Giuseppe Garibaldi nasce a Nizza il 4 luglio 1807, nell’attuale Quai Papacino che, per una straordinaria coincidenza, è anche il nome dell’eroe che nel 1861 unifica la città di Paperopoli.
Il padre Domenico possiede una nave da pesca, la madre Maria Rosa proviene da una famiglia di pescatori e Giuseppe è il secondo di sei figli, due dei quali, nati troppo piccoli, vengono rigettati in mare. Dell’infanzia di Giuseppe si hanno poche notizie e quasi tutte esagerate, come quella secondo cui a otto anni avrebbe salvato dall’annegamento una lavandaia bevendo il Mediterraneo e a tredici alcuni amici la cui barca si era rovesciata, non trascinando la barca a riva, ma trascinando la riva verso la barca.
Vorrebbe fare la vita di mare, ma i genitori lo vogliono avvocato e così il giovane Giuseppe propone un compromesso: da grande farà lo squalo. Mamma e papà però non vogliono che il loro figlio abbia a che fare col mare e tanto forte è il conflitto famigliare che una volta Garibaldi proverà a scappare di casa per imbarcarsi insieme ad alcuni amici ma verrà bloccato e riportato al padre dal parroco della città don Date.1 C’è chi riconduce a questo episodio l’inizio della sua antipatia verso i cristiani, così forte che quando, anni dopo, riuscirà a possedere il suo primo battello, lo chiamerà Diocleziano.
A sedici anni Garibaldi riesce finalmente a realizzare il sogno di diventare marinaio e nel 1824 si imbarca verso la Russia. Durante il viaggio il bastimento è assalito per tre volte da corsari greci evidentemente con una pessima memoria, che depredano la nave rubando ai marinai prima le armi, poi i vestiti e infine i tatuaggi. È in questo viaggio che Garibaldi subisce la sua prima lieve ferita, sebbene anche questo evento sembrerebbe esser stato ingigantito nel tempo visto che, secondo le fonti dell’epoca, il Nizzardo sarebbe stato lievemente graffiato all’aureola da un’esplosione nucleare.
Sicuro è pero che la figura di Garibaldi viene fortemente idealizzata, tanto che nel solo 1833 si contano sui registri navali settantadue mesi di mare, di cui alcuni in barca, alcuni a piedi. Durante uno dei suoi numerosi viaggi viene a conoscenza degli ideali rivoluzionari Sansimoniani, una dottrina socialista utopistica che vuole un mondo in cui ci sia un solo popolo, una sola nazione, un solo bagno.
Garibaldi, fomentato da quegli ideali, comincia a reclutare alla causa nuovi elementi e per questo è sorvegliato dalla polizia, che aggiunge alcune cimici a quelle già presenti naturalmente nella sua barba.2 Tuttavia il nostro, credendo nell’approssimarsi di un’insurrezione in Piemonte, non risale sulla nave ove presta servizio, divenendo un disertore, finendo nella lista dei ricercati della polizia e lasciando il casinò di bordo senza croupier.
Nei mesi successivi il futuro Eroe dei due mondi diventa dunque un fuggitivo ed evita molte catture, tra cui una furba trappola organizzata dalla polizia piemontese che prevede l’utilizzo di un sacco di iuta e di un mucchietto di mangime per Garibaldi. Lo Stato piemontese emette contro di lui anche una condanna a morte per iniezione di bagna càuda,3 ma Garibaldi non si fa prendere e anzi diventa esperto in quello che sarà uno dei suoi trucchi preferiti per sfuggire all’arresto: usare dei nomi falsi, tra i quali sceglierà anche il buffo Joseph Pane, spacciandosi per l’inventore del Pane.4
I viaggi intanto continuano e ancora una volta il racconto delle sue avventure rischia di esser stato esagerato dal tempo: Garibaldi fa infatti tappa a Marsiglia, dove trova il colera e sintetizza in breve tempo un vaccino a RNA usando solo una chiave inglese e dello zenzero. Parte poi per il Sudamerica dove, oltre a imparare lo spagnolo, costruire un paio di ziggurat e vincere la coppa Libertadores, partecipa ad alcune guerre civili, quella dei Farrapos, tra la Repubblica Riograndense e l’Impero del Brasile, quella uruguaiana, tra Colorado e Blancos, e poi la finale tra Impero del Brasile e Colorados.
È durante una di queste guerre che conosce la sua futura moglie, Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, detta Falcão5 dalle persone del posto e semplicemente Anita da Garibaldi. Si racconta che, dopo averla inquadrata con il cannocchiale mentre si trovava a bordo di una nave, le abbia sussurrato: «Tu devi essere mia», ma lei, essendo a centinaia di metri di distanza, non lo abbia sentito. Secondo una leggenda è Anita, abile cavallerizza, a insegnare al marito l’arte del cavalcare, trasportandolo spesso a cavacecio.
È sempre durante una di queste guerre che Garibaldi lega il suo destino al colore rosso, che sceglie come tinta per le camicie dei suoi combattenti, un po’ per la possibilità di far passare inosservate eventuali macchie di sangue, un po’ perché piuttosto sicuro di non dover combattere contro dei tori.
Garibaldi rientra in Italia nel 1848, poco dopo lo scoppio di quella che viene chiamata Prima guerra di indipendenza, nome che lascia poche speranze a chi la combatte sul fatto che sia anche l’ultima. Propone i suoi servizi di combattente a Carlo Alberto, re di Sardegna, che però lo accoglie con freddezza sia a causa della condanna che pende sulla sua testa, sia perché, in quanto re di Sardegna, Garibaldi è uso chiamarlo con il nomignolo di “Piddu”.6
Nello stesso anno a Milano incontra per caso Mazzini durante un evento in Darsena, ma rimane molto deluso quando scopre che le loro idee sono molto diverse: Mazzini vuole la rivoluzione unitaria e la creazione di una repubblica democratica mentre Garibaldi cerca solo la liberazione dall’oppressore e un po’ di figa. Nonostante questo, accetta di partecipare alla guerra come volontario, con la carica di generale e l’energia del cioccolato. Parte alla volta di Brescia per liberarla dagli austriaci che, oltre a essere invasori, sono gemellati con l’Atalanta. Viene però richiamato a Milano per i suoi insulti sardofobi contro Carlo Alberto, insulti dei quali non si conoscono i dettagli ma pare coinvolgessero una pecora e del lubrificante. In seguito torna in Austria per continuare a combattere con il nemico, ma subisce una pesante sconfitta ed è costretto a ripararsi in Svizzera, pur non essendo un orologio.
Nel frattempo Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II, noto anche con l’appellativo di “Re galantuomo” per la sua abitudine di avvisare prima di scoreggiare.
Intanto, a Roma, le frequenti rivolte costringono papa Pio IX a trovare riparo a Gaeta, approfittando del fatto che, per il suo vestito bianco, lì è più facile che lo scambino per una mozzarella di bufala. Così, nella capitale senza pontefice viene dichiarata la Repubblica Romana, ma francesi e napoletani intervengono in difesa del papa che, per condannare la ribellione, ha nel frattempo promulgato l’enciclica contro i romani dal titolo Vestri turpes avi.7 Garibaldi ovviamente partecipa ai combattimenti per difendere la Repubblica e riesce a respingere i due eserciti in alcune battaglie che vedono oltre mille soldati caduti, per un totale di duemila ginocchia sbucciate.
Nonostante Mazzini lo voglia a difendere Roma, Garibaldi è intenzionato ad attaccare i borbonici nei loro territori, ma così facendo lascia scoperta la capitale e i francesi la riconquistano, uccidendo tra gli altri il patriota Goffredo Mameli che, lasciato solo, canterà la sua delusione nel suo inno minore Fratelli un cazzo.8
Nel tentativo di mettere sotto pressione i francesi, Garibaldi, su suggerimento di Mazzini, decide di andare a generare insurrezioni nel centro Italia, passando per Frascati, Albano, Terni, Perugia, Arezzo e mettendo in giro la voce che gli invasori vogliono vietare la porchetta. Le rivolte però non scoppiano e Garibaldi decide allora di puntare su Venezia per liberarla dagli austriaci, ma viene intercettato dal nemico ed è costretto a fuggire passando, tra le altre, per Comacchio, Ravenna, Forlì, Ravenna – perché aveva dimenticato una cosa – Prato e infine Livorno; è quella che adesso viene chiamata “la trafila di Garibaldi”, ma che all’epoca veniva chiamato il “Giro di Peppe”. Durante la trafila, purtroppo, muore Anita che, incinta, non riesce a sopportare le fatiche di quella fuga, anche considerando che per tutto il tempo ha continuato a tenere Garibaldi a cavacecio.
Il nostro viene nuovamente arrestato ma, liberato per volontà del Parlamento piemontese di allora, si imbarca per Tunisi, Gibilterra, Marocco, Liverpool e New York, sempre con il nome finto di Carmen Sandiego.
A New York incontra Antonio Meucci, che gli dà riparo nella sua fabbrica di candele travestendolo da grossa ape.
I suoi viaggi proseguono, portandolo nei Caraibi, in Perù, in Cina, nelle Filippine, in Australia e a Boston, riuscendo anche a battere il record del mondo di magneti ricordo sul frigo.
Nel 1854 rientra a Nizza passando per Londra e Genova, per motivi di scali low-cost, e in seguito per qualche anno fa l’agricoltore a Caprera, dove compra dei terreni che coltiva a basilico. Nel frattempo sta per scoppiare la Seconda guerra di indipendenza che vede schierate da una parte l’Austria e dall’altra Francia e Sardegna che, per un attimo, pensano addirittura di fondersi, scoraggiate però dal volgarissimo nome che ne sarebbe uscito.
Garibaldi, con l’aiuto di Camillo Benso conte di Cavour, viene nominato maggiore generale e messo a capo dei Cacciatori delle Alpi, un esercito che passava la maggior parte del tempo a cercare di catturare delle montagne.
La Seconda guerra di indipendenza termina con la vittoria di Francia e Regno di Sardegna e con l’annessione della Lombardia a quello che viene chiamato Regno d’Italia, nome che viene scelto dopo un ballottaggio con “Regno d’Italia meno Regno delle Due Sicilie, Stato pontificio e parte del Veneto”, che sarebbe stato probabilmente più preciso ma che avrebbe rischiato di svelare le future intenzioni dei regnanti. Intenzioni che tuttavia vengono effettivamente perseguite qualche anno dopo quando, sempre con l’intercessione di Cavour, Garibaldi viene messo a capo di una spedizione insieme ad altri mille volontari, chiamati, con tutto il rispetto, “Esercito meridionale”. L’11 maggio 1860 i garibaldini, partiti da Quarto, sbarcano a Marsala e conquistano la Sicilia, approfittando di alcune rivolte popolari scoppiate nella regione in seguito a un editto borbonico secondo cui la parola giusta era “arancinA”.
Battaglia dopo battaglia, l’intero Sud Italia viene conquistato e il 26 ottobre del 1860 Garibaldi incontra a Teano Vittorio Emanuele II e gli consegna la sovranità sul Regno delle Due Sicilie, ricevendo in cambio una...