L'ultimo giorno di scuola
eBook - ePub

L'ultimo giorno di scuola

  1. 300 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'ultimo giorno di scuola

Informazioni su questo libro

L'anno scorso, Ollie Morcomb era tra i ragazzi più popolari della scuola, le giornate scorrevano lisce e le cose gli andavano bene. Ma, dopo l'incidente, tutto è cambiato. Ora è un emarginato, uno degli obiettivi preferiti dai bulli, che stanno trasformando la sua vita in un inferno. Oggi, l'ultimo giorno di scuola, Ollie ha portato ai bulli un regalo. Una bomba artigianale.
Che cosa spinge uno studente modello a pianificare una vendetta così disperata? Riusciranno a fermarlo in tempo? Ambientata in un giorno soltanto, una storia potente che racconta cosa può accadere nella testa dei ragazzi che soffrono in silenzio, prima di esplodere, e di quanto sia difficile crescere, oggi più che mai.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817157520
eBook ISBN
9788831804844

LA PICCOLA MONTATURA DI OLLIE MORCOMBE

Due mesi fa
Ci era stata spacciata come una gita per fare gruppo: due notti in campeggio prima delle vacanze di Pasqua per tutti gli alunni dell’ultimo anno che avevano deciso di proseguire gli studi. Adesso, ogni volta che Mr Clark parla di quella escursione, durata solo una notte prima di essere annullata, la chiama con un altro nome. La definisce la mia piccola montatura.
Non sarei dovuto andare, lo feci solo perché io e il nonno eravamo sul punto di litigare. In particolare, sul veleno per le lumache. Ogni sera cospargevo il tappeto della mia stanza e il davanzale della finestra di palline blu. E ogni mattina lui le aspirava. E toglieva il nastro isolante che attaccavo attorno alle finestre e le riviste arrotolate che incastravo tra il pavimento e il battiscopa. Continuava a infuriarsi con me per tutto quel disordine. E io a infuriarmi con lui per aver disfatto il mio lavoro.
Non che sembrasse fare molta differenza. Mi svegliavo comunque tutte le notti e trovavo quegli esseri viscidi e ributtanti che si contorcevano sul tappeto e si arrampicavano sulle pareti sopra il cuscino. Certe notti, intere schiere di quelli più grassi riuscivano a raggiungere il soffitto e da lì, partendo dall’angolo, si separavano per esplorare la stanza, salvo alla fine soccombere alla forza di gravità e precipitare verso il mio letto. All’alba, si rintanavano dentro quelle stesse crepe da cui erano usciti strisciando.
La mattina della gita, per una volta, il nonno non si era arrabbiato. Non mi aveva detto di smetterla di comportarmi come uno stupido. Anzi, mi aveva assicurato che mentre ero via avrebbe fatto sollevare il pavimento della mia stanza ed eliminato quell’infestazione una volta per tutte.
Così, salii sul pullmino come previsto, con due terzi della mia classe. Equipaggiato con un audiolibro di John le Carré sull’iPod e una copia tascabile del Giovane Holden, passai il viaggio ascoltando e leggendo contemporaneamente. Erano stati due dei miei libri preferiti una volta, ma ora avevano l’unico compito di distrarmi, di tenermi occupato. Era un sistema che avevo escogitato da poco per evitare di sentire rumori sospetti. Grazie a quello, e al ritmo con il quale prendevo fiato ogni otto parole, ero riuscito a completare i settantatré minuti del viaggio senza dover chiedere neanche una volta a Mr Farley di accostare.
La nostra destinazione era un forte sperduto nella campagna del Surrey, costruito, così ci era stato detto, nel diciannovesimo secolo, per proteggere Londra da un’invasione francese. Sbarcammo in un campo dove tutti si affrettarono ad assicurarsi un posto nelle tende da quattro con i propri compagni preferiti. Io evitai lo sforzo e ignorai le urla di Amit che mi chiedeva di seguirlo, finendo così per condividere un decrepito affare marrone con Lei Pang e Craig Lowe. I fratelli Mackie l’avevano subito ribattezzata “la tenda orrenda”.
Il mio contributo al pomeriggio di orienteering fu ininfluente. Mi limitai a seguire la mia squadra nel fitto del bosco, guardando la mappa stropicciata e la bussola ma senza mai leggerle. Tornato alla base, la mia partecipazione a un gioco sulla fiducia si rivelò una vera perdita di tempo per tutti: bendato, non c’è stato verso che mi lasciassi cadere all’indietro nella convinzione che qualcuno mi afferrasse. Alla fine mi concessero di andarmi a sedere e lasciar perdere. Mentre calava il buio, ci distribuirono alcune mini balestre per tirare a bersagli di paglia con una volpe disegnata sopra. Io me ne rimasi bene a distanza, trasalendo tutte le volte che sentivo il clic di una freccia che si agganciava nel meccanismo a pistola. Quando fu il mio turno, caricai e tirai in un solo movimento, senza preoccuparmi di mirare. Non ci tenevo a infilzare un animale, vero o dipinto che fosse.
Non avevo in programma di dormire quella notte. Avevo già previsto di starmene sdraiato sveglio fino all’alba, e infatti crollai non appena si spensero le luci.
Come il lamento di una sveglia che si insinua nella colonna sonora di un sogno, quel «Morcombe» sussurrato mi sembrò inizialmente provenire dalla mia testa. Quando mi svegliai, Lei russava e Craig respirava pesantemente dal naso. Mentre mi agitavo disorientato, lo sentii di nuovo.
«Morcombe.»
Gli occhi si adattarono al buio. Misi a fuoco il viso di Dimi Kyrkos che sbucava dall’apertura della tenda.
«Lasciami in pace» gli risposi sottovoce, rannicchiandomi nel sacco a pelo e coprendomi la testa. Mi rimisi a dormire, l’odore del detersivo del nonno sulla biancheria mi offriva una specie di conforto.
All’improvviso, sentii uno schiaffo sulla tela accanto a me. Mi misi seduto. «Alzati, Morcombe» sibilò la testa vicino alla mia, dall’altra parte della tenda.
Sgusciai fuori dal sacco a pelo e raggiunsi l’entrata strisciando. «Che c’è?» chiesi, rivolto al buio del campo.
Dimi ricomparve. «Vieni con me.»
«Che ore sono?»
«Le tre. Le quattro, forse. Chi se ne frega?»
La necessità pressante di rimettermi a dormire mi aveva abbandonato. Ormai ero completamente sveglio e sapevo che non avevo più alcuna possibilità di riappisolarmi. «Che vuoi?»
Lei grugnì e si coprì la testa con il cuscino. «Vieni a vedere, ti piacerà» disse Dimi, il sorriso che si diramava da un angolo della bocca.
Mi sedetti sulla passerella di legno e mi afferrai le ginocchia.
«Dai» disse.
Controvoglia, presi le scarpe da ginnastica e misi i piedi sull’erba bagnata. Lui si voltò e si incamminò, facendomi cenno di seguirlo.
La foschia si infittì mentre scendevamo lungo la collina, raggiungendo alla fine la bassa staccionata che ci separava dal bosco. Rimasi fermo, mentre lui la scavalcava.
«Cazzo, muoviti, Morcombe» disse Dimi, il viso che si scorgeva a malapena nel buio.
«Io torno indietro» affermai.
«Dai, amico, mancano solo due minuti.» Tutto a un tratto la sua voce era diventata calda. Non eravamo mai stati grandi amici, ma come per tutti i miei nemici alla Five Oaks, c’era stato un tempo in cui eravamo in rapporti decenti.
Guardai la collina dietro di me. La visibilità era terribile. C’erano ottime probabilità che avrei faticato a ritrovare le tende. Mi accovacciai e mi infilai tra le due assi della staccionata.
«Bravo» disse lui, tirando dritto, tanto da costringermi a sbrigarmi per non perderlo di vista.
Mancavano più di due minuti. Molti di più. L’aria fredda mi congelava la tuta a contatto con la pelle. Una nuvoletta di vapore mi usciva di bocca a ogni respiro corto e incerto. Dimi rallentò il passo, mentre il gorgoglio dell’acqua diventava sempre più forte. Eravamo vicini al fiume, eravamo già passati di qua facendo orienteering.
La capanna di legno sulla riva aveva attirato la mia attenzione nel pomeriggio. Poco più che una sgangherata casa sull’albero, la sua presenza aveva un aspetto innocente. Ma la vista di quell’esterno privo di finestre che si protendeva per una parte sul corso d’acqua sottostante mi aveva inquietato. Come passare davanti a una casa rasa al suolo da un incendio, o tenere tra le mani una vecchia maschera antigas, la sua curiosa minaccia mi aveva colpito. E adesso, forse dodici ore dopo, mi trovavo di nuovo qua.
L’ingresso era solo a un paio di gradini dal terreno, ma l’estremità opposta della casetta era sospesa nell’aria, protesa oltre la riva.
«Dopo di te» disse Dimi, facendomi cenno di entrare.
Solo dopo aver guardato all’interno, mi accorsi che in fondo alla capanna c’era un’altra apertura a strapiombo sul fiume. Appena oltre, una grossa corda penzolava sull’acqua, legata al ramo di un albero soprastante. Era chiaro che si trattasse di un’altra attività del forte: lanciarsi attraverso il fiume e atterrare sulla passerella di legno sulla riva opposta.
Appena misi piede all’interno, il pavimento scricchiolò.
«Ciao, Oliver» disse Nate Mackie. «Carino da parte tua venirci a trovare.»
Mi voltai e mi ritrovai la sua faccia bianchiccia che brillava come una luna piena e velata nell’angolo accanto alla porta. Barcollai verso l’altro lato della capanna.
«Attento a dove metti i piedi» disse Joey, acquattato nell’angolo opposto. Feci un salto all’indietro per evitare di calpestarlo. Dimi era rimasto sulla soglia, braccia e gambe divaricate a bloccare il passaggio da cui ero entrato.
Mi trascinai fino a trovarmi quasi accanto alla porta che dava sul fiume. I miei occhi si spostavano veloci tra i due fratelli e il ghigno sul viso di Dimi. Joey allungò una mano tra le gambe e tirò qualcosa verso di sé con uno schiocco metallico familiare. Il suo sorriso continuò ad allargarsi, mentre lentamente sollevava la balestra fino a puntarmi la freccia contro il petto. «Questo è più divertente che sparare a una volpe, non credi, Morcombe?» disse.
Nate strappò la linguetta di una lattina di birra, passandola a Dimi, prima di berne un sorso. «Ne vuoi anche tu?» mi chiese. «Un’ultima bevuta?»
Provai a parlare, ma le parole non uscivano. Le mani che tenevo contro i fianchi tremavano. Sulle guance mi scorrevano le lacrime. Alla fine, una supplica lamentosa, «Non farlo, ti prego», fu tutto quello che riuscii a spremere da dentro.
Dimi ripeté la frase con lo stesso vibrato stridulo con il quale l’avevo pronunciata. I tre scoppiarono a ridere e brindarono con le lattine.
Mossi un altro passo verso l’apertura e mi aggrappai all’infisso nel tentativo di bloccare il tremito che mi correva lungo il corpo.
Nate allungò una mano sotto la cassa delle birre. «Cos’abbiamo qua?»
Per primo comparve il manico di plastica ricurvo, con le scanalature per le dita. Nate continuò a tirarlo fuori, rivelando centimetro dopo centimetro la larghezza della lama. Dopo averlo estratto del tutto, sollevò quell’enorme coltello fino a portarlo all’altezza del naso. «Guarda cos’ho qui, Morcombe.»
Con l’indice sfiorò il bordo seghettato. Un machete grande quasi quanto una sciabola da pirata, quell’arma aveva un aspetto familiare. Era identica a quella nella foto sui manifesti della polizia che c’erano in giro per la scuola per invitare a consegnare i coltelli illegali.
«Perché lo fate?» chiesi, la frase che si spezzava nel momento stesso in cui abbandonava le mie labbra tremolanti.
Tutti e tre mi fissarono in silenzio. Il rumore del fiume che scorreva sotto riempiva la capanna.
«Perché non vali niente» disse Joey alla fine.
«Perché è divertente» aggiunse Nate, come se fosse ovvio.
Dimi continuava a bloccare il passaggio. Disarmato e silenzioso, era in qualche modo verso di lui che provavo l’odio maggiore.
Nate si rialzò e puntò il machete contro di me. «Afferra la corda, Morcombe.»
Joey prese posizione al centro della stanza, la balestra ancora rivolta verso il mio petto.
«Ti prego» implorai.
«Fai come ti dico» gridò Nate.
Fissai la punta della freccia. Poteva partire in qualunque momento e trafiggermi il cuore. Non avevo scelta. Mi sporsi reggendomi con una mano allo stipite della porta e trascinai dentro la corda.
«Facci un cappio» ordinò Nate.
«Come?»
«Fallo e basta!» strillò Joey, puntandomi contro l’arma.
«Più in alto» disse Nate, indicando con il coltello il punto esatto sulla corda. «A che serve se tocchi con i piedi?»
Feci quel che potevo, considerato il tremore violento che mi scuoteva le mani.
«Infila la testa» ordinò Joey.
«Perché?» dissi, una scia di muco che mi colava dal naso.
Nate avvicinò la sua faccia alla mia. «Perché no?» bisbigliò.
Fu Dimi a iniziare a ridere per primo. Indicò il cavallo dei miei pantaloni. I due fratelli abbassarono lo sguardo.
«Che cazzo, Morcombe» esultò Joey. «Brutto bastardo.»
«Dai, si è solo pisciato sotto» disse Nate tra le risate, pestando i piedi da...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 4,52
  4. 5,11
  5. 6,29
  6. 7,19
  7. LO SPETTACOLO. Esattamente un anno fa
  8. 7,55
  9. 8,24
  10. 8,44
  11. SOPHIA. Cinque settimane fa
  12. 10,14
  13. INSIEME, DA SOLO. Quattro settimane fa
  14. 11,38
  15. ATTIVITÀ EXTRACURRICULARI. Quattro settimane fa
  16. 12,00
  17. QUESTO SONO IO. Quattro settimane fa
  18. 12,42
  19. IL FUTURO DEL PASSATO. Lo scorso agosto
  20. IL CAPPELLO DEL BLUESMAN. Lo scorso agosto
  21. 12,57
  22. IL CONTRACCOLPO. Tre settimane e mezzo fa
  23. UNA PASSEGGIATA DI PRIMO MATTINO. Due settimane e mezzo fa
  24. 13,13
  25. ROTTAMI. Lo scorso agosto
  26. 13,35
  27. SCACCO MATTO. Due settimane e mezzo fa
  28. 13,57
  29. LA NORMALITÀ. L’autunno scorso
  30. NERVI. Più tardi lo scorso autunno
  31. 14,16
  32. LA PICCOLA MONTATURA DI OLLIE MORCOMBE. Due mesi fa
  33. 14,29
  34. 14,39
  35. 14,48
  36. 14,59
  37. 15,04
  38. 15,11
  39. 15,17
  40. ORDINE
  41. E A CASA
  42. RINGRAZIAMENTI
  43. Copyright