, non era mia nonna. Papà glielo ricordava tanto spesso che io l’avevo capito ancora prima di iniziare a camminare. Non allungavo le braccia verso di lei. Non saprei più dire dove fosse in quelle sere. Ormai ho dimenticato perfino il suo volto. Ricordo soltanto la vasca di marmo nella corte dove, nei giorni di grande calura, la tedesca e Norma, la cuoca di Nonno, aiutavano la mamma a lavarmi sotto una cascata d’acqua. Mi insaponavano, mi sfregavano, mi dicevano che ero bello. Io nascondevo i genitali con le mani, soprattutto perché temevo che mi si drizzasse per la gioia. Era tutto un insaponare, un farmi i complimenti, uno spumeggiare. Un agitarsi in tutte le lingue: «Wunderbar!» «Bellissimo!» «Figlio mio…» Le tre donne andavano in estasi. Immergevano i guanti nell’acqua calda per frizionarmi ancora un po’. Ai loro occhi ero privo di ogni impurità. Un angelo nell’affresco di una chiesa. Abbracciarmi era per loro come toccare un talismano. Sazio di affetto, rifiutavo ancora e ancora i loro baci, respingevo le loro coccole e allontanavo le loro mani e le loro unghie dai capelli: solo allora mi lasciavano stare, e io mi sentivo sfinito da tanto amore, ma anche investito da un potere indescrivibile. Era uno dei miei piaceri estivi, ci pensavo a novembre quando ero morso dal freddo che rodeva la punta delle scarpe, già stanche della scuola. Mi riempiva in quel momento un’ondata di calore e sentivo montare in me la forza di chi è amato.
Ogni anno Jacques conosce la donna della sua vita e ci obbliga a sposare le sue mete di vacanza, le sue abitudini alimentari e i suoi gusti musicali. Cena di presentazione, formula rinnovata: l’idea è stupirsi degustando la specialità dell’eletta facendo nel frattempo conoscenza con i suoi amici riuniti intorno a un tavolo scovato in un mercatino delle pulci, nello stesso duplex, sempre rinnovato di fresco. Cosa ne fa Jacques del tavolo precedente? Non è dato sapere. L’amicizia che nutre per Louis e me è la sola cosa che non cambia. Cos’abbiamo in comune oltre ai ricordi? È possibile che sia stata la pigrizia a farmi tenere due amici dell’adolescenza per il resto della vita? Louis, professore di francese al liceo Henry IV, non ha mai lasciato il suo appartamento borghese di rue de la Tour, ereditato dalla nonna, che stride con le sue idee di estrema sinistra, i suoi completi di velluto e la sua umiltà. Jacques, nelle sue varie incarnazioni di mercante d’arte, broker informatico, agente immobiliare, rivenditore di barche all’epoca della defiscalizzazione, sempre con un certo successo, affitta ogni anno delle case vacanza meravigliose, che ci mette a...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Promesse
  4. Copyright