Il silenzio che si è creato nella stanza è pesante, mentre osservo i volti stupiti e imbarazzati della coppia di genitori che ho di fronte. Eppure giuro che non ho fatto una domanda così bizzarra, ho solo chiesto come mai la loro bambina di 5 anni faccia ancora colazione bevendo un biberon di latte, con i biscotti sciolti all’interno, sdraiata sui cuscini del divano. La timida risposta del papà è piuttosto esaustiva: «Be’, perché non abbiamo mai pensato di farlo diversamente; secondo lei, sarebbe il caso di cambiare abitudine?». Mi armo di pazienza per spiegare a questi genitori che la questione non è dover cambiare o meno un’abitudine – soprattutto perché alla figlia la novità non piacerà di certo – ma che una bambina di quell’età sia ancora trattata al pari di una neonata di pochi mesi, e che loro non si siano accorti che il gesto di cura genitoriale attivato durante la colazione non sia più adeguato all’età anagrafica della figlioletta.
I bambini di 5 anni sono pienamente in grado di stare seduti a tavola e di bere da una qualsiasi tazza, divertendosi a inzuppare i biscotti nel latte mentre raccontano i sogni fatti durante la notte a mamma e a papà. Ai piccoli, infatti, piace molto condividere con i genitori il momento dei pasti, perché li aiuta a sentirsi parte viva della famiglia e dell’organizzazione quotidiana, e permette loro di sperimentare gusti nuovi o di imparare gesti come spalmare la marmellata su una fetta biscottata.
Molti bambini e preadolescenti che si presentano nel mio
studio soffrono di un forte disallineamento tra le
competenze che possiedono in quel momento,
soprattutto riguardo alle autonomie personali e della
sfera emotiva, e quelle che dovrebbero già agevolmente
maneggiare in riferimento alla loro età.
Per quanto sia io la prima a sostenere che bambini e ragazzi non siano una tabella di marcia su un manuale e che non esista un’età X in cui venga automaticamente acquisita l’abilità Y, è però vero che ci sono delle fasi evolutive attraverso cui tutti, prima o poi, devono passare spontaneamente. Se queste tappe non vengono raggiunte, si crea un disallineamento che spesso, oggi, non è dovuto a ritardi dello sviluppo ma all’interferenza dei genitori, che attivano azioni e pretese di cura non in linea con l’età anagrafica dei loro bambini.
In psicologia, se questi atteggiamenti sono la conseguenza di un profondo stato di malessere genitoriale e interferiscono in modo massiccio con la crescita dei figli al punto da influenzarne il benessere psicofisico, si entra a pieno titolo nell’area delle patologie delle cure, in cui troviamo tre grandi capisaldi del maltrattamento infantile.
- Ipercura: ovvero la cura eccessiva ed esagerata del bambino, per esempio causandogli volontariamente ferite o sintomi medici per sottoporlo a trattamenti sanitari inopportuni.
- Incuria: ovvero l’insufficienza delle cure fisiche e/o psicologiche rivolte al bambino, per esempio non cambiandogli la biancheria intima per settimane.
- Discuria: cioè offrire al bambino cure non adeguate alla sua età, per esempio alimentando il proprio figlio di 3 anni solo con cibi omogeneizzati.
Chiaramente, la maggior parte delle situazioni che passano per il mio studio non appartiene a nessuna di queste aree, anche se alcuni casi ci si avvicinano in modo preoccupante. Il motivo? Di certo una grandissima fatica nello svolgere il ruolo genitoriale, tanto da perdere quasi completamente la visione generale dei propri figli. La sensazione che più mi accompagna quando incontro queste famiglie è che manchi la consapevolezza di chi siano i bambini e di cosa ci si possa, o non possa, aspettare da loro a seconda delle diverse età e tappe evolutive. Allo stesso modo, manca anche la capacità di affrontare i diversi passaggi della crescita.
Nel mio precedente libro, Stiamo calmi! Gestire la rabbia dei bambini senza farsene contagiare, ho dedicato diverse pagine alla difficoltà dell’essere genitori oggi, a partire dalle cause socioeconomiche (scarsa assistenza alla genitorialità nascente, poche politiche di welfare dedicate alle famiglie eccetera) e arrivando al tema delle aspettative, che ogni genitore si costruisce nei confronti del figlio che sta per nascere e che puntualmente verranno disattese nell’istante stesso in cui ci si troverà per la prima volta davanti al proprio bambino. Il concetto chiave della fatica dei genitori, cui accennavo poco sopra, è sostanzialmente questo: essere madri e padri è un compito difficilissimo, perché nessuno fornisce il libretto delle istruzioni mentre si viene catapultati nel ruolo di genitori. Si hanno a disposizione soltanto la propria esperienza dell’essere stati – un tempo – figli, una bella pacca sulla spalla da parte delle istituzioni, e gli occhi sgranati e affamati di vita del neonato. Nel frattempo, però, le aspettative della società sono altissime e rispondere in modo adeguato è quasi impossibile. Per questi motivi, molti genitori si barricano dietro l’unico gesto istintivo che viene loro in mente: proteggere e preservare.
In realtà il compito di un genitore è educare,
ovvero “condurre fuori” i propri figli dalle mura
di casa, portarli a conoscere il mondo e...
lasciare che lo affrontino da soli.
Genitori connessi in cerca di aiuto
Da qualche mese, ho aperto sul mio profilo Instagram (@iomemary) alcune rubriche che includono uno spazio di “domanda e risposta” attraverso cui interagisco in diretta con i miei follower, condividendo esperienze legate alla vita quotidiana oppure approfondendo i temi della genitorialità o del benessere psicologico di grandi e piccini. Se aveste voglia di sfogliare la manciata di storie salvate sul profilo, incappereste in un elevato numero di richieste legate a “come si fa a...” togliere il ciuccio, convincere il figlio preadolescente a studiare, far passare la paura del buio, spiegare ai bambini la separazione tra mamma e papà, e così via. La fame di risposte standard pronte all’uso è altissima e non è legata tanto al voler fare bene quanto piuttosto alla percezione di non saperlo fare senza l’aiuto di un esperto che ci guidi passo per passo. Se poi vi prendeste anche il tempo di curiosare sui profili di altri esperti – pediatra, pedagogista, educatrice –, scoprireste che la stessa tipologia di domande si ripete all’infinito, al punto da poter quasi dire che le storie di Instagram e social affini si stiano lentamente trasformando in manuali sull’età evolutiva.
Vi assicuro che, per quanto sia lusinghiero ricevere così tante richieste, se riflettiamo sull’autoefficacia del genitore medio c’è ben poco da festeggiare, perché questo bisogno di soluzioni veloci nasconde la fragilità delle madri e dei padri moderni, che si sentono talmente tanto abbandonati da ricercare in contesti effimeri e frettolosi la guida per crescere ed educare i propri figli. Certo, l’esperto di turno potrebbe anche dilungarsi in una risposta ben articolata, ma questo approccio presenta comunque dei limiti evidenti, tra cui il fatto che lo spazio disponibile su un display sia oggettivamente scarso e che il professionista a cui ci si è rivolti non sappia nulla della famiglia e dei bambini citati. Di conseguenza, si otterranno risposte assolutamente generiche, tanto da spingere i genitori affamati di sapere a cercare una corrispondenza più approfondita attraverso i direct messages o le chat. Nessuno di questi mezzi, però, può e deve essere la soluzione corretta! Il post di un blog o il video di un esperto fornisce un aggancio esclusivamente teorico e molto riduttivo, poiché l’elaborazione di una risposta efficace alla situazione di una determinata famiglia passa attraverso una molteplicità di relazioni umane che non sono sostituibili da una storia online: la relazione tra il genitore e il suo bambino, la relazione tra quel bambino e il mondo a cui appartiene, e il rapporto tra la famiglia e gli esperti in carne e ossa che conoscono le dinamiche dei due punti precedenti e quindi hanno la competenza necessaria per poter essere di aiuto. Vi porto un esempio.
Nel corso di una puntata della Monday Routine, una delle rubriche del mio profilo Instagram, una mamma ha scritto nel box delle domande: «Come posso togliere il biberon a mio figlio di 4 anni?».
La mia risposta, rispetto a quel contesto, è stata: «Smettendo di metterlo a tavola e rinforzando il bambino sul fatto che abbia la capacità di poter usare una stoviglia più adeguata alla sua età».
Qualche giorno dopo ho ricevuto un messaggio nella sezione dei direct message:
Gentile dottoressa,
sono la mamma che qualche giorno fa le ha chiesto un consiglio su come togliere il biberon al proprio figlio. Ebbene, la mattina dopo gli abbiamo messo in tavola direttamente la tazza con il latte e i biscotti, ma lui l’ha rifiutata, ha pianto disperato fino a farsi venire il vomito e da quel momento rifiuta categoricamente di bere il latte a colazione. Vuole il succo di frutta, che beve correttamente dal bicchiere, e uno yogurt. Secondo lei, va bene così o abbiamo esagerato nel fare il passaggio?
Quando ho letto il messaggio sono impallidita: certamente non era quello il modo migliore per proporre un tale cambiamento! Ho subito risposto alla mamma dicendole che, in effetti, la reazione del figlio non era stata tra le più serene e, sebbene il piccolo avesse trovato il suo modo per adattarsi alla nuova colazione, sarebbe stato opportuno parlargli di ciò che era accaduto per spiegargli che l’obiettivo di quella novità era il passaggio a uno strumento più adatto alla sua età e non privarlo del latte, che aveva sempre apprezzato. Ho suggerito alla mamma che, prima di proporre un cambiamento d’abitudine così radicale, avrebbe potuto preparare il bambino raccontandogli l’avvicinarsi di quel momento e rinforzarlo sulla sua sicura capacità di affrontare bene il passaggio dal biberon alla tazza.
Un bambino di 4 anni non ha più bisogno di bere
dal biberon, ma può ancora avere con esso dei legami
affettivi che parlano di accudimento e affetto materno,
e percepirlo come un buono strumento
di nutrimento psicologico.
Ho cercato di far capire ai genitori che tra i fattori che avevano portato il bambino a reagire in modo così impulsivo e pieno di frustrazione c’era l’essersi affidati alle istruzioni ricevute su un canale social, che per forza di cose non potevano tener conto di chi fosse il loro bambino e di quale relazione lo legasse all’uso del biberon.
Qualche giorno dopo ho ricevuto un nuovo messaggio.
Sempre io! Abbiamo parlato con lui come ci ha suggerito, ci ha risposto che aveva smesso di volere il latte poiché pensava che avesse cambiato sapore e non fosse più buono. Dopo la chiacchierata, in cui gli abbiamo ricordato che il punto era lasciare il biberon e non il latte, ha accettato di scegliere su Amazon una tazza per la colazione tutta per sé e ha deciso che userà quella, anche se forse continuerà a bere la spremuta a colazione, perché in effetti gli piace molto di più l’idea di prepararla insieme a noi, dato che il suo compito ufficiale è quello di inserire la frutta nell’estrattore e verificare che il succo non trabocchi. Inoltre abbiamo parlato con la pediatra, che ci ha dato un paio di dritte su come creare una colazione equilibrata anche nel caso in cui nostro figlio dovesse decidere di non volere più bere il latte al mattino.
Fortunatamente tutto è bene quel che finisce bene, ma la perdita delle relazioni dirette, faccia a faccia, rischia di diventare la base per nuove difficoltà educative. Utilizzare gli spunti di un professionista che si ritiene affidabile non è sbagliato, ma quei consigli vanno pensati per costruirsi uno spazio di riflessione sul bambino, non come indicazioni terapeutiche, altrimenti si fanno danni! Nemmeno Sigmund Freud in persona potrebbe essere esaustivo se filtrato attraverso le risposte date alle domande di una rubrica su un qualsiasi social, poiché il lavoro di un professionista, come quello di un genitore, passa inevitabilmente attraverso la relazione diretta tra l’adulto e il bambino, inserita nella vita quotidiana e nell’ambiente in cui si è formata la famiglia. Mi consola sapere che non siamo e non saremo mai assimilabili a una manciata di grafemi battuti su uno schermo.
La pandemia ha modificato le relazioni tra caregivers e il sostegno alla genitorialità
L’uso dei social come strumento di sostegno alla genitorialità ha avuto un’impennata notevole durante il periodo di pandemia da Covid-19. Il motivo di questo fenomeno è da ricercare nel radicale impoverimento delle relazioni interpersonali che il distanziamento forzato ha comportato e, soprattutto, nella perdita del sostegno della comunità educante che, nella nostra società, circonda e affianca una famiglia fin dai primi mesi di vita dei bambini. Sebbene rispetto alla media degli altri Paesi europei il sistema di welfa...