Il richiamo del K2
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Il richiamo del K2

La dura lezione della montagna

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il richiamo del K2

La dura lezione della montagna

Informazioni su questo libro

Quell'immensità e perfezione. Quell'assenza di lati deboli. Ne avevo timore e ne ero irresistibilmente attratta. Lei, la Montagna Grande, il Chogori in lingua balti. Mi sembrava così inarrivabile che divenne subito il mio ideale.

Il K2, la Regina fra i giganti di roccia e ghiaccio sulla Terra, esercita un fascino a cui non puoi sottrarti. Tamara Lunger, una delle più forti alpiniste del mondo, aveva già conquistato il K2 nell'estate del 2014. Ma, nel 2020, complici diversi fattori - la pandemia, lo shock per aver visto l'anno prima Simone Moro scivolare in un crepaccio del Gasherbrum, un periodo emotivamente sofferto -, ne ha sentito di nuovo il richiamo potentissimo e ha deciso di affrontare la Regina di tutte le Montagne in inverno. È nata così la spedizione unica e agghiacciante che Tamara racconta in questo eccezionale diario di viaggio. All'entusiasmo iniziale, ai legami profondi che si creano con i compagni di cordata e d'avventura, subentrano a poco a poco la fatica, gli imprevisti, finché non irrompe tragicamente la morte, per ben cinque volte, sotto gli occhi di Tamara che la descrive in presa diretta. Ma dalle sue pagine toccanti emerge anche come proprio in queste circostanze drammatiche, sotto lo sguardo glaciale del K2, Tamara si sia per la prima volta trovata faccia a faccia con se stessa. È infatti questa la rivelazione che l'alpinismo d'alta quota può dare: la forza della Natura è incommensurabilmente superiore a quella della minuscola specie umana. Noi, piccoli uomini e piccole donne, non potremo mai imporci sulla Montagna, dovremo solo rispettarla. E la Montagna ci insegna però - talvolta con durezza, prendendosi delle vite umane - a capire noi stessi. Come è successo a Tamara Lunger.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817159609
eBook ISBN
9788831805384

Il richiamo del K2

dicembre 2020-febbraio 2021

K2, la mia dea

28 dicembre 2020, Baltoro – Pakistan

Oggi la rivedrò. Ma non ho voglia di affrettarmi. Cerco di prendermi il giusto tempo per godermi l’incontro. Voglio costruirlo, passo dopo passo, questo momento, per essere pronta ad afferrare quel segnale che attendo da molto. Mi sento come dovessi incontrare una persona amata, una delle più belle anime di questo pianeta. Sì, per me il K2 è femmina. Per questo l’ho sempre considerata una dea.
È stato così dal primo momento che l’ho vista. Era il 2012, l’anno che ho salito con gli sci la seconda vetta più alta del Pamir, il Muztagh Ata. Subito dopo ho tentato il Broad Peak con Paul Augscheller. Ed è proprio in quella spedizione che ho visto la “mia” montagna per la prima volta. Non saprei come altro dirlo, ma mi ha letteralmente conquistata infondendomi rispetto e quasi paura.
Quell’immensità e perfezione. Quell’assenza di lati deboli. Quello slancio ma anche quella severità e difficoltà, mi toglievano il fiato. Il K2 è la seconda vetta più alta della Terra, dopo l’Everest, ma è la più difficile di tutte le grandi vette che superano gli ottomila metri. Bellezza e difficoltà insieme.
Ne avevo timore e ne ero irresistibilmente attratta. Lei, la Montagna Grande, il Chogori in lingua balti, mi sembrava così inarrivabile e impossibile che divenne subito il mio ideale. La regina incontrastata del Baltoro e dei miei desideri.
Forse sarebbe rimasta così per sempre. Un sogno bello e irraggiungibile. Troppo difficile ma troppo sacro, anche solo a pensare di avvicinarlo. Un po’ come quei primi amori giovanili, così puri e assoluti da rimanere per sempre relegati nel mondo delle fantasie.
A darmi la spinta decisiva per intraprendere la spedizione ci aveva pensato una delusione d’amore. In realtà una botta terribile. Avevo investito molto in quel rapporto, ero sicura di aver trovato la persona giusta. E, confesso, mi vedevo già costruire una vita con lui. Di più, sognavo anche di avere dei figli.
Ero così triste… Così arrabbiata che non riuscivo a trovare pace. Ti domandi perché sia accaduto, ben sapendo che non troverai una risposta definitiva. Senti di aver perso tutto e, allo stesso tempo, vuoi ridare subito un senso nuovo alla tua vita.
Volevo ripartire. Mostrare a me stessa quanto valgo. E anche dimenticare. Scoppiavo di voglia di fare, di montagna. Poi, quando Giuseppe Pompili mi ha chiesto se volevo aggregarmi alla loro spedizione, i miei pensieri sono stati tutti per il K2. Mi dava forza la sola idea di partire. Volevo andare in cima, e mi vedevo già in cima. Non mi era mai successo. Non con quella intensità, almeno.
Il 26 luglio 2014 ero in vetta al K2. Con Nikolaus “Klaus” Gruber, il mio grande compagno di spedizione, eravamo partiti dal campo 4 a mezzanotte e venti. Avevamo aspettato che le altre cordate si avviassero perché volevamo evitare la coda e goderci la salita.
Stavo benissimo. Troppo bene, tanto che già sul fare dell’alba li abbiamo raggiunti, a circa 8.200 metri di quota, sul Collo di bottiglia, il difficile passaggio che immette alla zona superiore della montagna, agli ultimi fondamentali e faticosissimi 450 metri.
A un certo punto avrei voluto anche sorpassarli, tanto ero impaziente. Guardavo l’orologio, avevo paura che diventasse troppo tardi. Presa dall’ansia, ho anche tentato di superarli, ma era impossibile: fuori dalla traccia si sprofondava fino alla cintola.
Così ho aspettato, come era giusto fare. Poi, saranno mancati 300 metri alla cima, chi stava davanti si è fermato per mangiare qualcosa. Non chiedevo altro: li ho superati.
Da lì fino alla vetta è stato bellissimo. Ero in stato di grazia e non stavo nella pelle dalla gioia. Ero concentrata. Finalmente andavo al mio ritmo. Volevo solo la cima, quegli 8.611 metri che sono arrivati come un sogno.
Quasi non riesco a descrivere la felicità, il senso di pienezza. Ho pianto e ho ringraziato la montagna per avermi permesso di salire fin lassù. Era stata buona con me. Paziente anche. Quasi non ci credevo: ero arrivata in vetta al primo tentativo. Davvero non potrò più scordare quei momenti.
Sono stata in cima un’ora ad attendere Klaus. Poi, la discesa. Pensavo solo ad arrivare alla nostra tenda. Sognavo di crollare in un sonno ristoratore. In realtà, quella notte non ho quasi chiuso occhio. Sapevamo di non poter abbassare la guardia. E il vero abbraccio, con Klaus, ce lo siamo dati al campo base avanzato. È stato molto bello, perché i responsabili delle agenzie ci aspettavano; anzi, ognuno aspettava il ritorno dei propri membri impegnati nel tentativo di vetta. Così, quando siamo arrivati, quasi si sono sorpresi: per primi eravamo scesi noi, cioè proprio quelli che erano saliti fino in cima senza ossigeno. Ci hanno dato tè e biscotti e volevano portarci lo zaino fino al campo base. Cosa che neanche volevo, perché tutta quella salita incredibile per me si concludeva solo con l’arrivo al campo base.
Ce l’avevamo fatta, e a me sembrava ancora incredibile. Troppo bello per essere vero.
Arrivata al campo base la prima cosa che ho fatto è stata lavarmi nel ruscello sul ghiacciaio. Per rinfrescarmi e poi anche per sentirmi un po’ meno sporca, dopo tutti quei giorni passati sulla montagna. L’ufficiale di collegamento me lo voleva proibire, ma niente e nessuno poteva fermarmi: volevo assolutamente compiere questo rito liberatorio.
Avevo scalato la mia montagna. Ero la seconda italiana, dopo l’immensa Nives Meroi, a salirla senza ossigeno. E anche questo mi riempiva di gioia. E, in parte, mi metteva in pace con me stessa per averne fatto uso al Lhotse. Lì, nel giorno della cima, avevo usato la bombola d’ossigeno: avevo respirato ossigeno supplementare solo per un breve tratto, per evitare dei probabili congelamenti ai piedi, ma non ci sono scuse. Per come intendo io l’alpinismo d’alta quota, il Lhotse non è da contare. Per questo il mio primo ottomila vero è stato il K2.
Devo molto a quella salita. E devo tutto al K2. Quell’esperienza mi ha dato una nuova consapevolezza di me stessa. Un nuovo modo di percepire le cose e la vita. E mi ha fatto capire che quello era ciò che volevo e anche ciò che cercavo. Volevo essere un’alpinista, volevo scalare le grandi montagne e vivere grandi avventure.
Il mio sogno di sempre, realizzato grazie al K2. Devo a quella salita anche le prime vere sponsorizzazioni. E in definitiva anche tutto quello che è arrivato dopo. È chiaro, quindi, che non mi ha stupito ritrovarla, quasi improvvisamente, ancora al centro della mia esistenza e dei miei pensieri.
È successo al ritorno dalla spedizione invernale sui Gasherbrum. Nel giro di pochi giorni eravamo passati dalla libertà delle montagne al lockdown per la pandemia di Covid-19. Eravamo precipitati tutti in una tragedia inimmaginabile.
Io non l’avevo presa bene, mi sentivo una tigre in gabbia. Anche perché stavo ancora elaborando l’incidente della caduta nel crepaccio. Se da un lato mi aveva fatto capire che sapevo reagire sotto pressione, dall’altro confermava quanto, in quelle situazioni, sia importante la testa. E quanto sia fondamentale l’armonia tra il fisico e la mente.
Appunto, la testa che anche in quel momento non mi dava pace e non voleva saperne di stare tranquilla, insensibile al fatto che altro non si poteva fare. Come in montagna, insomma, quando c’è brutto tempo: inutile fare le bizze, occorre solo aspettare. Sembra facile a dirsi, ma per me quasi impossibile da realizzarsi. È sotto questa spinta che, facendo di necessità virtù, ho cercato come allenare, oltre al corpo, anche la mente.
Dopo varie ricerche la scelta è caduta su un corso online di meditazione e motivazione di gruppo. Un’attività che mi è piaciuta da subito e che alternavo al live training per gli iscritti al mio canale Instagram. Un’esperienza bellissima che mi ha aiutato non solo a superare quel periodo così difficile ma anche a instaurare un bellissimo rapporto con chi mi seguiva. Un’esperienza di condivisione che mi ha arricchita e che mi ha insegnato molto.
Per quanto riguarda la meditazione, invece, la sorpresa è arrivata quasi subito: oltre al beneficio, ogni step e ogni esercizio portavano con sé un pensiero, anzi: una presenza ricorrente. Quando, per esempio, ho dovuto dichiarare al gruppo un mio obiettivo è saltato fuori, del tutto inaspettatamente, il K2. Poi, se dovevo visualizzare e concentrarmi su una situazione, mi vedevo sempre sulla sua vetta. Come non bastasse, mi telefonò un mio amico, Andrea della Valle del Tesino, per dirmi che mi aveva sognata. Dove? Naturalmente sempre in cima alla mitica montagna. Anche una certa Heidi, altoatesina come me, mi ha scritto che mi augurava tutto il meglio per il mio sogno…
Il tempo passava. Avevo portato a termine anche le dirette web con il cuore pesante: mi sembrava veramente un peccato non vedersi più due volte alla settimana per allenarsi e sudare tutti insieme. Ma volevo dedicarmi di nuovo alle possibilità che la vita, ora più libera, mi offriva.
Il lockdown più duro era finito ma le coincidenze continuavano. Mi è capitato, ad esempio, anche in una seduta di yoga, che la “visione” del K2 facesse prepotentemente capolino. Mi venivano la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. Già lo sapevo: questo era il segno.
Intanto, con l’estate era arrivato il mio tour dell’Italia. In quel viaggio, durante il quale ho attraversato in camper tutto il Paese salendo la cima più alta di ogni regione, mi sentivo veramente trasportata da un flusso positivo. Stavo molto bene. Avevo un’energia sempre molto alta. Ho incontrato tante persone e da ognuno sentivo di ricevere qualcosa.
Moltissima gente mi seguiva e mi salutava anche quando mi incontrava sulle diverse cime del mio tour dell’Italia. Dalle più famose, come il Monte Bianco, l’Etna, il Gran Sasso, il Monte Rosa, fino al Monviso e all’Ortles. A quelle meno conosciute ma non per questo meno affascinanti, come il Monte Saccarello e il Monte Cimone, la Punta La Marmora, il Monte Pollino, la Serra Dolcedorme e il Monte Cornacchia. E molte altre ancora per un tour che mi ha davvero aperto l’anima e il cuore.
In tanti mi dicevano che si erano allenati con me durante il lockdown, riempiendomi di gioia. Tutto era splendido, luminoso e raggiante. Mi sembrava che l’Italia intera sorridesse.
Quell’esperienza mi ha dato tantissimo e mi ha fatto capire che potevo stare benissimo anche da sola, cosa che per me in quel momento era molto, ma molto, importante.
E continuavo a pensare al K2. Non che avessi deciso qualcosa, ma quella montagna, quella mia montagna, continuava ad abitarmi nei pensieri. E, sempre più spesso, era con me. Volevo ritornare lassù, e volevo ritornarci d’inverno. Ma ancora prendevo tempo. Ero forse io che inconsciamente influenzavo quei miei sogni?
Comunque fosse, ormai il tempo di programmare le spedizioni si avvicinava. Bisognava decidersi. Così ho cominciato a sondare il terreno in giro. Simone Moro, ovviamente, è stato il primo a cui ho chiesto se gli sarebbe interessato provare l’invernale. Non mi ha detto di no. Si sentiva che era tentato. L’ultima invernale ancora da fare su un ottomila, la più difficile, non poteva lasciare indifferente proprio lui, l’uomo che, con quattro prime salite nella stagione più fredda, ne aveva fatte più di tutti.
D’altra parte Simone era combattuto anche per un altro motivo: sua moglie Barbara lo aveva sognato morto proprio sul K2 e lui le aveva promesso che non ci sarebbe mai andato.
A sparigliare le carte e a decidere per tutti è arrivata la chiamata di Alex Txikon. L’alpinista basco, nostro grande amico e compagno di cordata nella prima invernale del Nanga Parbat, ci invitava entrambi per l’invernale al Manaslu.
Simone ha accettato. Io, praticamente senza nemmeno pensarci, tra me e me ho pensato: Grazie, ma no. Nel 2015 il Manaslu non mi aveva lasciato delle belle sensazioni e, soprattutto, vedevo e pensavo solo a una cosa: volevo tentare l’invernale che mancava sulla montagna che amavo più di tutte.
A dire il vero mi ero anche un po’ stupita della mia decisione. Quel mio “no” significava che con me non ci sarebbe stato Simone. È lui che mi ha iniziato all’alpinismo e all’Himalaya. Da lui ho imparato ogni cosa che so sull’ascensione invernale sugli ottomila, e non solo. Con lui ho condiviso tutte le ultime spedizioni. Il tentativo d’inverno al Manaslu. L’indimenticabile Nanga Parbat, con la prima invernale di Simone, Alex Txikon e Ali Sadpara e la mia rinuncia a settanta metri dalla vetta. Il tentativo di traversata del Kangchenjunga. La prima salita invernale sul freddo Pik Pobeda, in Siberia. E poi, i Gasherbrum con quella caduta nel crepaccio, e quel salvataggio in extremis, che forse in qualche modo preannunciava anche questa sorta di “distacco”.
Sapevo che sarebbe successo: prima o poi doveva accadere. A volte lo prendo anche in giro dicendogli che non gli sono rimasti poi così tanti anni per andare in spedizione. Lui, sornione, mi assicura sempre che smetterò prima io. La verità è che un po’ dispiace a tutti due. Per me lui è, e resterà, sempre un punto fermo, una sicurezza.
Era deciso dunque. Non restava che trovare un compagno per quella nuova avventura. Così ho chiamato Alex Gavan, che ha all’attivo sette ottomila ed è sicuramente l’alpinista più famoso della Romania. Lo conoscevo dal 2014, e mi sembrava un bel tipo. L’avevo incontrato durante il trekking sul Baltoro: lui era diretto al Broad Peak mentre io al K2. Da subito ci siamo trovati simpatici e avevamo deciso di fare un po’ di strada assieme. Io lo prendevo in giro perché arrivava sempre dopo di me ma, siccome è anche fotografo, per lui è importante fermarsi a fare le foto migliori. «Perché non faccio solo click» mi aveva spiegato, «ci vuole tempo per catturare l’immagine giusta.» Poi ero andata a trovarlo al suo campo base e lui era venuto da me. Gli ho anche prestato una piccozza per andare in cima al Broad Peak, la stessa che avevo in vetta al K2. Da allora non avevamo più avuto occasione di trovarci sulla stessa montagna, anche se ci eravamo incrociati un paio di volte a Kathmandu. Mi diceva: «Dài, andiamo a fare una cosa assieme, facciamo un’invernale assieme», ma andavo sempre in spedizione con Simone e non ne sentivo la necessità. Adesso mi era tornato in mente e l’ho chiamato per questa idea dell’invernale al K2.
«Alex» gli ho chiesto, «sai perché ti chiamo?» Lui non ci ha pensato nemmeno un secondo: «Perché noi quest’inverno andremo insieme al K2». Era un altro segno e ho davvero pensato che fosse destino. La decisione era presa: andiamo!
Ero gasatissima. Sembrava tutto scritto e già ci immaginavo in cima. Ci credevo con tutta me stessa.
Ormai non manca molto. Sto per arrivare all’appuntamento che aspetto da giorni. Ripenso alle ultime raccomandazioni di Simone. «Sta’ attenta» ha insistito più volte, «Fa’ le cose con la testa. Sai che è una montagna durissima, la più difficile, specialmente d’inverno.» E poi: «Sai che per te ci sono e ci sarò sempre. Chiamami e vengo a prenderti, a tirarti giù dovunque tu sia. In qualsiasi situazione».
Ecco, ci sono. Sono arrivata al Circo Concordia. Juan Pablo Mohr, per tutti JP, e Sergi Mingote, i compagni di viaggio con cui ho subito legato, mi hanno preceduta.
Qui confluiscono i ghiacciai dal K2 (Godwin-Austen glacier), dal Broad Peak (Broad Peak glacier) e dai Gasherbrum (Abruzzi glacier). È uno dei posti più belli del mondo, di sicuro il più bello che io abbia visto. Un vero e proprio santuario della montagna e della bellezza della natura. Mi dispiace solo ci sia ancora chi continua ad abbandonare i propri rifiuti, come mi è capitato di vedere soprattutto d’estate, anche in un luogo così sacro.
È da questo grande anfiteatro che...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. Il crepaccio
  5. Il richiamo del K2. dicembre 2020-febbraio 2021
  6. Epilogo
  7. Ricordare tutto
  8. Ringraziamenti
  9. Inserto fotografico
  10. Copyright