La vista del corpo avrebbe dovuto avere un effetto catartico, ma quell’uomo con il rossetto non era mio padre.
Cioè, era lui, ma non era lui. Di papà era rimasto così poco che in termini di esperienza emotiva era paragonabile alla contemplazione di una bistecca gigante in giacca e cravatta: avvertivi disagio e una sorta di attrazione perversa, ma soprattutto il desiderio che quel momento finisse. Detto così suona cinico. E forse lo era. Forse era il sintomo di un’eccessiva ricerca: per prepararmi a quel momento, la notte prima avevo trascorso ore su testi dedicati all’imbalsamazione, e adesso riuscivo a concentrarmi solo sulle sue palpebre incollate insieme, sulla bocca cucita e su quelle membra gonfie ficcate in abiti confezionati in modo da distrarre chiunque dal fatto che sembrasse un delirio alla Jim Henson, il creatore dei Muppet.
Benjamin Whitaker, genio un tempo noto come papà, aveva abbracciato un palo del telefono mentre viaggiava a circa cento chilometri all’ora. Aveva sterzato, si era schiantato, se n’era andato. Be’, non esattamente, ma “sterzato, schiantato, esanime” non fa lo stesso effetto. I polmoni sono stati il problema. O meglio, la loro mancanza. Erano esplosi come un palloncino, un dettaglio super sfavorevole se vuoi vivere: anche così, era riuscito a resistere abbastanza a lungo da raggiungere l’ospedale, ma non molto oltre. E quando non c’era stato più nessuno da mantenere in vita, hanno cercato di capire perché. Funzionari del Comune. Agenti di polizia. Hanno avviato un’indagine che ha creato solo maggiore incertezza. La parte anteriore dell’auto si era praticamente fusa e non c’era stato modo di stabilire se si fosse trattato di freni difettosi, di una sterzata brusca o che so io, così sono riusciti a ipotizzare solo che forse si era addormentato, o stava mandando un messaggio, o voleva suicidarsi, o magari aveva evitato un cervo o un essere umano, o magari non stava facendo attenzione e basta.
Sono anche sicura che, per un osservatore esterno, ognuna di quelle possibilità potesse sembrare realistica. Ma quell’osservatore esterno non conosceva papà.
Sto esagerando sull’aspetto che aveva, comunque. Si presentava bene, era persino riconoscibile, e sotto il fondotinta chiaro e il rossetto rosa c’erano ancora quel filo di barba bloccato nel tempo, la mascella squadrata e le membra allungate. Era la vista del suo torace a stonare, invece: una catena montuosa, tutta pendenze e concavità, là dove il giornale appallottolato sotto la maglietta di Gap si era spostato. Poi notai qualcosa.
«Perché diavolo indossa gli occhiali?»
La mamma si girò verso di me: si stava mordendo l’interno della guancia, rendendola grinzosa all’esterno. Era tutta in rosso: labbra rosse, blush rosso, capelli rossicci raccolti in uno chignon. Un’ondata rosso sangue. Come se lo stesse deridendo. «Modera il linguaggio, per favore.»
Allora ripetei la stessa domanda, ma con la parola cavolo.
Lei sospirò, perché sapeva a cosa stessi alludendo. «È un dettaglio simbolico, Sydney.» Io sapevo che era un dettaglio simbolico, solo che a volte mi piace dire roba che non penso veramente. Perché in realtà stavo pensando al corpo di mio padre che scendeva dal soffitto su un’altalena, cantando una versione appassionata di Rainbow Connection in compagnia del pupazzo animato di Miss Piggy.
La mamma mi squadrò dalla testa ai piedi: era stoica quanto me, anche lei non avrebbe pianto in quella circostanza. «Raddrizzati la gonna, tesoro. Sei tutta scomposta.»
Non sapevo dove fossi scomposta, ma le credetti – di gonne ne sapeva più di me –, così mi lisciai in vari modi finché non sembrò soddisfatta. Non ero sicura del perché le importasse. (“Be’, sì, la funzione è stata deliziosa, ma dalla vita in giù quella ragazza era un po’ sbilenca, non credi?”)
«Vado a sistemarmi prima che arrivino tutti» disse. «Vuoi venire?» Più che chiedermi di andare, mi stava suggerendo che sarebbe stato il caso di farlo.
«Non ho bisogno di sistemarmi.»
La mamma fu sul punto di protestare, ma il fantasma di papà sembrò informarla che doveva lasciar perdere, così se ne andò da sola, con un orribile tappeto a smorzare lo scalpiccio dei suoi tacchi a spillo.
L’impresa di pompe funebri Crawford era decisamente deprimente. Per via della luce, immagino: di un giallo malaticcio, filtrava sulle poltrone dall’aria rigida, sulle piante finte nei vasi e sui quadri raffiguranti posti molto più belli di quello. I dipinti erano l’unico indizio dell’esistenza di un mondo esterno: le finestre c’erano, sì, ma avevano forma e misura comparabili a una serratura, e gli orribili disegni barocchi sulle pareti avevano l’aria di accerchiarti sempre di più. Io non soffrivo spesso di claustrofobia, ma lì dentro ogni respiro causava prurito e sembrava una conquista. Ma forse l’intenzione era quella: farti sentire come se fossi tu quello che stava per essere seppellito.
Eppure Rick Crawford, il titolare, sembrava perfettamente a suo agio: ben curato e robusto, parlava strascicando le parole. I Crawford possedevano l’agenzia funebre da generazioni e quel tipo aveva l’aria non di essere stato partorito, ma di essere strisciato fuori da una vasca di formaldeide. Mi chiesi se avesse assunto lui i tratti della morte o se era stata la morte a prendere i suoi. Comunque, non poteva certo essere un lavoro facile. Non lì almeno. Sono sicura che riconoscesse almeno la metà delle persone che la mattina doveva trasferire sul suo tavolo. Un po’ come papà. Papà era l’unico psicologo di Pleasant Hills e scommetto che, messi insieme, lui e Rick Crawford dovevano essere a conoscenza di gran parte dei segreti sporchi della zona, presenti e passati.
La nostra famiglia era ristretta – i genitori di papà erano morti giovani e la mamma non era molto legata ai suoi –, quindi le persone che iniziarono ad arrivare alla spicciolata avevano volti solo vagamente familiari. Vecchi amici. (“I tuoi capelli sono così lunghi ora, wow, biondo ramato, hai le lentiggini della mamma, wow, già in terza superiore? Wow, wow, wow.”) Ex insegnanti che sentivano una sorta di obbligo nei miei confronti. Fanatici della Bibbia. Malelingue. Le signore che la mamma conosceva dalla palestra, dai suoi eventi Tupperware, che continuavano a ripetere cose come “Era la sua ora”. E molti estranei – pazienti – che ci ringraziarono per tutto ciò che papà aveva fatto per loro. Non ne conoscevo nessuno, e ciò significava che papà era riuscito nel suo intento: aveva sempre insistito nel tenermi lontana da quella parte della sua vita, dalle auto che si fermavano a casa prima e dopo la scuola e di domenica, dai sussurri più o meno accentuati da dietro la porta dello studio, dai pesi che si ancoravano uno dopo l’altro alla pelle gravata e corrugata sotto i suoi occhi.
Ma ora erano tutti lì, a fissarmi in volto, e poteva essere stato uno qualunque tra loro.
Olivia era la mia migliore amica soprattutto perché così doveva essere. Non avevamo praticamente niente in comune, a parte il fatto che il destino aveva stabilito che dovessimo vivere nella stessa strada chiusa, lei sulla destra e io in fondo: lei però mi lasciava parlare di cinema e io le permettevo di parlare di tutto il resto. Olivia era il responsabile tecnico del teatro del liceo, amava la vita sociale, aveva altri amici. Io, non proprio. In ogni caso avevamo stretto il tacito accordo di farci compagnia fino alla fine del nostro percorso scolastico: non penso che una di noi si fosse immaginata che l’accordo avrebbe incluso la partecipazione a un funerale, ma lei era lì, e anche se non glielo dissi, le ero grata.
«Oddio» esclamò, notando il mio sguardo fisso su di lei. Aveva un aspetto grazioso: i capelli scuri scendevano in riccioli pettinati ad arte e gli zigomi scintillavano persino nella luce smorzata. Aveva il taglio degli occhi all’orientale e lo spesso eyeliner nero che portava sembrava seguirne la linea, curvando all’insù e assottigliandosi in una punta. Nella forma mi ricordava un pettirosso. Bello. Certo non un trucco da funerale. «Sapevo che non sarei dovuta venire così. Questa mattina ho voluto subito prepararmi, in modo da, sai, poter rimanere finché ne avevi bisogno, senza dover tornare di corsa o altro, ma la mamma di Miles voleva che fossimo pronti per le foto alle quattro. Che è presto, no? Davvero presto. E ho cercato di dire che era troppo presto, ma avevano già prenotato per la cena, e mi rendo conto che non sembra importante rispetto a…»
«Ehi.» Ci immaginai restare lì fino alla nostra decomposizione, con Olivia che continuava a parlare mentre brandelli di pelle le ciondolavano dal cranio. Le diedi un buffetto sulla guancia. «Non preoccuparti. Fai un bel respiro.»
Olivia strizzò la bocca in una O e aspirò, come un fischio al contrario: mi sembrò tremendamente stupido, così risi, ma qualcuno che non conoscevo mi lanciò un’occhiata e io mi piegai su me stessa. Abbassai la voce. «Non ho più voglia di convenevoli.» La mamma stava parlando con qualcuno e questo significava che potevo fuggire. «Nascondiamoci.»
Riuscimmo a sgattaiolare in un corridoio appartato vicino alla porta d’ingresso. Mi lasciai cadere contro la carta da parati macchiata di nicotina, mentre Olivia si torceva un polso con l’altra mano, cercando qualcosa da dire (insolito per lei). «Vuoi, non so, parlare?» mi chiese. «Ho letto che parlare fa bene. Dovresti esprimere come ti senti perché, se non lo fai, alla fine subirai un’autocombustione. Non fisica, certo, ma, ecco, metaforica. Emotiva.»
«Apprezzo il fatto che tu abbia svolto delle ricerche, ma no, grazie. Ora no.» Chiusi gli occhi e appoggiai la testa alla parete, fingendo di essere altrove. «Seguiamo il programma regolare. Parliamo… e basta.»
«Va bene. Ehi! Ci sei mancata ieri sera.»
Impiegai un attimo a ricordare: la partita. Giusto: era la partita per il raduno degli ex alunni, un Appuntamento Davvero Importante, e lei mi aveva invitato, ma a essere del tutto onesta, lo spirito studentesco era decisamente in fondo alla mia lista di priorità, insieme al cibo e al comportamento da normale essere umano. «Com’è andata?» chiesi, anche se non ero particolarmente interessata. Tutto, pur di farla continuare a parlare.
«Sì, bene. Abbiamo vinto, ovviamente. Urrà, forza Panthers, viva il football, e così via. Ma, onestamente, è stato meglio che tu non sia venuta, perché prima di tutto si gelava e poi sembrava non finire mai. Sai, i supplementari. Pensavo che avrei dovuto farmi amputare alcune dita dei piedi. Oh, e c’è stata la classica incoronazione: Heath Alderman e June Copeland sono stati nominati re e regina, ovviamente.» Olivia aveva la tendenza a sottolineare l’ovvietà di cose non ovvie, ma questa volta non stava esagerando: Heath Alderman e June Copeland forse sono stati davvero allevati allo scopo di ricevere la corona del ballo studentesco, come una sorta di discendenza di cani schnauzer da competizione. «Non ho idea di come June ci sia riuscita» continuò Olivia, «ma è rimasta all’aperto in campo con quel suo bel vestito senza maniche. Zero maniche, capisci? Con quel vento gelido sembrava fare, ecco, meno tre, ma lei non mostrava la minima traccia di pelle d’oca. Oh, a proposito del ballo, sei sicura che ti vada bene che io esca stasera? Sul serio. Non devo andarci per forza. Miles se ne farà una ragione. Possiamo anche rimanere a casa» mi diede una gomitata, «guardarci un film o altro. Anche uno di quelli tuoi strani.»
Sinceramente non volevo che lei uscisse. Era bello avere accesso al suono, a qualche tipo di stimolo, ma mi sarei sentita in colpa a chiederle di rimanere. «Non preoccuparti» le dissi. «Portami… un cupcake a forma di pesce, o altro. È questo il tema, no?»
«Oh, giusto, ora ti racconto del tema.» A quanto pareva, il problema era stato che il consiglio studentesco si era diviso tra Ruggenti anni Venti (idea di Olivia, straordinaria coordinatrice di eventi) e In fondo al mar (idea non di Olivia, quindi terribile, evidentemente) e avevano finito per scegliere In fondo al mar. Olivia andò avanti con una filippica innegabilmente ben articolata su come la democrazia non funzionasse perché le persone erano troppo stupide per scegliere la risposta giusta. Bene. Forse avevamo davvero qualcosa in comune.
Alla fine, dalla sala principale Rick avvertì che la cerimonia stava per iniziare. Olivia tornò dai suoi genitori, al plurale, e io mi sedetti con la mamma in prima fila, riservata a noi. Fiuu! Temevo che ci incastrassero tra le sedie da due soldi. Quando lo dissi alla mamma, mi rispose sottovoce di smetterla.
«Ehm, salve a tutti, grazie di essere venuti» iniziò Rick, in piedi sul podio, schiarendosi la voce tra una parola e l’altra. La bara ora era chiusa, quindi fui costretta a trovare qualcos’altro a cui pensare, tipo il modo in cui la saliva nella bocca di Rick faceva i fili mentre parlava. «Mi chiamo Rick Crawford, sono un officiante civile, ed è un vero privilegio accogliere tutti voi a questa celebrazione dei quarantasei anni di vita di Benjamin Whitaker. È stato, ehm, prima di tutto un marito per Rebecca e un padre per Sydney.» Indicò la mamma e me, e io ebbi la sensazione di dover salutare con la mano. «Ma è stato anche un eroe per molte persone della nostra comunità ed è con profonda tristezza che oggi qui lo salutiamo.» Era un tipo abbastanza simpatico, ma mentre lui proseguiva sulla fragilità della vita e sull’esperienza dell’uomo, io pensai a ogni altro poveraccio a cui era stato riservato lo stesso discorso. Era chiaramente preconfezionato, da usare all’occorrenza: bastava inserire la causa della morte, le relazioni familiari e l’appartenenza religiosa.
E poi davanti al microfono arrivai io, come se mi avessero strappata dall’etere, come se fosse il funerale di qualcun altro a cui ero capitata per caso: tutti però mi stavano guardando muti e con la fronte corrugata, così dovevo dire qualcosa. «Mio…»
Il microfono gemette e io indietreggiai, mentre il volto collettivo del pubblico faceva una smorfia. Mi scusai. «Ehm, papà è… be’, è stato. È stato.» Mi fissarono. La mamma strinse i denti e io mi scusai di nuovo. Era terribile. «Ehm, ecco… papà aveva davvero a cuore le persone. Ogni persona, sul serio. Tutto il suo lavoro consisteva nell...