Sparire. È questo l'unico programma di Nina per l'estate. E non perché la sua vita non le piaccia. A dir la verità, la sua vita di prima non era affatto male: scuola, social, amiche e nuoto. Ma di tutto questo, dall'incidente in motorino, è rimasto ben poco. Solo profonde cicatrici, nascoste dalle bende che avvolgono un viso in cui Nina non si riconosce più.
Così, mentre i suoi amici fantasticano su dove trascorrere le vacanze, Nina una meta ce l'ha già: Volpedo, lo sperduto paesino in collina dove abita il padre, Gabriel, "uno spirito libero", come lo definiscono tutti.È il posto perfetto per nascondersi dal resto dell'umanità. Anche se lì Nina non è affatto sola: c'è Tommaso, con i suoi misteri; c'è Alisha, la ragazza del mini-market, e poi c'è Filo, l'amico di una vita, che sa sempredove trovarla.
Quando nella sua mente cominciano a risuonare le parole dello psicologo dell'ospedale, che le ha consigliato di iniziare un diario, Nina ne crea uno virtuale, fatto di video, foto e riflessioni che posta sui social con lo pseudonimo di Mia. E quando i follower cominciano ad aumentare, insieme ai like e ai cuori sotto i post, per Nina è il momento di smettere di nascondersi, sfilare le bende e ricominciare. In un'estate che si porterà dentro per sempre. Un romanzo che ci incolla alla pagina e ci fa ridere, piangere, emozionare, mentre insieme a Nina cerchiamo la sua nuova voce, e forse anche la nostra.

- 348 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
L'estate che ho dentro
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
Parte seconda
Be yourself, everyone else is already taken.
Oscar Wilde
6
Anche il cane
Respiro.
Papà doveva passare a prendermi stamattina, ma probabilmente si è dimenticato. Così, di nascosto, sono andata con la metro in Stazione Centrale, da lì ho preso il treno diretto a Tortona, poi un pullman fino a Volpedo. Praticamente più di un’ora di viaggio in direzione nulla, in compagnia di una sfilza di persone impietosite che fissavano il mio viso bendato come se la loro compassione fosse una panacea per la mia faccia.
L’autobus mi ha lasciata davanti a una chiesa in mattoni rossi alle porte del paese. La prima cosa che mi ha colpita è stato il silenzio assordante. La strada principale era deserta, costeggiata da una schiera di casette basse, con i loro balconcini e le piante ornamentali. Erano le tre di pomeriggio e non c’era anima viva. Il sole spaccava le pietre, forse aveva anche sciolto le persone.
Da qualche parte in un vicolo, un gatto miagolava. Mi sono ritrovata a pensare a quanto certi suoni siano tristi.
Prima di partire avevo dovuto prendere una decisione difficile: lasciare Mr DiCaprio a casa. Da quello che mamma mi aveva detto, papà aveva già un cane, e nel camper non ci sarebbe stato spazio anche per un gatto. E poi Mr DiCaprio non era abituato a cambiare ambiente. Non che io lo fossi.
Ho seguito Google Maps lungo una strada che risaliva la collina, e si allontanava un po’ dal paese. La cinghia del borsone con i vestiti cominciava a tagliare.
Camminare sotto il sole era troppo dopo una settimana di ricovero in ospedale, e ancora troppo dopo un periodo di convalescenza a casa.
La testa ha preso a girarmi come un’elica, il corpo ha smesso di ascoltarmi.
Ho vomitato. L’ho fatto di nascosto dietro a un albero, come un animale. La strada però era libera e mi sono detta che “se nessuno mi aveva vista, non era successo”. Mi sono pulita la bocca facendo gargarismi con l’acqua frizzante che avevo comprato in stazione. Era caldissima, ma ne ho bevuta comunque metà. Mi sono rimessa il borsone in spalla e ho ripreso a piedi la salita, osservando i gruppetti di margherite germogliate insieme ai lati della strada. Non mi sono mai sentita così sola in vita mia.
Ignoravo il sudore sotto le bende che bruciava la pelle, il senso di vuoto che mi avvolgeva la testa e ora anche lo stomaco.
Volevo solo arrivare il prima possibile da papà.
Papà, che stamattina si era dimenticato di venire a prendermi.
Di Volpedo avevo ricordi nitidi e spezzati. Ci avevo vissuto fino ai sette anni, e nella mia testa ne conservavo ben chiari alcuni frammenti. Ricordavo i sacchetti pesanti di spesa che io e mamma riempivamo di frutta e formaggio al mercato, e portavamo a casa in bicicletta. Ricordavo l’odore del mercato, che è quello della pelle di pollo alla griglia. Ricordavo gli inverni davanti alla finestra a guardare papà che spalava la neve, con la cuffia rossa di mamma in testa. Ricordavo l’odore della neve, sapeva di acqua fresca di frigo.
Ricordavo i racconti su Pellizza, il pittore nato nell’Ottocento che aveva reso famoso il paese con i suoi quadri, e poi si era impiccato con una corda nel salotto di casa.
Di Pellizza avevo trovato anche un dipinto nel libro di Storia, qualche anno fa a scuola, ma quando la prof. aveva nominato Volpedo, io avevo fatto finta di niente.
Volpedo non mi riguardava.
Perché se il passato non esisteva, non esisteva nemmeno papà.
Ma ora sono qui.
Seguo la curva e oltrepasso una casetta in legno, sembra una specie di fruttivendolo. Proseguo, e la salita si fa più dolce. Mastico una cicca del pacchetto che ho trovato in tasca per scacciare il sapore acido che ho in bocca.
Percorro ancora un chilometro che sembra infinito, e me la ritrovo davanti, circondata da un recinto in ferro arrugginito, probabilmente costruito da papà.
La casa gialla è proprio lì, di fronte a me, ed è un po’ scrostata, come una torta bruciacchiata. Sono passati quasi sette anni dall’ultima volta che ci sono stata. Abitavo qui prima che mamma e papà si separassero, prima che lui comprasse un camper e si mettesse a girare l’Europa mollando il lavoro di fotografo di moda per vivere la sua “avventura”. Tornato dal suo “grande” viaggio papà aveva parcheggiato il camper in giardino, svuotato la casa, venduto i mobili e sigillato le finestre. Papà dice che una casa su quattro ruote lo fa sentire “libero”, meno ancorato alle cose. Io invece credo che siano tutte balle, che si sia trasferito nel camper perché la casa gialla gli ricorda noi e da solo lì non ci voleva più stare.
Faccio scivolare lo sguardo dalle vecchie mura fino al giardino. La mia nuova vita è dentro una cavolo di scatola di latta.
Il cancelletto è aperto, mi sistemo il borsone con i vestiti sull’altra spalla e muovo un passo sul prato, decisa. Ci sono vasi di fiori selvatici, qualche cassa di birra abbandonata, un orticello incorniciato da una staccionata traballante e, accidenti, un grosso pitbull nero con un orecchio mangiato che mi mostra i canini giallastri ben appuntiti.
Sono immobile, lui mi studia da seduto, provo a fare un micro movimento ma lui fa scattare le gambe posteriori come un giocattolo meccanico e si alza. Allora io mi fermo, e lui si risiede.
La porta del camper si spalanca. «Mela! Ma che…?»
Occhi azzurro cloro dalla forma allungata, piercing al setto, folti capelli castani, piedi nudi. Non è mio padre, è un ragazzo. Credo abbia qualche anno più di me. Il pitbull, che a quanto pare è una lei, si zittisce ubbidiente.
«E tu chi sei?» Ha un tatuaggio con un’iguana sul braccio destro, ricorda il grosso lucertolone del mio sogno, quello che attaccava Filo proprio nella cucina di questo camper.
«Sono la figlia di Gabriel» ribatto, cercando di tenere la schiena dritta.
Lui stringe gli occhi riducendoli a due fessure per studiare meglio la mia faccia da mummia, non sembra stupito ma nemmeno contento di vedermi. Esita per un attimo sulle mie bende.
«Be’, figlia di Gabriel, m’hai fatto prender male anche il cane.»
NINA: Ciao mamma io e papà siamo arrivati ora a Volpedo. Tutto ok ci sentiamo dopo.
7
Vedremo
Io e il ragazzo strano siamo seduti una di fianco all’altro sul divano del camper, siamo così da più di un quarto d’ora e lui non ha ancora spiccicato parola. In compenso si è mangiato quasi un’intera vaschetta di fragole, una dietro l’altra. Si comporta come se questo posto fosse un po’ casa sua, eppure papà non mi ha parlato di lui. Mi sporgo con il busto per guardarlo meglio. Che sia un mio fratellastro?
«Vuoi?»
Mi allunga la vaschetta offrendomi le fragole rimaste sul fondo. Le guardo, sono un po’ ammaccate, rosso cupo, mi fanno tornare in mente i prelievi in ospedale, la mia guancia martoriata.
«No, grazie.»
Inarca le folte sopracciglia. «Come ti pare. Ma sono favolose.»
Torniamo in silenzio, mi faccio piccola piccola sul divano e do un’occhiata in giro. L’arredamento è piuttosto spartano: tende rosa che hanno assorbito l’odore di incenso, un libro aperto sul tavolo, un lavandino con una pila di piatti da lavare incrostati di sugo. Alle pareti sono appese delle foto in bianco e nero di alcune modelle, credo che papà le abbia scattate nel suo “periodo artistico”. C’è anche mamma, bellissima, tanto per cambiare.
«Che guardi? Mica stai al museo» dice divertito, incrociando le gambe sul divano.
«Stavo solo… Quel libro è tuo?» azzardo indicando il volume aperto sul tavolo. Non che mi interessi davvero, è solo per cambiare discorso.
Lui lo afferra, sfoglia le ultime pagine. I suoi occhi furbi si posano su una riga: «… e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità…». Lo chiude. «Uno dei finali più grandiosi di tutti i tempi. Indiscutibile.»
Annuisco, anche se non ci ho capito niente. Anche se le bende hanno preso a pizzicarmi perché sono sporche. Anche se vorrei solo strapparmele di dosso.
«Leggo sempre i finali dei libri e so a memoria quasi tutti quelli dei miei film preferiti.»
Un’altra cosa che nessuno gli ha chiesto. «Ah.»
«Tu leggi?» Mi osserva per la prima volta incuriosito, è come se mi guardasse sotto le bende, attraverso i pensieri.
«Solo per scuola.»
«Allora non leggi.» Appoggia la vaschetta di fragole sul ginocchio che sporge dai bermuda, guarda di riflesso i miei jeans lunghi che coprono i lividi dell’incidente.
«No, hai ragione.» Stiro il tessuto dei pantaloni con la punta delle dita. «Che scuola frequenti?» Sul collo ha delle vene così azzurre che sembrano alghe.
«Istituto agrario, te?»
«Classico.»
Osserva la collanina d’oro che mi ha regalato la nonna pazza per la comunione, adagiata sulla pelle tra le clavicole.
«Ma certo, classico.» Si scrocchia le nocche e mi guarda come se avesse già capito tutto. «A me non è che piaccia la botanica, ma mi sarà utile per trovare lavoro qui attorno, se mai dovessi averne bisogno.» Indica con un cenno le colline fuori dalla finestra, ma non le guarda.
«Tu vuoi… lavorare qui attorno?» esclamo, esageratamente sincera.
«È il piano B.» Fa una smorfia.
Mela, il cane, entra dallo sportello del camper e si acciambella sul tappeto intorno alla sua gamba. Lui la accarezza con il dorso del piede libero, e lei si gira a pancia in su.
«Non mi hai ancora detto il tuo nome» gli faccio notare, tirando fuori dal borsone l’acqua ancora calda di sole.
«Non me l’hai mica chiesto, Nina» risponde lui, pescando l’ultima fragola dalla vaschetta. E il mio nome tra le sue labbra fa un effetto strano. «Comunque Gabriel mi aveva avvisato che oggi saresti arrivata» dice, scompigliandosi i capelli, i ciuffi rimangono dritti per un po’, poi si sgonfiano.
«Papà si è dimenticato di venirmi a prendere.»
«Nah, grandioso per il primo giorno di convivenza padre e figlia.» Ammicca un sorriso da schiaffi. Lo sa di essere cattivo.
«Che ore sono, scusa?»
Tira fuori il cellulare dalla tasca. È un modello vecchissimo.
«Cinque e venti, spaccate.»
Cala di nuovo quello strano silenzio. I pezzi del puzzle non si incastrano.
«Quindi tu saresti un amico di mio padre?»
«Nah.»
«Un suo… collega?»
«Non proprio.»
«Quindi non sei un fotografo?»
«Mai detto questo» si inumidisce l...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Fine
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza
- Copyright