«Stai ferma!»
«Ma fa male.» Zosia vorrebbe molto essere coraggiosa, ma è una cosa difficile per qualcuno che quasi sviene alla vista del sangue.
L’amica le si accuccia accanto ed esamina attentamente il ginocchio. Solo a un primo sguardo sembra una cosa seria: la piccola ferita si cicatrizzerà in breve tempo. Rutka si avvicina al tavolo e tira fuori dal cassetto un batuffolo di ovatta e una bottiglietta di vetro piena di un liquido giallo.
«C-c-che c-c-cos’è?» Zosia si mette a balbettare, perché intuisce già che la aspetta qualcosa di estremamente spiacevole.
«Tintura di iodio.»
«Come sarebbe? Perché mi odi?»
«Non ho detto “ti odio”, ho detto “iodio”, è un disinfettante. Stai ferma, su!»
Rutka fa la faccia seria, ha visto spesso la mamma medicare le ferite del fratellino. Una volta, quando era tornato dal cortile, avevano dovuto perfino portarlo in ospedale per fargli ricucire il mento spaccato dopo una caduta da un albero. Rutka era stata un po’ delusa, perché si aspettava che lo cucissero con almeno un bel nastrino colorato. Invece, dal mento spuntava un filo nero e triste – sporco da far paura. Evidentemente in ospedale non era di turno nessuna sarta in gamba. Dopo qualche giorno il dottore era venuto a casa per toglierlo con speciali pinzette dal mento ormai cicatrizzato. Assomigliava a quel dottore di Varsavia che scrive libri per bambini e ha negli occhi un radar per scoprire le loro preoccupazioni.1
A volte, mentre era a letto con gli occhi aperti, durante tutte quelle notti insonni subito dopo la scomparsa della sua famiglia, aveva pensato molte volte di andare a Varsavia a cercarlo. Ma non sapeva nemmeno dov’era Varsavia e se anche là succedevano tutte le cose orribili che succedevano qui.
A Łódź, malgrado tutto, è a casa sua. Qui ha il suo cassetto segreto, nel quale può sempre nascondersi se alla porta dovesse bussare qualcuno che non siano i suoi genitori. E poi ha Zosia.
Guarda l’amica, che si sta mordendo le labbra al pensiero dell’imminente medicazione della ferita.
«Mettiti il pollice in bocca» la consiglia Rutka.
«Ma perché?»
«Per morderlo quando comincerà a pizzicare. Qui non si può gridare.»
Non si può gridare, non si può andare in certe strade, bisogna nascondersi, stare in silenzio e fare continuamente attenzione agli altri. Nonostante vi regnino regole che Zosia proprio non capisce, le piace molto venire qui. Con Rutka non ci si annoia mai, e poi loro due sembrano unite da un filo invisibile ma molto robusto. Come se tanto tempo prima qualcuno le avesse intrecciate indissolubilmente in un fiocco. Fin dal primo momento in cui ha varcato la soglia dell’interno 7, Zosia ha avuto la certezza di essere andata molto più lontano che non semplicemente nella casa accanto. A volte le sembra tutto così irreale.
«Aaaaaaaaaaaaaaaaaah!!!»
Oh, no. Questo dolore è più che reale. Quell’infernale tintura di iodio le ha quasi bruciato la pelle del ginocchio.
«Potresti, di grazia, gridare sussurrando?» chiede Rutka e attacca con fare esperto la striscetta grigia del cerotto.
Fa un passo indietro e ammira la propria opera.
«Perfetto. Ora mangerei qualcosa. Che ne dici di un’aringa?»
Un’aringa? Quel disgustoso pesce scivoloso?! Zosia è percorsa da un brivido, ma non fa neanche in tempo a replicare, che Rutka sta già correndo per le scale. Si sente sbatacchiare la porta giù in basso e Zosia, volente o nolente, deve andare anche lei.
Raggiunge Rutka solo all’angolo con via Bazarowa, subito accanto a piazza Piastowski, che Rutka si ostina a chiamare Bazarny. Questa è cambiata di nuovo e ormai Zosia non si raccapezza più, perché una volta ci sono diverse case, un’altra uno spazio vuoto con via Zachodnia sullo sfondo. Adesso di questa non c’è traccia. Non ci sono auto veloci, tram moderni, solo strane bancarelle, casotti sghembi e vecchi capannoni dai quali giungono martellate e forti colpi. Vede il codino arancione di Rutka balenare tra i venditori che vantano la loro merce. Qui si può comprare letteralmente di tutto: giornali ingialliti, libri malandati, piumini, cuscini, casseruole e pentole, croccanti ciambelline di pasta di pane infilate a una cordicella di canapa e perfino patate lesse fumanti. Anche se Zosia le preferisce fritte, ora, nel vederle, inghiotte avidamente la saliva. È molto strano, ma ogni volta che si vede con Rutka ha fame. Dunque si ferma davanti alla bancarella e tira fuori dieci złoty dal suo portamonete con disegnato sopra una gattina.
«Due porzioni, per favore.»
È già da un po’ che la venditrice la osserva attentamente, perciò quando Zosia le dà la banconota allunga la mano diffidente e la guarda in controluce.
«Che cosa sarebbe questo pezzo di carta?» urla. «L’avete vista! Il cibo non è mica gratis.»
«Ma io i soldi ce li ho…» comincia Zosia in tono piagnucoloso.
«Come? E questi sarebbero soldi?! Guarda che cosa ci faccio.» Si getta la banconota sotto i piedi e la spinge nel terreno con il tacco.
Zosia si guarda in giro impotente e vede che intorno si sta radunando una folla. Qualcuno si china a raccogliere la banconota da dieci złoty e la osserva con curiosità. Poco dopo il pezzo di carta insudiciato passa di mano in mano.
«Rumki, devi darmi. Perché fai quegli occhi? Qui si paga in rumki, ma guardatela! Vive sulla Luna!»
La gente ride di Zosia, alcuni scuotono la testa increduli e la ragazzina intuisce di essere finita in un bel pasticcio. Le vengono già le lacrime agli occhi, ma la mano lentigginosa di Rutka la tira fuori dalla folla giusto in tempo e la trascina all’altra estremità della piazza. A ogni passo il profumo delle patate lascia il posto a un altro odore e dopo qualche momento non c’è dubbio, eccole arrivate al mercato del pesce.
«Puah! Che puzza!» Zosia si tappa il naso, ma segue obbediente Rutka in uno stretto viottolo ingombro di botti di legno. Su semplici ripiani messi insieme alla bell’e meglio con poche assi sono disposti svariati pesci: grossi e piccoli, e perfino minuscoli come un mignolo. A Zosia vengono subito in mente le odiate sardine. Brrr! Osserva le decine di teste e di code di pesce, e il suo sguardo deve avere sicuramente qualcosa di sconveniente, perché a un certo punto i pesciolini ne hanno abbastanza. Aprono i musetti e, quasi a voler prendere aria, lanciano un rimprovero in direzione di Zosia: «Che hai da guardarci così?».
«Hai sentito?!» Zosia tira Rutka per la manica, ma quella si sta già sprofondando in inchini di saluto.
«Buongiorno. Sono venuta a mangiare un’aringa, e ho portato con me un’amica.»
Zosia entra nel retrobottega di un negozietto e scorge quella stessa donna che ha già incontrato in due occasioni nella casa in rovina. Oggi non ha con sé il bucato, non va neanche di fretta come l’ultima volta ed è decisamente di umore migliore.
«Venite, venite» dice agitando una mano nella quale luccica la lama di un coltello.
Tira fuori svelta da una botte un’aringa e con due abili movimenti la sventra. In men che non si dica ne rimane soltanto un filetto privo di lisca.
«Questa è Gizela» Rutka presenta a Zosia la sua vicina, e quella fa loro l’occhiolino e domanda: «Avete fame?».
«Accipicchia!» risponde Rutka, perché lei è sempre affamata. Si siede su una panca coperta da un vecchio giornale.
Gizela si affaccenda in un piccolo locale scuro, fa tintinnare delle bacinelle di metallo, taglia qualcosa con il coltello e poco dopo davanti a ognuna di loro atterra su un pezzetto di cartone una porzione di aringa tritata con cipolla e pane nero come la pece.
«Mangia» dice Rutka a bocca piena.
Le sue guance si muovono come quelle di un criceto. Non passa un istante, e del cibo non rimane traccia. Zosia fruga con un dito nella sua porzione, si porta alla bocca un pezzetto di cipolla e mordicchia il pane.
«Prova!» ride Gizela. «È vera aringa da latte, la migliore.»
Come fa un’aringa a essere da latte? Zosia non cerca neppure di immaginarlo, per fortuna Rutka allunga la mano verso il suo vassoietto e ne trangugia tutto il contenuto. Zosia non ha ancora mai visto Rutka rinunciare a mangiare qualcosa, eppure è magra come un manico di scopa.
Nel frattempo Gizela scompare dietro una spessa tenda scura, e quando riappare è completamente diversa da com’era pochi istanti prima. Innanzitutto, non ha in testa il fazzoletto marrone a quadri e i capelli scoperti si rivelano di una calda sfumatura biondo ambra. I riccioli morbidi incorniciano il viso e ricadono in onde sulle spalle. Indossa un bel vestito rosso molto stretto in vita e svasato in basso – sembra una star del cinema. Le labbra corallo e le lunghe linee nere sulle palpebre le rendono il viso angelico e lo sguardo languido e profondo.
«Sei la più bella di tutta la casa…» Rutka la guarda a lungo e sospira rapita.
«Non ne sono rimasti molti dei nostri là, vero?» Gizela osserva per un po’ le bambine con uno sguardo triste, ma poi il suo viso si rasserena e dice: «Avanti, venite con me. Però tenetevi a qualche passo di distanza e aspettate il mio segnale».
Si avviano lungo piazza Bazarny: una bella donna e due bambine allegre che si tengono per mano, saltellano e chiacchierano allegramente ridendo senza posa. Non è una situazione usuale in questo quartiere così triste, perciò i passanti si fermano a guardarle riempiendosi gli occhi di quel gioioso, dolce spettacolo. Rimangono là perfino quando le tre, sparite ormai da un pezzo alla loro vista, attraversano la passerella che porta dall’altra parte di via Zgierska e poi percorrono la Franciszkańska fino a via Krawiecka.
Gizela si ferma davanti a un edificio in mattoni a più piani e fa loro segno di nascondersi nell’ombra di un vicino albero. Entra e scompare talmente a lungo che Zosia propone: «Andiamo a casa».
«No. Tornerà, vedrai. Gizela torna sempre.»
Intanto, una strana coppia sta entrando lentamente dal portone: un uomo anziano con una lunga barba bianca e una scimmietta appollaiata sulla spalla.
«Ma è il signor Nilsson!» esclama Zosia, perché le avventure di Pippi Calzelunghe sono il suo libro preferito.
«Ma quale signor Nilsson» ribatte Rutka, «è il papà di Gizela, il signor Lajman. Gli manca una rotella.»
Effettivamente, il vecchio curvo dà l’impressione di una persona sprofondata nei propri pensieri. Però devono essere estremamente divertenti, perché di quando in quando scoppia a ridere e saltella proprio come la sua bestiola. Forse è un po’ sporco e ha il cappotto senza bottoni, in compenso la scimmietta sembra che stia andando a udienza da una regina. Indossa una giacchetta dorata e in testa ha un cappellino identico a quello di Tumpete, solo con la tesa un po’ più grande. Il signor Lajman si siede su un ceppo e tira fuori di tasca un pettinino verde. Prima ci si pettina la lunga barba bianca e poi comincia a suonarci. Subito alle prime note della vivace composizione la...