Luke è in piedi dalla mia parte del letto. Non va mai da quella parte del letto. In mano ha un flacone di vitamine prenatali. Lo alza e lo scuote, un suono di plastica che sbatacchia.
Il rumore è sordo e compatto perché il flacone è pieno.
È questo il problema.
«Avevi promesso» dice, la voce calma e lenta.
Oh-oh, sono nei guai.
«Qualche volta mi dimentico di prenderle» ammetto.
Lui agita nuovamente il flacone, una maraca in scala minore. «Qualche volta?» La luce che filtra dalle tende forma un alone attorno alla parte superiore del corpo di Luke, la mano in alto con l’oggetto incriminato, delineato dal sole e risplendente.
Sono sulla soglia della nostra camera, stavo per tirar fuori dei vestiti dai cassetti e dall’armadio. Cose banali. Biancheria intima. Calze. Una maglietta e un paio di jeans. Come ogni altra mattina, avrei ripiegato gli indumenti su un braccio e li avrei portati in bagno, così da farmi una doccia e cambiarmi. Invece incrocio le braccia sul petto, il cuore al di sotto è straziato dall’offesa e dalla collera. «Le hai contate, Luke?» La mia domanda è uno schiocco freddo nell’aria umida d’agosto.
«E se anche l’avessi fatto, Rose? E se davvero le avessi contate? Me ne faresti una colpa?»
Gli volto le spalle, apro il lungo cassetto che contiene la biancheria intima, i reggiseni, gli slip, le sottovesti. Rovisto tra le mie cose, scompigliando l’ordine perfetto dei miei indumenti finché tutto è sempre più fuori controllo. Il cuore comincia a martellare.
«Me lo hai promesso» dice Luke.
Afferro il paio di mutande più da nonna che ho. Voglio urlare. «Come se le promesse significassero qualcosa in questo matrimonio.»
«Non è giusto.»
«È giustissimo.»
«Rose…»
«Va bene, non ho preso le pillole! Non voglio un bambino. Non ho mai voluto un bambino e non lo voglio adesso e non lo vorrò mai e tu lo sapevi da prima di chiedermi di sposarti! Te l’ho detto mille volte! Te l’ho detto un milione di volte!»
«Hai detto che avresti preso le vitamine.»
«Te l’ho detto perché smettessi di tormentarmi.» Le lacrime mi bruciano gli occhi mentre dentro il sangue pulsa con furore. «L’ho detto per avere un po’ di pace in questa casa!»
«Quindi hai mentito.»
Mi giro. Le mutande mi cadono di mano mentre giro intorno al letto per affrontare mio marito. «Tu mi hai giurato che non volevi un bambino.»
«Ho cambiato idea.»
«Giusto, certo, nessun problema.» All’improvviso sto rotolando giù per una collina, stiamo rotolando, e non so come fare a impedire che ci schiantiamo. «Hai “cambiato idea”, ma la bugiarda sono io.»
«Hai detto che ci avresti provato.»
«Ho detto che avrei preso le vitamine. Non ho detto altro.»
«Ma non le hai prese.»
«Ne ho presa qualcuna.»
«Quante?»
«Non lo so, non le ho contate. Non sono come te.»
Luke abbassa il flacone, lo stringe tra le mani, il palmo preme sul tappo, lo ruota e lo toglie. Sbircia nell’apertura. «Questo flacone è pieno, Rose.» Alza lo sguardo su di me, scuotendo la testa, e mi rovescia addosso la sua disapprovazione.
Chi è quest’uomo davanti a me, quest’uomo che amo, quest’uomo che ho sposato?
A stento scorgo una somiglianza tra questo individuo e quello che mi guardava come se fossi l’unica donna dell’universo, come se fossi il senso di tutta la sua esistenza. Amavo essere quel senso per Luke. Amavo essere tutto per lui. Lui è sempre stato tutto per me: quest’uomo dallo sguardo delicato e riflessivo, dal sorriso così gentile e aperto; quest’uomo che ero sicura di amare per il resto dei miei giorni su questa terra.
Le parole Ma io ti amo, Luke sono falene intrappolate che vanno a sbattere in continuazione dentro di me, incapaci di trovare una via d’uscita.
Invece di disinnescare la bomba tra di noi, esplodo, e, con una mossa repentina, gli strappo di mano il flacone aperto, il mio braccio lungo come una clava che con forza lo lancia in aria, le grosse pillole ovali che formano un arco di brutti birilli olivastri, scagliati sul pavimento e sparpagliati sulle lenzuola bianche del letto.
Questo gesto ci paralizza entrambi.
Luke ha le labbra socchiuse, i bordi netti degli incisivi in vista, gli occhi sul sentiero di vitamine che sono diventate il simbolo del successo o del fallimento di questo matrimonio, minuscole boe che io dovevo ingerire per tenerlo a galla. Le ho rovesciate, e adesso stiamo affondando. L’unico suono che si sente è quello del nostro respiro. Luke ha gli occhi spalancati. Traditi.
Pensa che sia stata io a tradirlo e prova ne sia quello stupido flacone di pillole.
Perché non capisce che è stato lui a tradire me? Che cambiando idea sul fatto di avere un bambino ha dimostrato che io da sola non valgo a sufficienza?
Luke si rianima, va nell’angolo della stanza dove, rotolando, il flacone si è fermato. Si china e lo recupera. Raccoglie una vitamina dal pavimento, poi un’altra, stringendole delicatamente tra le dita prima di rimetterle dentro. Ogni pillola tocca il fondo del flacone di plastica con un suono secco.
Resto lì e lo osservo mentre si china e si raddrizza, si china e si raddrizza, finché ogni singola vitamina prenatale è tornata nella sua legittima dimora, persino quelle che erano scivolate sotto il letto. Luke deve sollevare l’orlo del piumino per vederle, deve sdraiarsi sul pavimento per recuperarle, tendendo faticosamente il braccio.
Quando ha finito, mi guarda, gli occhi colmi di un’accusa. «Perché mi è toccato sposare l’unica donna al mondo che non vuole un bambino?»
Inspiro a fondo.
Ecco.
Ecco quello che Luke pensa da sempre, finalmente allo scoperto. Non il fatto che io non voglia un bambino, cosa che sapeva sin dall’inizio. È l’evidente tono di rimorso nella sua voce che mi fa gemere, il modo in cui mi identifica come essere unico, e solo nel peggiore dei modi.
Ci fissiamo. Aspetto delle scuse che non arrivano. Il cuore mi batte forte, la mente fugge dalla domanda di Luke e accumula le mie domande sopra la sua. Perché non posso essere come qualsiasi altra donna che vuole un bambino? Perché non sono così? Perché sono fatta in questo modo?
Sarà questo alla fine il riassunto della mia vita?
Rose Napolitano. Mai stata madre.
Rose Napolitano. Non voleva un bambino.
Luke si guarda i piedi. Raccoglie il tappo del flacone, lo chiude con uno scatto secco della linguetta.
Tendo la mano in quella direzione; tendo la mano verso di lui.
Non mi piace farmi fotografare.
«Puoi alzare lo sguardo dalle ginocchia?»
I miei occhi, la mia testa, il mio mento: tutto si rifiuta di soddisfare questa richiesta.
Sono il tipo di persona che scappa dalle macchine fotografiche e si nasconde dietro la persona accanto. Che alza la mano verso l’obiettivo quando se ne trova uno davanti alla faccia. Ragione di più per cui non dovrei essere qui proprio adesso a farmi fare un ritratto, con cappello e toga. Che cosa mi è saltato in mente?
«Ehm, Rose?»
Sento dei passi. Un paio di scarpe da ginnastica blu marino, consunte in punta, le stringhe sfilacciate, compare sul pavimento davanti a me. Faccio un gran respiro, butto fuori l’aria e alzo gli occhi. Il fotografo è piuttosto giovane, ha forse la mia età o forse uno o due anni di più. Strizza gli occhi, si morde il labbro, corruga la fronte.
«Mi spiace» dico, le mani irrequiete sulle ginocchia e le dita intrecciate strette. «Devo essere il soggetto peggiore che tu abbia mai avuto.» Guardo di lato verso lo spazio in penombra al di là di questo set luminoso in cui sono seduta su una sedia, con uno sfondo grigio dietro di me. Una fila di scatoloni, di quelli che si comprano durante il trasloco da un appartamento all’altro, è impilata contro il muro. In cima è gettata una giacca blu, un bastone da hockey è lì sul pavimento lungo il battiscopa. «È stata un’idea stupida» proseguo. «Pensavo solo che… Insomma, volevo… ma poi…»
«Volevi?» chiede il fotografo.
Non rispondo, immagino perché non voglio davvero spiegare a questo sconosciuto i meccanismi interni del mio cuore. Inoltre sto ancora abbracciando con lo sguardo il ciarpame ammucchiato dappertutto. Dev’essere la casa del fotografo. L’ha definito il suo «studio», ma sembra che qui ci viva. O forse ci si è appena trasferito.
«Che cosa volevi?» insiste.
Nel suono della sua voce – gentile, paziente – c’è qualcosa che mi fa venir voglia di piangere. Tutta la situazione mi fa venir voglia di piangere. «Non dovrei essere qui, non sono brava in queste cose.» Adesso sì che comincio a piangere. «È veramente imbarazzante. Non mi piace farmi fotografare. Mi spiace, mi spiace davvero.» Piango più forte, anche se la femminista dentro di me mi rimprovera per tutte queste giustificazioni.
Il fotografo – non ricordo il suo nome (Larry? No. Lou? Forse.) – si accovaccia accanto alla mia sedia così che i nostri occhi sono quasi allo stesso livello. «Non preoccuparti. Un sacco di gente detesta farsi fotografare. Ma piangi per via del ritratto o per qualcos’altro?»
Studio quest’uomo, il modo in cui il ginocchio destro gli spunta dallo strappo sui jeans, il modo in cui il suo corpo oscilla leggermente all’altezza del cavallo. Come fa a sapere che se piango non è per colpa della fotografia? Ha intuito che in realtà si tratta dei miei genitori, che qualche volta faticano a capire le mie scelte? La donna che sono diventata?
Incrocio le braccia e le premo contro il corpo. Questa toga con l’orlo di velluto è pesante e rigida. Scommetto che starebbe in piedi da sola se la puntellassi come si deve. Mi tolgo il cappello dalla testa e libero i capelli scrollandoli. Probabilmente hanno un aspetto orribile dopo essere stati sotto il peso di quest’affare. Anche il cappello è di velluto, della stessa tonalità blu della toga. Ero così emozionata quando è arrivato per posta, il simbolo di tanti anni di duro lavoro e del dottorato che mi verrà ufficialmente conferito a maggio, il giorno della cerimonia. Il dottorato in Sociologia che mi trasformerà da Rose nella professoressa Napolitano. Dottoressa Napolitano.
«Di chi è quella foto laggiù?» chiedo al fotografo invece di rispondere alla sua domanda. La indico, allungando il braccio verso destra.
Appesa al muro, sopra il mucchio di scatoloni, c’è una grande fotografia incorniciata. Sembra fuori luogo, fissa e permanente, rispetto allo stato transitorio di tutto il resto. Due persone – un uomo e una donna – sono sedute fianco a fianco su una veranda, ognuna con un libro aperto in mano. L’espressione dei loro volti è talmente vivace e attenta, come se le parole che hanno davanti agli occhi fossero le parole più eccitanti del mondo.
Il fotografo si gira e ridacchia. «Sono i miei genitori. L’ho scattata quando avevo dieci anni. Per il mio compleanno mi avevano regalato la mia prima macchina fotografica e fotografavo tutto quello che avevo attorno: fiori, fili d’erba, le venature delle assi del pavimento in soggiorno… molto artistico.» Torna a guardare me e si stringe nelle spalle. Alza gli occhi al cielo.
Sono verdi, con screziature marrone.
«Ho fatto anche un sacco di splendide fotografie al cane.»
Faccio una risatina e un po’ della tensione si scioglie. «E quindi…?»
«Sì, giusto.» Stavolta non si gira e continua a fissarmi. «Dunque, quella foto. Ero appena arrivato a casa e c’era questa farfalla monarca che volava sull’erba alta, così mi sono messo a rincorrerla per ottenere lo scatto perfetto.» Si copr...