Siamo gli ultimi poeti del mare
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Siamo gli ultimi poeti del mare

  1. 416 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Siamo gli ultimi poeti del mare

Informazioni su questo libro

Violet, sedici anni, è una naufraga erede di naufraghi. La storia della sua famiglia nasce dall'avventura in mare della bisnonna Fidelia, sopravvissuta all'affondamento di una nave e fondatrice della cittadina di Lyric. Ed è proprio lì, nel Maine, che Violet arriva per passare l'estate, non tanto in vacanza, quanto in punizione. Il suo naufragio personale si chiama vita sfrenata, fatta di flirt, promiscuità sessuale e alcol. Nella casa dei nonni vive da solo lo strambo zio Toby, pasticcere e appassionato di puzzle. In realtà è tutta la famiglia di Violet a non funzionare più: il fratello Sam è ricoverato in una clinica psichiatrica e i genitori cominciano una terapia di coppia. A Lyric, Violet si vede costretta a lavorare all'acquario, che comprende una sezione dedicata proprio alla bisnonna. Non che quel luogo la entusiasmi, ma il primo incontro è decisivo: Orion è un bellissimo "dio delle sopracciglia", tatuato e ambientalista. Come non subire il suo fascino? È innamorato di Liv, la sorella del suo migliore amico morto in un incidente, che è brillante, curiosa e indefessa ricercatrice della storia di Lyric. All'inizio è su questo terreno d'intesa che Violet e Liv si incontrano, alla ricerca delle proprie origini. Violet e suo fratello, infatti, hanno sempre sognato di ritrovare il relitto della nave su cui viaggiava la bisnonna. I misteri di Fidelia sono ancora tanti, a cominciare dal motivo per cui si vestiva da uomo, e Violet è decisa a scoprirli. Frugare nel passato diventa così frugare in se stessa, per salvarsi infine dal proprio naufragio. Tra i nuovi amici non le sembra più impossibile capire cosa vuole, e forse alla fine potrà anche arrivare l'amore.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817147811
eBook ISBN
9788831804783
SECONDA PARTE

RICERCA

LO ZAFFIRO DEL MARE

Martedì mattina, appena arrivata all’acquario, trovai Joan nel suo ufficio, impegnata in quella che sembrava una forma arcaica di “quadratura conti”. Non volevo interromperla, soprattutto perché non ci eravamo quasi parlate da quando mi aveva rimproverato per essermi definita “imbranata”. Joan era sempre indaffarata, si attaccava al telefono nel suo ufficio oppure aiutava i visitatori a interpretare una qualche parte del percorso espositivo, uscendosene con termini come “brodo primordiale” o “era geologica”, ed esibendo le stelle marine sul palmo della mano.
Adesso, con una matita tra i denti e una penna rossa infilata dietro l’orecchio, batteva sulla calcolatrice con tale violenza da far tremare la scrivania. Il suo blocco per appunti era costellato di trucioli di gomma per cancellare; li soffiò via per appuntare qualcosa con la penna rossa, che poi osservò, accigliata. La poesia di Sam era appesa sulla parete alle sue spalle, un cartoncino verde con le lettere scritte in pennarello blu e il disegno infantile di una lumaca. Boris russava sotto la scrivania, insensibile alla sua fatica.
«Scusa se ti disturbo» dissi. «Hai un momento?»
Attraverso i suoi occhiali rosa da lettura, lo sguardo di Joan era sorpreso e vuoto, come se non mi avesse riconosciuto. Conoscevo bene quell’espressione. Quando interrompevo mio padre durante i suoi studi, mi guardava sbattendo le palpebre, e tornava alla realtà solo poco per volta. Mia madre ci ricordava in continuazione che era un lavoratore indefesso.
Si tolse la matita dai denti. «Ma certo! Entra, entra pure. Che cosa posso fare per te?»
Anche il suo caloroso invito assomigliava proprio a quello di mio padre. Avrebbe spostato una pila di fogli dalla sedia libera e mi avrebbe aiutato a ripassare le battute, mentre il suo computer continuava a emettere bip e il cellulare a vibrare. Come risultato, probabilmente, avrebbe perso ore di sonno. Un altro gesto gentile che avevo dato per scontato.
«L’ho trovato l’altro giorno.» Le porsi il bigliettino che avevo scoperto in Guida la mia slitta. «La storia di Ransome e Fidelia mi ha incuriosito. A dire il vero, quella interessata è la mia amica. Io la sto aiutando.»
«Wow. Storia antica» rispose Joan, sistemandosi gli occhiali. «Ma che tu ci creda o no, mi ricordo di averlo scritto. Sembrava che tua nonna fosse in possesso delle lettere di Fidelia, quelle che aveva scritto a Ransome e ai loro figli. All’epoca stavamo aggiornando la sezione sulla Storia di Lyric ed Eliza pensò che potessero interessarmi.»
«Non avete mai concluso?»
«No, le lettere non sono mai venute fuori. Sterling era un tipo inaffidabile. Sono sicura che lo sai.» Mi rivolse un sorriso ironico e si alzò in piedi. Boris, che nel frattempo si era svegliato, sbadigliò e stiracchiò le zampe anteriori. «Vediamo un po’ che cos’ho qui. Eliza non è mai venuta a riprendersi i documenti, questo è sicuro, perché gliel’avrò ricordato almeno una ventina di volte…» Aprì un cassetto nell’archivio dall’altra parte dell’ufficio, e ne approfittai per dare un’occhiata al suo blocco per appunti. C’erano scribacchiate delle X e dei simboli del dollaro, numeri tracciati in rosso sommati ad altri numeri in rosso. Un’interminabile lista di cose da fare sulla parte destra del foglio. Ai margini, Joan aveva abbozzato una nave che veniva trascinata in mare da una piovra.
Non pensavo che fosse possibile lavorare tanto per un acquario. Boris mi rivolse uno sguardo che diceva chiaramente: Certo che non lo pensavi, stupida.
«Aha!» esultò Joan. Estrasse un documento e lo alzò sopra la testa con fare vittorioso. «Ecco quello che avevamo scoperto. Molte informazioni arrivarono da tua nonna, a dire il vero. Lo sapevi che Ransome sapeva disegnare? Tua nonna aveva ancora alcuni suoi schizzi.»
Aprii la cartelletta: c’erano ritagli di giornale e fotografie sufficienti per un dossier dettagliato di prima mano. Liv sarebbe andata in brodo di giuggiole. Non vedevo l’ora di vedere la sua espressione.
«Grazie mille» dissi. «Cercherò quelle lettere.»
«Perfetto. C’è altro che posso fare per te?»
Fissai l’anello di rossetto che aveva lasciato sulla matita. Boris mi guardò alzando le sopracciglia, in attesa.
«Vorrei aiutare di più» dissi d’impulso. «Lo so che sono nuova. Ma se ti viene in mente qualcosa che posso fare, qualsiasi cosa… Vorrei esservi più utile.»
Mi rivolse un enorme sorriso. «Sarebbe bellissimo, Violet. Sono certa che penseremo a qualcosa di adatto.»
* * *
Al piano di sotto Orion veniva tallonato da Andy, il nostro visitatore più affezionato, intorno alla vasca tattile. Da quando non ero stata all’altezza della sua domanda sui ruoli di genere nei cavallucci marini, era venuto quasi tutti i giorni, a volte portandosi dietro un volume grande quanto lui. Andy, per citare sua madre, era “difficile”. Andy, per citare Andy, “preferiva un buon libro a un pomeriggio con gli amici”. Non avevo molta pazienza con lui (in effetti, capitava che mi nascondessi dietro il registro di cassa quando lo vedevo arrivare), ma Orion ci sapeva fare. Quel giorno, però, sembrava depresso quanto Joan.
«Sei rimasto sveglio tutta la notte a pensare a Liv?» chiesi.
«Ah ah. Sono qui dalle cinque. Mi ha chiamato Joan. La vasca delle tartarughe ha un filtro rotto, è tutta la mattina che cerco di aggiustarlo…»
«Se la probabilità di trovare Louise fosse una su due milioni» disse Andy, «quante probabilità ci sarebbero di trovarne sei in sei mesi?»
«Solo che adesso una delle tartarughe mi sembra un po’ mogia, quindi forse la dovrò portare dal veterinario…»
«O le probabilità di trovarne dieci in un anno?»
«Ma chissà quando riuscirò a farlo, oggi vengono i ragazzi del campo estivo…»
«Orion! Ti ho fatto una domanda!» disse Andy.
Orion strizzò gli occhi, rivolto a Andy. «Non lo so, Andy. Ci vuole un bel po’ di matematica per rispondere.» Mi guardò. «Potresti portare la tartaruga dal veterinario?»
«Non ho la patente.»
«Cacchio» disse Orion, così abbattuto che avrei voluto portare lui dal veterinario.
«Ma non sei una persona adulta?» mi chiese Andy.
«Sì, ma non sono un granché come adulta» ammisi. Pensai a Joan, al mucchietto di trucioli di gomma da cancellare. Pensai alla giornata facile e tranquilla che mi aspettava; probabilmente una giornata simile a quella di Boris, che dormiva ai suoi piedi. Perché non avevano chiamato me di prima mattina?
«Oggi posso occuparmi io dei visitatori, se serve.»
Orion esitò. «Sei sicura? È un campo estivo sulla natura. Si aspettano una visita guidata. Qualcosa di pseudo-scientifico. Pensavo di fare il solito discorso su Louise.» Ah, giusto. Il solito discorso. Com’è che iniziava? Cos’è più raro nell’oceano: uno zaffiro o un’aragosta blu? La risposta doveva essere per forza l’aragosta. Giusto?
«Ce la fai a gestirli? I campi estivi per noi sono molto importanti, ma ormai tanti vanno nell’acquario nuovo. Joan vuole assolutamente riformulare il nostro piano didattico. Soprattutto considerando che non possiamo permetterci i pinguini.»
Quei fottuti pinguini. Sarebbero stati la mia rovina.
«Certo» risposi. «Nessun problema.» Il palmo della mano aveva cominciato a sudarmi.
«Sei la mia salvezza» disse Orion.
«Sei nei guai» disse Andy, appena Orion se ne fu andato.
«Per che cosa mi sono appena offerta? Un discorso?»
«Un discorso pseudo-scientifico. Da fare ai ragazzi di un campo estivo sulla natura» precisò Andy, da dietro le sue spesse lenti.
«Merda.»
«Non si dicono le parolacce.» Andy si portò le mani ai fianchi e mi guardò come una nonna severa. «Sei mai uscita dal gift shop?»
«No, Andy, in realtà sono un troll e vivo qui in negozio, la notte dormo su un mucchietto di animali di peluche e felpe di Louise.»
Andy si mise a ridere, ma questo non mi fece sentire meglio. Orion mi aveva insegnato alcune cose, è vero, e il manuale di addestramento dell’acquario si era rivelato più interessante di quanto immaginassi, ma finora avevo mantenuto il contatto con il pubblico al minimo. Un conto era recitare un copione, un altro era insegnare a qualcuno il processo di autorigenerazione delle stelle marine.
Ero fregata. In tutto e per tutto.
«Veloce, Andy. Quante cose sai su Louise? Abbastanza per fare un discorso?»
«Io ho otto anni» rispose.
Qualcuno strillò. Uno squadrone di ragazzini con le magliette sponsorizzate dalle vernici Day-Glo invase la sala, mentre i capigruppo si trascinavano dietro, con occhiali da sole e secchiate di caffè freddo: i classici postumi di una sbornia. I ragazzini si dispersero, premendo i palmi contro i vetri delle varie attrazioni, immergendo le mani nella vasca tattile. Mio povero dolce amico riccio di mare.
«Dove sono i pinguini?» urlò qualcuno.
«Come fate a salvare i lamantini?» chiese un altro.
«Che maglietta stupida» commentò un ragazzino.
«Bei capelli» disse qualcuno, e solo in quel momento mi resi conto che stavano parlando con me.
«Basta, ragazzi» li riprese un capogruppo, senza troppa convinzione. Una ragazzina si spalmò contro la parete usando le braccia come cuscino. Mi sembrava di guardare attraverso uno specchio della mia vita passata.
«Due dita nella vasca tattile» sussurrò Andy.
«Due dita nella vasca tattile!» urlai, a voce troppo alta.
«Violet, ti prego, non strillare, spaventi i nostri amici acquatici.» Era Joan, con Boris al seguito. I ra...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PROLOGO. IL NAUFRAGIO COME GENE RECESSIVO
  4. PRIMA PARTE. RELITTO
  5. SECONDA PARTE. RICERCA
  6. TERZA PARTE. SOPRAVVIVENZA
  7. EPILOGO. TERRA NOVA
  8. RINGRAZIAMENTI
  9. Copyright