Lo ritrovai nei primi giorni di settembre mentre fluttuavo nel gin tonic di una festa rivelatasi meno noiosa del previsto.
Nonostante la folla mi facesse sempre sentire enormemente a disagio, mi ero fiondata a popolare una coda sfiancante davanti al furgoncino dei panini, dopo aver preso di mira un pollo con verdure necessario ad assorbire l’assenza di contatto, l’effetto sonoro del mondo dentro a un bicchiere di vetro. Volevo mettere a fuoco i volti, per riuscire a scorgerlo in mezzo a tutte le teste che mi circondavano.
Non ero ubriaca, avevo soltanto allontanato la vita da me di qualche centimetro, dando all’alcol il compito di reggere il peso dei miei turbamenti. Il peso di una testa che non smette di pensare un secondo.
Quanti pensieri ci sono in una testa? E in una folla di teste?
Troppi.
Però succede sempre all’improvviso e non raramente – ma di certo a me non capitava da tempo – che, mentre brancoli nel buio alla ricerca dell’interruttore della luce, alla fine lo trovi e tutto quello che era ombra s’illumina offuscando il resto: in quel momento sgomitava soltanto la mia smania di rintracciarlo dopo avergli visto le spalle prima che la notte del cortile lo inghiottisse, prima che la fame mi costringesse ad attendere in coda tra la schiena di uno sconosciuto e la pancia di un altro.
Avevo così poco appetito, negli ultimi tempi, che mi parve miracolosa la voglia di addentare un panino. La musica che usciva dalle casse di una consolle non lontana da me era un cuscino su cui appoggiare il cuore, mentre in coda mi fissavo i sandaletti color corda e le gambe scure di sole, ché l’estate era quasi alla fine ma mi si appiccicava addosso da sempre e l’inverno non sapeva cambiarmi la pelle, mi cambiava subdolamente dentro.
Mi guardai le gambe dall’alto e per la prima volta nella mia vita non sentii il bisogno di odiare la carne di cui ero fatta, dentro ai miei pantaloncini di jeans senza tasche alle quali appendere l’attesa, con le mani penzoloni lungo i fianchi magri e scoperti e la maglietta a righe sottili bianche e blu che mi stava molto sopra l’ombelico.
Ero un filo d’erba secca, ma non mi piegavo al vento. Mi ero decisamente lasciata spezzare, e non era un segreto.
Avevo tentato di ricostruire il momento in cui, nei mesi precedenti, mi ero decisa a distruggere ogni cosa avesse una parvenza di conforme bellezza, la facciata di una vita fatta di scelte giuste, in cui il giusto corrispondeva alla moralità dell’altro, l’altro come unità di misura, l’altro per definire me stessa, l’altro come specchio indiscusso delle mie verità.
Nel tradire qualsiasi aspettativa attorno a me, avevo confermato ogni luogo comune.
Ero uno champagne da stappare per il mio analista, Ferruccio, un uomo così alto, in ogni senso, da aggravarmi la cervicale. Fortuna che nel tempo delle sedute ragionavamo all’altezza delle nostre poltrone, una dinanzi all’altro.
Il mio quadro clinico era una sfilza di drammi esistenziali attraverso cui pure un bambino avrebbe saputo tracciare il profilo della donna che sarei diventata, della donna che ero. Figurarsi un analista anziano che di storie come la mia, e di gran lunga peggiori, ne aveva sentite fino allo sfinimento. Orfana di padre, con le curve della memoria intasate da cataclismi e pallide tracce di gioia, tirata su a pane e solitudine, pecorella smarrita in una famiglia di donne perfette, avanzavo ogni portata d’amore per ingozzarmi di scarti di incertezza. Esercitavo una grande attrattiva sugli animi buoni e mi innamoravo dei criminali, in balìa di un perenne, nauseabondo precariato sentimentale.
Ma di tutto questo avevo consapevolezza da sempre, non era stata di certo l’analisi a suggerirmi riflessioni simili. Munita di una lucidità estrema su ciò che mi si presentava agli occhi, spaccavo il capello in quattro alla ricerca di motivazioni valide a comprendere ogni mia condotta. In Ferruccio, forse, cercavo l’antidoto a me stessa, un modo per ostacolare il mio lato sovversivo e rimanere all’interno di una sorta di normalità che non mi ferisse.
La prima volta che lo avevo visto, superato il minuto di silenzio carico di imbarazzo nel tentativo di raccogliere le informazioni utili a presentarmi, mi aveva avvertito di quanto lungo sarebbe stato il nostro percorso. Avevo accettato l’idea di una relazione stabile con il mio analista: una volta a settimana o, volendo, ogni dieci giorni.
Mi pareva un nonno in grado di darmi buoni consigli, di guardarmi da angolazioni diverse. Ogni volta che mi dipingevo come un mostro, era pronto a dirmi: «Trovo che lei sia una persona molto buona», senza alcun tono consolatorio ma con estrema convinzione. Io, invece, mi ero sempre sentita una buona a nulla nei rapporti di cui gli parlavo, senza alcun tono vittimistico ma con tanta dolorosa autocritica. Sbagliare consapevolmente, ripetendomi nell’errore senza oppormi in nessun modo all’evitabile, e non fare nulla per modificare quella replica che, come in un’opera teatrale, mi riportava al mio finale già scritto, trito e ritrito, era emotivamente sfiancante.
Per quanto i nostri incontri fossero utili a trovare nuovi spunti su cui riflettere, la mia costanza a un certo punto ci aveva abbandonati e le nostre sedute si erano tramutate in un mio silenzioso congedo. Era stato facile trovare impegni che mi giustificassero impedendomi di presentarmi alle sedute e, con grande sollievo, non avevo trovato nessun ostacolo durante la mia fuga. Ferruccio, infatti, non aveva mai tentato di contattarmi per sapere dove ero finita, probabilmente perché quella strada tortuosa, dalla quale ero stata messa in guardia, potevo percorrerla soltanto io e di certo nessuna opera di convincimento avrebbe avuto senso. Forse immaginava che prima o poi sarei tornata, consapevole del mio bisogno di abbandonare per sempre chi ero stata.
Invece no, non ero tornata, perché lentamente mi era parso di sentire la vita pulsarmi ancora nelle vene e, fagocitata dal lavoro, avevo ripreso a pieno ritmo il mio passo rumoroso occupando gli spazi vuoti.
Nei mesi successivi al trasferimento di Jacopo mi ero ritrovata in una sorta di inarrestabile moto perpetuo che non mi aveva fatto accorgere di quanto grande fosse stata la nostra separazione e con quanta leggerezza ci avessi spinti in quel dramma da soap opera che nessuno dei due meritava. Non mi odiò mai per questo o, almeno, non me lo fece mai notare. Il mio ex marito si preoccupava, piuttosto, di che fine avrei fatto in balìa di me stessa e delle minacce di Flavio, per il quale ero finita in questura a sputtanarmi pur di non correre il rischio di ritrovarmi piena di lividi, se non morta, in un angolo di strada. Non che la mia denuncia potesse escluderlo ma, quantomeno, avevo tentato di fare il possibile per scongiurarlo. Onestamente non avevo mai avuto, nemmeno per un istante, la percezione che potesse farmi del male fisicamente, ma forse era questo a mettermi in una situazione di vero pericolo: il pensiero che non sarebbe mai arrivato a tanto. Eppure, il traffico di mail che dal suo indirizzo raggiungeva il mio senza ottenere risposta non era cessato neanche per un giorno. Le avevo stampate tutte e le avevo portate in questura: novecento sonetti d’odio e qualche barlume d’amore (quando, stanco di rabbia, lasciava spazio al dolore) che avevano fatto sbarrare gli occhi a chiunque ma che non erano bastati a convincere nessuno. La sensazione che avevo tutte le volte in cui mi recavo alla polizia era sempre la stessa: ero colpevole.
Ferruccio mi aveva chiesto mille volte perché mi sentissi colpevole. «Perché mi ci sono ficcata da sola in quel guaio» rispondevo sempre. Forse avrei potuto arrestarmi molto prima, allontanare il limite di sopportazione di ogni cosa e di chiunque, senza sottovalutarne i rischi.
Colpevole di aver perso lucidità, ma di certo non responsabile della follia di Flavio.
Eppure, credo per prassi, l’agente in questura mi aveva interrogata con un fare quasi offensivo, mantenendo uno sguardo neutrale e incredulo dinanzi al mio racconto. Era come se, nel ripercorrere il mio calvario, dall’altra parte della scrivania non si desse mai per scontato che fossi io la vittima di tutto quel livore stampato su carta.
Fuori di me e delle poche persone che, accanto a me, avevano vissuto le mie paure, quella era una semplice storia di mal d’amore e a volte, nella bolgia dei miei sensi di colpa, mi ero chiesta se realmente non fosse così, se da dentro quel disastro di minacce e addii io non fossi più in grado di discernere il vero dal falso.
Ma non avevo mai avuto la possibilità di sollevare realmente questo dubbio, a causa delle continue proteste di Flavio, schizofrenico nel darmi della puttana e, a pochi minuti di distanza, supplicarmi di tornare da lui perché ero la donna della sua vita.
Per quanto mi servisse la rabbia su un piatto d’argento, e per quanto sapessi nutrirmene, tutto quello che avevo fatto contro di lui lo avevo fatto perché attorno a me chi mi amava davvero diceva: «Fa’ la cosa giusta». Ma, nonostante il male ricevuto, io non la sentivo necessaria. Temevo che varcando la soglia della questura lo avrei ficcato in un guaio ingestibile, senza pensare alla malattia nella quale mi aveva spinta lui, senza temere per i miei, di guai, nemmeno un po’.
In quell’edificio triste, vecchio almeno cinquant’anni, dalla facciata grigia e dagli interni cupi, corridoi interminabili e stanze dal sapore di celle, seduta davanti alla scrivania in legno, circondata da migliaia di fascicoli impilati l’uno sull’altro, cercavo di cogliere il volto della comprensione nell’uomo che rappresentava le autorità e che avrebbe dovuto proteggermi. Mi stringevo nel cappotto cercando di raccontare i dettagli della storia, ricercando un tono di voce adatto a convincere il mio interlocutore – e di certo me stessa – che non portavo nessuna colpa e che, per quanto fossi venuta meno a un patto, nessuna conseguenza violenta sarebbe mai stata ammissibile. In quella stanza non cambiava mai nulla, le mie parole rimbalzavano da parete a parete.
Non cambiava la sensazione di colpevolezza, di imbarazzo, di sporcizia che mi sedevano al fianco, mentre alle mie spalle un uomo batteva a macchina e ne immaginavo lo sguardo, giudicante come quello che l’uomo che avevo di fronte tentava di mascherare.
Colpevole.
Davanti a me era un minimizzare su tutto, il mio tempo in questura a questionare su questo e quest’altro era uno scioglilingua senza grandi risultati.
Nonostante tutto, però, alla fine ero riuscita a fare la cosa giusta ottenendo un ammonimento nei confronti di Flavio e, prevedibilmente, l’ennesima, copiosa pioggia di insulti via mail a senso unico, tra finti addii lunghi settimane e poi interrotti dal bisogno di dover precisare un’ultima cosa, un’ultima cosa ancora... fino a che non era stato davvero il silenzio. Due cose non ero mai riuscita a perdonarmi, nonostante il tempo, di tutta quella vicenda. Aver perso la testa per un verme e aver lasciato la questura in silenzio mentre l’agente, nello stringermi la mano, mi congedava dicendo: «Stia più attenta la prossima volta».
Dovevo stare attenta io che avevo detto a un uomo di non amarlo, ricevendo come risposta una valanga di violenza psicologica e tentativi di rovinarmi ovunque andassi e ovunque mi trovassi?
Avevo preso fiato per tentare di recuperare il mio passo svelto e ritornare alla vita, occupandomi del lavoro e ristabilendo una sorta di ordine in via dei Pettinari, dove spesso le luci di casa erano spente per evitare di mostrare la mia presenza alla strada.
Mi era rimasta addosso la paura di incontrare Flavio sotto casa, in giro per Roma, nei luoghi che frequentavo abitualmente... ma non quella sera.
«Bentornata.»
Mi pare di leggergli un accenno di sorriso negli occhi. Il silenzio che segue il suo saluto sembra dirmi: “Tanto lo sapevo che ci saremmo ritrovati”.
L’assenza di disinvoltura trapela, gigantesca, dal linguaggio del mio corpo. Non l’ho più richiamato, dopo le vacanze di Natale di un paio d’anni fa. Ma era stato così facile scomparire, ed è così banale, adesso, riapparire dopo tanto tempo, all’improvviso, con una richiesta d’aiuto.
Varcando la soglia del suo studio, ho la sensazione che mi stia aspettando lì, immobile, da quell’ultima volta. Nulla si è mosso, all’interno di quella stanza: le poltrone sistemate l’una di fronte all’altra, coperte da teli color salmone, le librerie piene fino al soffitto, la scrivania in disordine, il posacenere mezzo pieno. Ferruccio lascia fumare i suoi pazienti. Anche lui fuma, è molto affezionato alla sua pipa, ma davanti a me non l’ha mai fumata (forse lo fa soltanto con i veterani, i fedeli, quelli che non spariscono dopo poche sedute). Entrando, però, l’odore di tabacco bruciato si sente subito, e mi riporta tra le braccia di mio padre.
A lui non lo dico, non gliel’ho mai detto.
Mi siedo sulla poltrona accogliendo il suo i...