New York, una festa a Brooklyn in un'afosa notte d'estate, un blackout: mentre l'intera città piomba nel buio e nel caos, un'energia diversa comincia a brillare... Quando si spengono le luci, le persone rivelano le loro verità nascoste. Nascono nuovi amori, alcune amicizie si trasformano in qualcos'altro, e nuove possibilità si spalancano davanti a noi.
Sei coppie, sei storie, di amicizia e di amori vecchi e nuovi. Sei autrici acclamate da pubblico e critica in un romanzo in cui si intrecciano persone e vite, tutte alla ricerca della propria irrinunciabile felicità.

- 276 pagine
- Italian
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Blackout
Informazioni su questo libro
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FATTE PER STARE INSIEME
di Ashley Woodfolk
Un edificio in pietra rossa, 18.37
Sto spegnendo un vero e proprio incendio quando lei entra con il cane. E tutti gli anziani stanno urlando.
«Nella, sta’ attenta!»
«Non distrarla!»
«Tanto per cominciare, è colpa tua!»
«Sì, Mordy!»
«Oh, sta’ zitta, Aida, eh?»
«Vuoi che finiamo sotto un ponte?»
«O peggio ancora… morti!»
«A te non manca comunque molto.»
«Potreste fare tutti silenzio?»
Pochi secondi dopo, respiro a fatica, in piedi sopra una carta da gioco bruciacchiata, ancora parzialmente nascosta sotto il mio scarponcino. Gli anziani residenti di Althea House, un membro dello staff della casa di riposo e la ragazza sulla soglia mi stanno fissando. Io guardo il tappeto verde-blu, che è bucato da una bruciatura attraverso la quale scorgo il pavimento in legno massello sottostante, anche se la sala di ricreazione è illuminata solo da una dozzina di candele o giù di lì.
«Wow» sussurra la ragazza sulla soglia. È circondata da un alone luminoso, perché il sole non è ancora tramontato. La stanza in cui ci troviamo è abbastanza in penombra, ma c’è ancora luce sufficiente per vedere lei. Che è stupenda. Indossa una salopette sopra un top bianco che lascia scoperta la pancia, e mi sento supergay quando i miei occhi vanno immediatamente alla striscia di pelle bruna dall’aspetto soffice che scorgo sotto la stoffa di jeans. Ha un sacco di capelli folti e scuri, raccolti in due trecce pesanti, posate ciascuna su una delle spalle strette. A ogni polso porta una manciata di braccialetti d’argento, che tintinnano ogni volta che il suo cane si muove, perché lei tiene il guinzaglio molto allentato.
Il cane – un pitbull tutto nero con il muso rugoso – ha una bandana azzurra legata intorno al collo e porta una pettorina con la scritta AMORE AL GUINZAGLIO. Muove la coda con tale forza che sembra stia facendo twerking.
Gli occhiali della ragazza, cerchiati in metallo, sono un po’ storti e le scivolano sul largo naso. Ma lei li risospinge su, mi sorride e applaude lentamente.
Non sono orgogliosa di ammetterlo, ma fissare è uno dei miei (molti) vizi. E la sto ancora mangiando apertamente con gli occhi quando il telefono comincia a vibrarmi contro la coscia. Faccio un salto come se mi avessero beccata in pieno tradimento, sapendo che è un messaggio di Bree, e il cuore mi corre veloce, ma non riesco a capire se è per via della mia recente esperienza da vero e proprio pompiere, per il messaggio che mi aspetta, o per la ragazza sulla soglia.
Controllo il telefono. È un messaggio di Bree. Deglutisco e non rispondo.
«Okay!» dice Mimi, che dirige le attività di animazione. Si stava occupando di quelle ed è stata lei a suggerire di giocare a carte in una stanza piena di candele. Io ho suggerito di non giocare nella sala di ricreazione senza finestre durante un blackout, ma lei non è stata d’accordo. Ha detto che avrebbe creato “l’atmosfera”. La guardo storta mentre batte le mani una volta, forte. «Fine della partita a carte.»
«Maddài, Sherlock» dice Queenie, la mia preferita tra le vecchiette che abitano in questo posto, gettando le carte sul tavolo.
«Tanto non sono brava a poker» dice la signorina Sadie, alzando le spalle. Una volta era una maestra d’asilo, e si vede. Tutto in lei, dal cardigan rosa alla voce dolce, mi fa venire voglia di recitare filastrocche.
Pearl, che finge di essere al di sopra di tutto questo, dà di gomito alla sua migliore amica, Birdie, che si è appena trasferita qui. «Te l’avevo detto che sono pazzi» dice, e Birdie aggiunge con aria nervosa: «Sì, ma almeno mi stanno distraendo dal pensiero di quanto farà buio qui fra poche ore».
Posando anche lei le carte, Aida scuote la testa, si aggiusta lo hijab e rotea gli occhi in direzione del marito, Mordechai, che indossa la kippah storta in cima alla testa sempre più calva. (Ancora non so come quei due siano finiti insieme.)
Nonno Ike sospira e mi posa una mano pesante sulla spalla. «Ben fatto, ragazza» dice, abbassando lo sguardo sul tappeto bruciacchiato. Ma io sto ancora guardando lei.
«Grazie a Dio sei qui, Joss» sento dire Mimi, che sta raggiungendo la ragazza sulla soglia. «So che sarà una lunga notte, e Mordechai ha già quasi bruciato l’edificio. Se non ci fosse stata Nella…»
Allora questa è Joss. Il che significa che questo cane è il celeberrimo…
«Ziggy!» grida Mordechai. Attraversa la stanza sulla sua sedia a rotelle e si piega a grattare il cane dietro le orecchie, mentre Joss dice: «Oh, oggi Ziggy te lo ricordi, eh? E io? Io chi sono, signor M?».
«Sei Jocelyn Williams, naturalmente» risponde Mordechai senza esitare, e io sogghigno, piacevolmente sorpresa. In questo periodo la sua memoria è instabile. «Com’è che dite voi giovani?» prosegue. «Ovvio?»
Joss sta ridendo, e adesso abbraccia Mimi dicendole che ha fatto più in fretta che poteva. È come se tutti i residenti di Althea House si fossero scordati del pericolo mortale in cui si sono trovati pochi istanti fa, perché adesso Joss e Ziggy sono qui e nient’altro importa. Ziggy sta ancora scuotendo il sedere agitando la coda e sta leccando la faccia di Mordechai, e io non ho mai visto il signor M così felice. Perfino Aida, che di solito è una brontolona pazzesca, sta sorridendo, e quando Ziggy si sdraia sulla schiena lei si china a sfregargli la pancia.
Joss mi raggiunge e allunga un braccio tintinnante. Io guardo i suoi braccialetti, poi sollevo gli occhi sui suoi. Hanno una sfumatura di marrone così scura da sembrare neri, e uno sguardo intenso quanto il colore. «Ehi. Tu devi essere la nipote di Ike. Parla sempre di te. Io sono Joss, e non dirlo a nessuno, ma» si avvicina e sussurra, «tuo nonno è il mio preferito.»
Il nonno la sente benissimo e muove su e giù le sopracciglia. «Il sentimento è reciproco, signorinella.»
Sto rammentando tutto quello che nonno Ike ha raccontato su Jocelyn, la ragazza che porta il suo cane da terapia all’Althea House ogni martedì pomeriggio. Che è carina e dolce e molto, molto sveglia. Che il suo cane ha l’anima più pura del pianeta. Che insieme sembrano quasi troppo belli per essere veri. Che se mai ci fossimo incontrate, l’avrei adorata. «Credo che anche a Joss piacciano le ragazze, cara» mi ha detto giusto la settimana scorsa, strizzandomi l’occhio: la ciliegina sulla torta dell’È-Perfetta-Per-Te che mi sta preparando da quando sono iniziate le vacanze estive da scuola, e in verità da quando ho fatto coming out con lui. Non ho mai avuto una ragazza, e pare che tutti si stiano impegnando molto per far cambiare la situazione prima che vada al college.
È per questo che ho evitato di andare a trovare il nonno di martedì: non volevo imbattermi in Joss e Ziggy, il dinamico duo sul quale secondo lui mi sarei fissata.
Ma adesso sono qui, anche se è venerdì. E sono qui anch’io. Non posso più nascondermi dalla possibilità che lei rappresenta, nemmeno nell’oscurità che aumenta a vista d’occhio.
Deglutisco e allungo la mano per stringere la sua, ricordando a me stessa che non posso permettermi di innamorarmi di un’altra ragazza perfetta. Quando le persone sembrano troppo belle per essere vere, di solito lo sono davvero, e se ho imparato qualcosa da Bree è proprio questo.
«Ehi» dico, cercando di scacciare molto, molto lontano il pensiero di Bree. «Bel cane.»
«Lo è davvero, eh?» Joss lancia una nuova occhiata a lui. «Zig è il migliore.» Osserva il tappeto bruciato e fa una smorfia. «Allora, che è successo di preciso?»
Althea House è una vera e propria casa: risale a un centinaio di anni fa, è in pietra rossa coperta di edera e si trova nell’Upper West Side, dove un paio di amiche del cuore, Marie-Jeanne Beauvais e Althea Walker, vissero insieme dopo che i loro figli erano cresciuti e i loro mariti erano morti. Furono amiche letteralmente fino alla fine, e quando Althea scomparve all’improvviso una decina di anni fa, Marie-Jeanne convertì la loro abitazione in una casa di riposo dandole il nome della sua amica, nella speranza che portasse gioia agli ultimi anni di vita di altri anziani come l’aveva portata a loro. Tutti chiamano Marie-Jeanne la Madame di Althea House, e anche se spesso vediamo sua nipote, Lana, andare e venire, di rado vediamo Marie-Jeanne stessa.
I primi due piani ospitano i dodici residenti – divisi in sette camere (quattro doppie, tre singole), con in più l’appartamento nel sottotetto dove abita Marie-Jeanne – mentre il piano principale presenta una spaziosa area mensa e salotto, la sala di ricreazione e una grande, luminosa cucina. Il sotterraneo fa contemporaneamente da ufficio dello staff, lavanderia e infermeria. Althea House è stata il mio rifugio per tutta l’estate, l’unico posto in cui sono stata a parte al lavoro e a casa. Anche a nonno Ike piace qui, ed è significativo, perché non ha apprezzato granché da quando nonna Zora è morta a gennaio.
Mi lascio cadere di peso sul grande divano a forma di L e mi esamino la suola degli scarponcini. La gomma non sembra essersi sciolta, il che pare una specie di piccolo miracolo.
«Dopo che le luci si sono spente e tutti hanno iniziato ad andare nel panico, Mimi ha pensato che fosse una buona idea cercare di svolgere alcune delle attività che aveva già pianificato per la serata. Sai, per tenere tutti occupati e, sperava, calmi… così tutti avremmo superato tranquillamente il blackout. Ed è toccato al poker» rispondo alla domanda di Joss. «Il gioco si stava scaldando» continuo, e il nonno ridacchia. Roteo gli occhi e lo colpisco al braccio. «La battuta non era voluta. Ma il signor M si è innervosito quando ha dovuto passare la mano per la terza volta di fila.»
«Ha gettato le carte» dice Pearl, e Birdie annuisce.
«Come un bambino che fa i capricci» aggiunge Queenie dall’altra estremità del divano, mentre si esamina le unghie con tanto di manicure.
«Saremmo potuti morire» aggiunge il signor Alec Montgomery-Allen in tono drammatico, stringendo i suoi ferri da maglia, una matassa di filo pallido e quello che sembra l’inizio di una coperta. Suo marito, Todd (l’altro signor Montgomery-Allen), annuisce e si sistema meglio sulle spalle il maglione (realizzato da Alec), anche se, dato che l’aria condizionata è mancata insieme alla corrente, qui fa più caldo di momento in momento. Spero che l’umidità non faccia per...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La lunga marcia
- Senza maschera
- La lunga marcia
- Fatte per stare insieme
- La lunga marcia
- Tutte le grandi storie d’amore… e la polvere
- La lunga marcia
- Niente sonno fino a Brooklyn
- La lunga marcia
- Seymour e Grace
- Ringraziamenti
- Copyright