Madison e Lillian si conoscono dai tempi della scuola. La prima è sposata con un uomo ricchissimo, la seconda lavora part-time in due minimarket concorrenti e fuma erba nella mansarda di sua madre, dove vive. Non si vedono da oltre dieci anni, ma si sono sempre scritte, dipingendo la propria vita all'altra da una distanza sempre più incolmabile. Ma adesso Madison ha una proposta di lavoro per Lillian, qualcosa di davvero inaspettato: sta cercando una persona fidata e discreta, che vigili sui figli di primo letto del marito, senatore e aspirante segretario di Stato, perché rischiano di comprometterne la carriera politica. I gemellini Bessie e Roland, infatti, hanno una caratteristica unica: nelle situazioni di stress prendono fuoco, avvolgendo nelle fiamme tutto ciò che si trova nel raggio di qualche metro. Occorre quindi evitare il peggio.
L'occasione lascia perplessa Lillian, che però non ha molto da perdere. A Franklin, Tennessee, varcherà i cancelli della sontuosa villa del senatore Roberts ritrovandosi in una nuova vita come governante di due bambini straordinari.
Kevin Wilson conferma il suo eccezionale talento nell'innestare il surreale nella realtà, raccontando una storia tenera, divertente, attraversata da personaggi fuori dagli schemi che provano a capirsi e trovano, incontrandosi, il loro piccolo posto nel mondo.

- 272 pagine
- Italian
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I bambini sono calmi
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Otto
Il giorno dopo di nuovo niente fiamme, esercizi di respirazione, un po’ di yoga da un video lasciatoci da Carl sullo zerbino, e poi lezione. I bambini avevano i quaderni aperti e le matite in mano e io mi sentivo come un topolino sul punto di essere travolto da un trattore, o come se la Terra stesse per essere spazzata via da un meteorite e io fossi l’unica a saperlo e per questo cercavo di mostrarmi tranquillissima per non scatenare il panico. Visto che andavo bene a scuola, avevo creduto che non sarebbe stato poi tanto difficile insegnare. Ma un insegnante è innanzitutto uno studente. Per trasmettere, devi prima incamerare. E io non ne avevo il tempo. Di notte i bambini dormivano abbracciati a me, riempiendomi di calci e gomitate fra incubi di media atrocità. Quando avrei studiato? Stavamo sempre insieme. Quindi improvvisavo.
La sera prima l’occhio, grazie al gomito volante di Madison, non mi si apriva più, la pelle era tutta viola e infiammata. Mi rodeva perché l’altra metà della mia faccia, quella artigliatami da Bessie in piscina il primo giorno, fra una crosta e l’altra stava per guarire. I bambini mi chiedevano in continuazione se potevano toccarmi il nuovo livido, se lo volevo tenere ancora al freddo, come se non ci avessi premuto sopra la borsa del ghiaccio per ore. Sembravano incuriositi dal mio dolore, dal modo in cui lo sopportavo senza lamentarmi. Penso che mi apprezzassero per questo, perché non piangevo. Portavo addosso cicatrici di guerra, mentre la loro pelle era inattaccabile addirittura dal fuoco.
Guardandomi allo specchio quella mattina mi ero presa paura, il livido si estendeva fin quasi all’attaccatura dei capelli. Durante gli esercizi di respirazione ogni tanto sbirciavo i bambini di straforo e li beccavo sempre lì a fissarmi la botta mentre si ripulivano i polmoni inspirando a fondo.
Studiavamo Storia del Tennessee, volevo che imparassero qualcosa collegato con le loro vite, a prescindere dai programmi di studio «ufficiali». Certo, un’indicazione «ufficiale» un po’ mi avrebbe fatto comodo. L’autorità è sempre così sicura di sé, anche – anzi, specialmente – quando incasina tutto a destra e a manca.
«Allora» dissi dando un colpetto alla nostra piccola, impeccabile lavagna, che pareva saltata fuori da una piccola scuola del selvaggio West, «adesso cerchiamo di trovare dei cittadini famosi del Tennessee e poi andiamo in biblioteca a prendere qualche libro su di loro.» Sì, sapevo dell’esistenza di internet. Madison ce l’aveva, nella villa. Ma io non ero pratica. L’unica volta che ero andata online, a casa di uno che ogni tanto mi invitava per fumare l’erba, ci avevo messo tipo mezz’ora a stampare testi di canzoni dei Wu-Tang Clan. Davvero, non avevo idea di quello che si poteva trovare in rete.
Perciò ci restava la biblioteca e usai quella, un’uscita in pubblico, come esca per farli concentrare.
«Chi sono i cittadini più famosi del Tennessee?» domandai ai gemelli. Loro alzarono le spalle.
«Non conoscete nessun personaggio famoso nato nel Tennessee?» domandai ancora e poi provai a pensare se ne conoscevo qualcuno io. Sapevo che il campione di wrestling Jimmy Valiant era nato in una città non lontana dalla mia, perché un ragazzo al mio vecchio lavoro ne parlava in continuazione. Ma non mi pareva abbastanza.
«Forse nostro papà» ci provò Roland.
Impallidii. «Nessun altro?» chiesi.
«Non lo sappiamo» disse Bessie, piena di frustrazione per aver dovuto di nuovo ammettere una sua ignoranza. La vidi fermarsi e respirare a fondo. Ero fiera di lei. Guardò il suo quaderno, rifletteva. «Uuh» esclamò di botto. «Lo so!»
«Chi?» domandò Roland, curioso.
«Dolly Parton, la regina del country» disse lei.
«Porca puttana» dissi. «Oddio, cioè, scusate, però sì, va benissimo. Dolly Parton è perfetta.»
«Ogni tanto mamma ci metteva i suoi dischi» confessò Roland. «Jolene.»
«9 to 5» disse Bessie.
Ci pensai su. Dolly Parton aveva fondato il parco Dollywood. Aveva scritto Islands in the Stream. Aveva un corpo… Quella donna era la cosa migliore mai saltata fuori dal Tennessee. Cristo, non ci sarei arrivata nemmeno da lontano. E Bessie l’aveva imbroccata al primo colpo.
«È la più grande» dissi. «Perfetto, scriviamo su di lei. Vedremo se in biblioteca troviamo una biografia.»
«E poi?» disse Roland, improvvisamente entusiasta e preso dal gioco.
«Be’, gli esploratori del West» risposi. «Magari Daniel Boone? No, aspettate, Davy Crockett.»
«Quello col cappello a coda di procione?» domandò Bessie. «Mamma aveva un disco anche su di lui.»
«Esatto. Mi pare fosse del Tennessee. Verifichiamo.» Uno scaffale della libreria di casa era completamente riempito da un’enciclopedia, presi il terzo volume (da Ceará a Deluc) e lo aprii. «Sì, giusto, è nato nella contea di Greene, qui in Tennessee» li informai. «Mettiamo anche lui.»
«E poi?» domandò Roland, trasformatosi in un buco nero che assorbiva qualsiasi cosa. Ma ormai ero sicura di me. Adesso andavo a mille.
«Fammi pensare, dunque, forse Alvin York?» proposi. Sapevo che a Nashville c’era un ospedale o qualcosa del genere dedicato a lui. E una volta uno dei fidanzati di mamma ci aveva fatto vedere un film con James Stuart o Gary Cooper, insomma uno di quegli attori belli come un papà. «Ha fatto una delle guerre mondiali, mi pare la Seconda. Comunque boh, ha sicuramente ucciso un sacco di tedeschi. Quello, di sicuro. Ne ha ammazzati una quantità inenarrabile, tutto da solo.»
«Uuh, allora io studio lui» disse Roland.
«Andata!» esclamai. «Tu, Bessie, scrivi una ricerca su Dolly Parton, io cerco qualcosa su Davy Crockett e tu, Roland, ti prepari sul sergente York. Che ne dite?»
«Benissimo» disse Bessie. Non si capiva subito, ma per quanto trascurati questi bambini erano proprio intelligenti, davvero svelti. Bastava dirgli le cose una volta e le coglievano al volo.
«Quindi adesso andiamo in biblioteca?» domandò Roland.
«E prendiamo il gelato?» chiese Bessie.
«Lasciatemi sentire Carl» dissi, e i due gemelli gemettero adagiandosi tragicamente sul divano.
Presi il telefono e composi il numero. Carl rispose prima della fine del primo squillo.
«Sì?» disse.
«Sono Lillian.»
«Lo so. Cos’è successo?»
«Niente. Volevo solo sentire la tua voce» risposi per prenderlo in giro.
«Lillian, che vuoi?»
«Ti disturbo?» domandai.
«Mi pare chiaro che non è un’emergenza, quindi adesso riattacc…»
«Dobbiamo andare in città» gli dissi allora. «In biblioteca.»
«Dio» disse lui alzando la voce per poi, con uno sforzo sovrumano, riabbassarla prima di aver finito la frase, «non sono qui nemmeno da una settimana. Ti comporti come se ci trovassimo nel pieno della crisi degli ostaggi in Iran.»
«Senti, per loro due è proprio così» ribattei abbassando la voce per non farmi sentire dai bambini. «Più li teniamo rinchiusi, più si sentono due mostri da tenere nascosti al resto del Paese.»
«Non mi sembra affatto una buona idea» disse Carl.
«Sarò tutto il tempo insieme a loro» gli spiegai.
«Se ci vanno» disse, «e sottolineo “se”, insieme a loro ci sarò anch’io.»
«Va bene» dissi.
«Aspetta che lo chiedo al senatore Roberts.»
«Non ha sempre da fare?»
«Sì» disse, «ha sempre moltissimo da fare e non sarà contento che lo disturbiamo.»
«E allora chiedi a Madison» dissi, e lui rimase zitto per un bel po’. «Sai che ho ragione» ripresi. «Lo sai benissimo, Carl.»
«E va bene» disse. «Ti richiamo.»
Mi voltai verso i bambini. «Vedremo!» dissi, ma lo dissi in modo davvero entusiasta, come se il mio tono incoraggiante avesse il potere di realizzare i desideri.
«Evvai!» strillarono. «Andiamo in biblioteca!»
«Vedremo!» dissi, stavolta con un sorriso un po’ troppo forzato, quasi mi trovassi sotto la minaccia di una pistola ma non potessi dirlo a nessuno.
Dieci minuti dopo, mentre i gemelli ballavano una specie di shimmy intorno alla stanza, o forse era un moonwalk tristanzuolo, squillò il telefono ed era Carl.
«Va bene. Possiamo andare. Vi vengo a prendere a casa. Voglio provare una cosa.»
«Vieni vieni» dissi tutta eccitata. La possibilità di uscire mi diede la misura di quanto tempo avevo passato anch’io chiusa lì dentro, e di quanto fossi ansiosa di muovermi. Certo, sarei uscita con i bambini, che ancora rischiavano di prendere fuoco, ma se fosse successo avrei potuto finalmente disporre di tantissimo spazio per scappar via ed evitare ritorsioni.
«Si va in biblioteca!» dissi, e i bambini ripresero il loro strambo shimmy, mentre io mi domandavo chi gli avesse insegnato a ballare in quella maniera.
Carl ci trovò belli pronti e tutti vestiti, i bambini con quei capelli orrendi impomatati neanche suonassero in una cover band dei Duran Duran. Io avevo provato a coprirmi l’occhio nero con del fondotinta ma non so perché sembrava ancora peggio, pareva un occhio nero finto, perciò lo strofinai via, facendomi un male cane.
«Cristo santo» disse Carl appena mi vide. «Che ti è successo?» Guardò subito i bambini. «Cosa le è successo?» Era sicuro che fossero stati loro.
«È stata Madison!» disse Roland.
«Abbiamo giocato a basket» spiegai. «Niente di grave.»
«La signora Roberts ci tiene a vincere» disse Carl, come se il fatto di avermi spaccato la faccia fosse naturalissimo da parte sua. «Ci hai messo del ghiaccio?» mi domandò e io feci una smorfia.
Carl aveva con sé un grosso secchio nero.
«Cos’è?» domandai per cambiare argomento e Bessie strillò: «Gelato?».
«No…...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- I bambini sono calmi
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Ringraziamenti
- Copyright