Prometto a me stesso la felicità
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Prometto a me stesso la felicità

  1. 288 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Prometto a me stesso la felicità

Informazioni su questo libro

«La felicità è una scelta. Non è una condizione, non è un umore, non è prendere il massimo alla maturità e neanche innamorarsi. È una lotta che cerchi di combattere ogni giorno, ogni istante. La vita non può essere sempre un compromesso. Quello non è vivere, è subire...». Così predicava Diablo su un vecchio divano nel garage di casa in una notte prima degli esami. E Tancredi lo ascoltava perché Diablo aveva qualcosa in più, era il massimo esperto in teoria e tecnica di tutto. Le sue parole erano un mantra, un copione da seguire minuziosamente per non commettere errori.
Poi all'improvviso Diablo scompare e Tancredi deve affrontare l'età adulta senza l'amico peggiore, quello che diceva sempre e solo la verità.
Oggi Tancredi ha quarant'anni, un buon lavoro, una compagna affidabile, una bella casa. Grazie a un sapiente gioco di compromessi e incastri millimetrici tutto sembra perfettamente in equilibrio nel domino della sua esistenza, finché, una sera, per caso, incontra Francesca, l'altra amica assoluta dei 18 anni. E con lei riaffiora Diablo, gli anni del liceo, gli entusiasmi, le passioni, i grandi discorsi, la voglia di crederci, di vivere e amare, perché la felicità era il futuro di ogni giorno.
Questo è il romanzo di chi non ha smesso di lottare, di credere ai sogni o alle illusioni, di chi sa che la felicità è un rischio, la felicità quando arriva si prende tutto, ma in cambio pretende tutto.
E tu, sei pronto a essere felice?

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817155137
eBook ISBN
9788831805001

SECONDA PARTE

1

Chissà quante cose avrei potuto fare con tutto il tempo che ho sprecato a combattere con la chiusura dei polsini delle camicie. Minuti, ore. Giorni? Un’eternità che nessuno potrà mai restituirmi. Si dice che per padroneggiare davvero qualsiasi talento sia necessario dedicarcisi per almeno diecimila ore. Secondo questo principio io dovrei essere il più grande allacciatore di polsini del mondo, dovrei saperli chiudere a occhi chiusi, senza mani, con la forza del pensiero, considerato che diecimila ore è il tempo che dedico ogni mattina a quei fottutissimi bottoni. Oggi dev’essere il giorno in cui divento cintura nera di polsini perché oltre all’allenamento mattutino ho avuto modo di mettere in pratica la mia arte anche nel pomeriggio (il segreto per una perfetta chiusura di polsini è urlare: «Chiuditi, cazzo!» con le lacrime agli occhi dopo almeno mezz’ora che stai trafficando con l’asola troppo piccola. Funziona sempre).
A Milano non esiste che ti presenti a un evento vestito come la mattina in ufficio. Quindi sono tornato a casa per un cambio d’abito, come una valletta di Sanremo. Avrei voglia di infilarmi una t-shirt slabbrata, stapparmi una birra e svaccarmi sul divano per un po’. A dirla tutta, pur di non andare a questo aperitivo sarei disposto anche a infilarmi una camicia di forza, stapparmi una bottiglia di olio di ricino e sdraiarmi sui carboni ardenti, ma il dovere mi chiama. Chiama sempre, da queste parti, come una madre apprensiva. È il bello della città e anche la più grande sfida: l’ozio non esiste, la noia è per i deboli. Se non hai un minuto libero vuol dire che ce l’hai fatta.
A Milano con il tempo devi trovare un accordo. Devi accettare che di base fa schifo per poi sorprenderti quando esce un sole che spacca le pietre. È l’unica modalità con la quale puoi iniziare una conversazione sensata con la città. Oltre a tutti quei luoghi comuni che si aggiungono e che sono tutti veri. Milano non nasconde trabocchetti, da città che fa quello che dice, non ti sorprende, ma ti conquista per la sua fedeltà, coerenza, praticità. Milano è profumeria, corteggiamento elegante, vestito da sera, girandola di possibilità che prima o poi arrivano. È l’aria che respiri che è diversa, come lo è il permettersi di cambiare i significati e significanti. “Sai che Piero è diventato socio senior di Ernst & Young?” “Sticazzi!” “Sticazzi?!” Ma come? Cresciuto a pane e “sticazzismo”, atteggiamento più che frequente nella mia Roma, ho davvero sofferto a renderlo un’espressione che trasuda stupore e felicità in franchising. Detto questo, oggi Milano è la mia città da dieci anni, anni nei quali ho aperto uno studio di design insieme a un altro socio, Paolo, che ha deciso insieme a me di trasferirsi e scommettere su una visione. Per noi arredare è come vestire, disegnare mobili come fossero camicie sartoriali, camicie che a me, solitamente, fanno mancare l’aria. Giocare con i contrasti, mettere una credenza primi Novecento con un’opera di Street Art accanto. E poi i colori, capire quali possano convivere nel tempo senza stancare, anzi, cercando di regalare quella luce sempre perfetta a un ambiente. La luce è troppo sottovalutata, invece è proprio il punto di partenza per costruire una casa. Si parte da lì, questo è il segreto. Colori che devono illuminare, ma anche sparire, quando ce n’è bisogno. Onestamente non mi lamento, il mio lavoro mi piace, gli alti e i bassi alla fine di ogni anno si riequilibrano e i risultati mi accontentano.
Ci sono momenti in cui vorresti avere sempre di più, senza fine, momenti in cui l’ambizione ti mangia, ti brucia lo stomaco, in cui l’unico obiettivo è farcela e basta. Accetti di combattere, anche di morire se fosse necessario, quando il successo è l’unica voglia, stimolo e ricompensa. Sono gli anni che vanno dai venti ai trenta, gli anni in cui l’immortalità ci appartiene ancora. Con il tempo, credo di aver fatto pace con me stesso anche se, ogni tanto, guardandomi allo specchio, mentre indosso la mia camicia bianca di ordinanza, un po’ mi manca l’aria. Diciamo che mi succede spesso.
Come dicevo, a Milano, la vita la costruisci cercando di stabilire un dialogo con la città. L’argomento è il tempo. Una volta risolta la questione del meteo, rimane il problema dell’orologio. Si parla sempre di tempo ma in maniera diversa e al plurale. Tempi. Ci vogliono tempi precisi e ben delineati. La folla si muove così, se vuoi far parte di quelli che dettano il ritmo, devi metterti a suonare anche tu. C’è il tempo per svegliarti, quello dell’ufficio, dell’aperitivo e delle cene e delle feste, dei party, delle presentazioni, delle mostre, poi le inaugurazioni, i vernissage, le prime, le seconde e spesso anche le terze. Insomma, esiste un nome sbagliato per tutte quelle attività che banalmente si traducono in “facciamo due chiacchiere e proviamo a capire se riusciamo a inventarci qualcosa insieme”. Questo vale tanto per il lavoro quanto per il sesso, per il divertimento quanto per la propria intimità che di fatto non esiste più. Ci si diverte a condividere la parte meno interessante di ognuno di noi, quella dove si recita e ci si modella, quella che alla fine ci portiamo anche a casa, rendendo le nostre vite molto più faticose. O almeno la mia.
A parte la lotta con i polsini, ho sempre avuto un grandissimo problema a chiudere la camicia dritta se non mi guardo allo specchio, cosa che, oltre a essere particolarmente imbarazzante, mi costringe ogni mattina a fare i conti con me stesso, proprio parlando da solo. Io almeno faccio così. Costruisco dialoghi tra un Tancredi reale e quello che vorrei essere. Nelle mie session immaginarie fila tutto in maniera perfetta, sono severo ma giusto, cattivo quanto basta, fermo e deciso. Appena distolgo lo sguardo da me stesso, invece, ritorno a essere un uomo di quarant’anni pieno di paure, con mille fisime accentuate dal tempo e campione del mondo del “lo faccio domani”. Mi giustifico sempre, dopo un sospiro che ha le sembianze di uno sbuffo, dicendo che in fondo la mia vita è serena e naviga nella giusta direzione. Meno male che al timone non ci sono solo io, mi perderei tra richiami di sirene e allucinazioni di isole incontaminate o inventate dalla fantasia. Sarei in balia delle tempeste e mi crogiolerei sotto il sole di un giorno senza nuvole, così, abbandonandomi alle correnti, urlando contro gli uccelli e parlando con le balene.
Ma per fortuna c’è lei che mi accompagna.
Giacca, camicia, calzino abbinato al colore del cravattino, sneakers che sdrammatizzano, classici pantaloni neri, che sono l’unica cosa su cui non transigo anche se a lei non vanno giù.
Ma comunque c’è lei che mi veste.
Mentre cerco il portafoglio, nella libreria su misura che mi sono fatto fare come cambio merce dal nostro falegname a cui avevo girato diciassette lavori in un anno, sento una morsa al collo. Mi capita sempre più spesso. Mi sa che sono ingrassato. Uno degli aspetti più inquietanti di quando superi la soglia dei trentacinque anni è questa roba assurda che il volume aumenta solo di alcune zone del corpo: il collo, le orecchie, la circonferenza delle dita. Mentre i piedi rimpiccioliscono, il resto sembra che si ingrossi a suo piacimento, a prescindere da diete e sport. Credo sia per questo motivo che mi manca l’aria ogni volta che indosso una camicia.
Ma c’è lei che mi fa mangiare sano.
Ricordarsi in ordine sparso: spegnere le luci, prendere le chiavi, portafoglio preso, mettere allarme, attivare irrigazione per terrazzo, chiudere con tutte le mandate la porta se no questa nuova generazione di ladri hi-tech sarebbe in grado di entrare con uno “swipe up” comodamente nel mio salotto. In ascensore per la prima volta posso respirare un istante, fare finta di aggiustarmi i capelli, dare una risposta sboccata sulla chat degli amici di Roma e nel mentre cercare una Car2GO che non sia a sette chilometri di distanza. A Milano prendere queste macchinette è addirittura diventato chic. Smorza lo status, non è cafone come chiamare un Uber. E poi questo mantra che ripetiamo, “posso andare dove voglio!”, ci inganna e ci confonde. Mai prese tante multe come da quando esistono. Mi converrebbe un autista vestito in livrea che all’occorrenza possa diventare un bodyguard, il mio chef, il mio migliore amico o in casi eccezionali anche un mio sicario. Costerebbe meno, giuro.
Ma meno male c’è lei che tiene i conti di casa.
Una volta risolto il problema del riconoscimento facciale per aprire la macchina, sul sedile di destra individuo i soliti oggetti smarriti di chi mi ha preceduto. Il massimo l’ho raggiunto quando ho trovato un cagnolino di quelli minuscoli che mi guardava con gli occhi di fuori e la lingua a penzoloni sulla sinistra e quando mi sono accorto che qualcuno aveva dimenticato un comodino dell’Ikea già montato. Credo fosse uno Strongourt. Anzi ne sono sicuro, perché una delle nostre strategie è comprare tutti i nuovi prodotti della casa svedese, copiarli e farli realizzare con materiali di lusso. Che la gente voglia qualcosa di originale nelle proprie case, è un falso mito. O meglio, si parte sempre con quella ambizione, ma poi, dopo una o due riunioni, si torna all’ovvio e i clienti, sentendosi in colpa, ti chiedono di realizzarlo in cristallo o plexiglass, con l’ultimo ritrovato di poliestere o con una corteccia strappata tout court da un albero secolare dell’Amazzonia settentrionale. Grazie a dio, il navigatore delle macchinine è sempre aggiornato e riesce a non portarti in strade diventate ieri vicoli ciechi causa ingigantimento della metro, che a Milano è un’istituzione come l’aperitivo e la “bamba”, e quindi, se tutto andrà bene, arriverò esattamente con quindici minuti di ritardo all’ennesima inaugurazione di un nuovo incredibile (qui è tutto incredibile) concept store dove puoi incontrare chiunque. Va da sé, che, inebriato da questa eventualità basata sulla sorte, io non possa che andarci.
Meno male c’è lei, che sicuramente arriverà puntuale.
Mi accendo una sigaretta, come sempre, appena capisco che non dovrò fare telefonate, tanto tutti quelli con cui devo parlare staranno lì a fare la fila per accaparrarsi un bicchiere di champagne scadente. In una città in cui oggi se fumi sei un terrorista a piede libero, riuscire a fumartene una senza che nessuno ti guardi con quegli occhi da “cyber-salutista-compulsivo-greta-thunberg” è un privilegio. La cosa che mi stupisce di più è questo bisogno di azzerare vizi e debolezze, di non mostrarsi vulnerabili verso ciò che ci piace davvero. Non riesco a vivere una vita solo di avocado toast e centrifughe. Non ce la faccio, sono figlio degli anni Ottanta e Novanta, con le bibite gasate, i coloranti come contorno, i carboidrati, la pizza bianca, la birra in lattina e il burro. Combatto per non dimenticare da dove vengo, ma è davvero difficile.
Questa città sa quello che dice e lo grida senza sosta. Ha questa capacità di entrarti dentro e ristrutturare tutto quanto. È come se mi parlasse, anche quando dormo, per programmarmi a commettere un omicidio, il mio. Dio, se mi mancano i pomeriggi romani, quelli in cui alle 17,30, in base a dove sei, sai perfettamente se la tua giornata è finita oppure no. Una cosa al giorno, se sei fortunato due. Milano è un accumulatore seriale, Roma è minimalista o meglio, è un po’ naïf. Questo non vuol dire che sia meglio, anzi, è frustrante se hai un sogno da realizzare, ma superata una certa età, quando hai la pancia abbastanza piena, inizia a mancarti quella sensazione che ti fa stare in pace con i sensi e con il cuore e che ti fa venir voglia di dire: «Scialla!» alla finestra correndo il rischio che il tuo vicino ti mandi a fanculo.
Meno male c’è Angelica che mi sta tenendo un parcheggio vicino all’entrata.
Appena scendo dalla macchina sento il suo profumo alla pesca che mi arriva dritto su per le narici e lì rimane per almeno due minuti, senza mai affievolirsi. Riesco a malapena a salutarla, lei è su di giri, nel senso che sono in ritardo, e questa cosa le dà un enorme fastidio. Angelica è così, si infastidisce quando viene lasciata sola anche se si tratta appena di dieci minuti. È la sua formalità che mi ha rapito, il suo eccessivo desiderio di sembrare perfetta, accomodante, semplice da decifrare. Non sente quel bisogno che molte donne hanno di essere scoperte. Lei è quello che appare. Ho sempre pensato che questa fosse la sua arma di seduzione, quella che le dà il potere di piacere agli uomini e di conquistarsi spazi nel mondo. In fondo quando sei così lineare, così priva di spigoli, tutto dovrebbe andare sempre nella giusta direzione. Tutto. Amo il suo ordine maniacale, il suo punto di vista, il suo carattere, e il giudizio che gli altri nutrono su di lei.
«Sei in ritardo…»
«Sì scusa, problemi con la camicia, non sai come mi manca l’aria.»
«Be’, rifacciamole queste camicie! Non è possibile che passi la vita a lamentarti!»
Questo uso del plurale su un qualcosa che è personale, mio, l’ho sempre detestato.
Ma ho scoperto nel tempo che è pratica di molti esseri viventi.
“Facciamo che domani fai questo, paghiamo le bollette, prenotiamo il ristorante, risolviamo il problema del riscaldamento, inviamo il progetto per l’avvocato Melchiorri…”
Usiamo il plurale perché ci vergogniamo di dire che non vogliamo farlo noi, come se utilizzare questo escamotage ci facesse sentire meno pigri o furbi. Anche io lo faccio, senza accorgermene, me ne vergogno, ma ci sono dentro con tutte le scarpe. Anzi, ci SIAMO dentro con tutte le scarpe.
Angelica saluta i presenti con un’eleganza e un modo di fare da dama del Cinquecento. Ci sa fare, è innegabile. Affabile, gentile, a suo agio. Si fa volere bene perché la sua educazi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prometto a me stesso la felicità
  4. PRIMA PARTE
  5. SECONDA PARTE
  6. Copyright