Benigno e Battista al Giro d'Italia
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Benigno e Battista al Giro d'Italia

  1. 480 pagine
  2. Italian
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Benigno e Battista al Giro d'Italia

Informazioni su questo libro

"Quando il mio vecchio servitore Battista è venuto a picchiare alla porta della mia camera d'albergo di Milano e a dirmi: 'Signore, la bicicletta è pronta', sono saltato dal letto. Povero Battista! Raro esempio di fedeltà, ha voluto seguirmi, anche lui in bicicletta, in questo Giro d'Italia." Ma chi è Battista? Achille Campanile o un suo alter ego? Dobbiamo davvero credere che l'uno, il noto scrittore e drammaturgo, e l'altro, il suo vecchio servitore, abbiano proprio seguito il Giro del 1932? E per di più anche loro in bicicletta?
E invece Benigno? Quel signore perbene di mezz'età che cerca di confessare il ritardo di alcune tappe della vita e i suoi desideri più proibiti? È l'autore che assume un tono più grave e per parlarci dei piccoli e universali drammi dell'esistenza ci racconta un pezzo della sua?
Raccolti per la prima volta in volume unico, Benigno e Battista al Giro d'Italia sono una cartina al tornasole in forma di romanzo che ci permette di decifrare lo spirito versatile e multiforme di Campanile: raffinato umorista e insieme serio ma mai serioso scrittore, in grado di dire col sorriso a fior di labbra quello che gli altri non sanno dire.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2021
eBook ISBN
9788831805193
Print ISBN
9788817148740

BATTISTA AL GIRO D’ITALIA

Premessa

Quando il Giro d’Italia era un grande evento popolare e la televisione non esisteva, raccontare il Giro era un’occasione importante, unica, che arrivava una volta all’anno. E allora ci si preparava per tempo, alla radio e nei quotidiani, assoldando le migliori firme del giornalismo sportivo, affiancando loro giornalisti-scrittori o talvolta scrittori veri, per far rivivere, alla gente rimasta a casa o alle folle assiepate lungo strade e piazze, fughe inseguimenti volate, ma anche colore odore e sapore di quello che Pratolini aveva definito il “Circo Barnum”.
Vasco Pratolini, appunto, ma anche Alfonso Gatto, Dino Buzzati, Anna Maria Ortese e, prim’ancora, Achille Campanile, attraverso le vicende di ogni tappa, dalle forature ai traguardi volanti, dai ritiri alle classifiche, hanno infatti raccontato l’umore e il paesaggio di un’Italia a ogni edizione del Giro diversa. E ognuno con una propria cifra, secondo modi e tempi differenti: come dimostrano le cronache di Pratolini, fra le più note, attentissime all’aspetto sociale e politico del paese in quel difficile ’47, oppure quelle di Campanile, nel loro genere umoristico atipiche fin dall’apparire.
Le cronache di Campanile son proprio uniche ancor oggi, nonostante gli ormai sessant’anni passati, per la loro capacità di divertire, di prendere in giro e di prendersi in giro, di confondere il lettore tendendogli tranelli a ogni pagina. A partire dalla scelta di far coesistere un “io”-narrante, Campanile, che dà a intendere di seguire il Giro partecipandovi, in bicicletta, insieme a un suo alter ego, suprema forma di snobismo, il «vecchio servitore» Battista, che arranca anch’egli sui pedali. Un alter ego che di tappa in tappa acquista una fisionomia sempre più precisa, talvolta anche una propria autonomia, ma che non può sfuggire al ruolo che gli è stato assegnato. Al fido Battista, al distinto Battista dai «lunghi favoriti bianchi», strumento dell’ironia e della curiosità di un’Italia un po’ provinciale e caciarona, spettano infatti le battute di una comicità involontaria e macchiettistica, tocca di raccogliere materiale per il pettegolezzo del dopo-Giro, fatto di informazioni e confidenze rubate ai concorrenti.
All’“io” narrante, al raffinato scrittore e drammaturgo che gioca a confondere il lettore facendogli intendere ora d’esser in bicicletta ora in velocipede ora in auto ora in treno, di dormire ora su un biliardo ora in una vasca da bagno, è riservato invece l’umorismo dotto, quello fatto di battute argute, costruite sulla cultura classica oppure sui nonsense: «“C’è qualcuno in testa?” domando. “C’è Di Paco.” “Bene. Se c’è lui è inutile che vada io”». Un’ironia che Campanile amministra con una certa dose di sperimentalismo: nel loro essere paradossali e al contempo fantastiche, le battute fulminanti riecheggiano infatti alcune tendenze futuriste, anticipano forse situazioni emozionali che anni dopo avrebbero caratterizzato il teatro dell’assurdo.
Campanile, aretorico anche quando sullo sfondo si intravedono i grandi temi della miseria e dell’emarginazione, diverte e confonde il lettore. Anche per questo, a poco serve domandarsi se davvero egli avesse seguito il Giro del 1932, con che mezzo l’avesse fatto e per quale testata. Nella sua lunga dedica a Ermanno Amicucci, allora direttore della «Gazzetta del Popolo», in apertura di libro, Campanile comunque lo scrive, sempre che gli si voglia credere…
Ludovico Ciferri

Battista al Giro d’Italia

(in 13 tappe e 10 soste)

A Ermanno Amicucci

Caro Amicucci,
fra i cinque o sei miei libri non ancora usciti, ce n’è uno che ha uno strano destino. Si chiama Città. È diverso da tutti gli altri miei libri. Da cinque anni aspetta di uscire. Dovevo pubblicarlo nel ’27. Ma quell’anno un editore mi chiese Ma che cos’è quest’amore?, che era apparso alcuni anni prima a puntate in un quotidiano. Decisi di rimandare Città al ’28; ricordo, anzi, d’aver annunziato questa intenzione a Ugo Ojetti. Nel ’28 mi trovai ad aver pronto Se la luna mi porta fortuna e volli dargli la precedenza. Città fu rimandato al ’29. Senonché, «La Tribuna» mi chiese un romanzo sportivo, che avevo in preparazione. Così terminai di scrivere e pubblicai Giovinetti, non esageriamo. Dirai: «Non potevi pubblicare due libri contemporaneamente?». No. Città voleva uscire solo. Nei primi giorni dell’aprile del ’30, finalmente, mi decisi. Per tagliare i ponti con le esitazioni, telegrafai alla Casa Treves, annunziando il libro. Tumminelli mi rispose con un telegramma: «Mandalo subito». Ora accadde che, fra un telegramma e l’altro, passarono quattro giorni e in questi quattro giorni mi venne Agosto, moglie mia non ti conosco. Invece di mandare Città mandai Agosto. L’anno successivo fui ripreso dalle esitazioni. Città era troppo diverso da tutti gli altri miei libri. Lo lasciai da parte e pubblicai In campagna è un’altra cosa. Finalmente, quest’anno mi son deciso. Avevo tre libri pronti: Chiarastella, Città, e un romanzo automobilistico già uscito a puntate su un giornale romano nell’inverno del 1930. Scelsi Città, impacchettai l’originale e lo spedii a Milano.
In quel momento, come direbbero tanto Wallace quanto Maeterlinck, fu picchiato alla porta.
Era il fido Battista.
Il vecchio infernale mi porse, su un vassoio d’argento, la tua lettera: «Caro Campanile, ho pensato di farti seguire il Giro d’Italia per conto della “Gazzetta del Popolo”. Il viaggio durerà circa un mese…».
La proposta mi sorprese. Tu sai che, da vari anni, i libri mi hanno quasi completamente tolto ai giornali.
“È impossibile che vada” pensai, “dovrei partire fa pochi giorni, proprio quando cominceranno ad arrivarmi le bozze da correggere.”
Ma la novità non mi dispiaceva. Ci tomai su e mi dissi: “Del resto, potrei correggere le bozze durante le soste”. Conseguenza: Città, invece che a maggio, sarebbe uscito a giugno.
Feci un telegramma all’amico Tumminelli e, la sera avanti la partenza del Giro, tutto il libro, in bozze, mi aspettava all’albergo di Milano.
Il Giro durò più di venti giorni. Quando fu terminato, il pacco delle bozze era ancora intatto, in fondo alla valigia. Non avevo potuto guardare nemmeno una riga.
“Ora” pensai, “mi metterò subito al lavoro e fa un mese Città è in giro per il mondo. Vuol dire che uscirà a luglio, invece che a giugno.”
Fu allora che tu mi dicesti:
«Devi raccogliere in volume i tuoi articoli sul Giro d’Italia».
Mi misi a ridere. Non è materia da farne un libro. E, poi, roba scritta in quelle condizioni! Ogni giorno alzarsi alle tre, alle quattro del mattino; dieci ore di corsa e buttar giù due colonne di giornale, mentre lo stenografo aspetta al telefono, a Torino.
Tu insistevi. Dissi:
«È impossibile. Dovrei rifare tutto da capo».
«No, devi lasciar tutto come.»
«Sono fatti che interessano soltanto per l’attualità.»
E tu:
«Fanne un libro».
«Ma i nomi…»
«Debbono restare anche i nomi. Tutto così com’è. Sarà un libro che troverà posto in una letteratura speciale: la letteratura nata dai giornali.»
Chiusi gli occhi e consegnai i ritagli degli articoli a quel fulmine in forma d’uomo che è l’eccellente Praderio, della Treves-Treccani-Tumminelli.
E Città? Rimandarlo ancora all’anno venturo? Impossibile. Ho capito che non gli riuscirà mai di uscir solo. Avrà sempre un compagno che cercherà di soffocarne la voce. Pazienza. Ora mi metterò a rivedere le bozze e giuro che fra un mese è in piazza. Vuol dire che, invece che a luglio, uscirà ad agosto.
(Salvo casi imprevisti.)
Fu così che questi scritti, nati per vivere lo spazio d’un mattino, si vedono ora messi in vetrina, come le farfalle infilate con gli spilli.
Resisteranno un poco? Ne dubito. Certo, come quelle farfalle, hanno ancora i loro colori, il velluto, i brillantini degli occhi, le ali.
Ma non volano più.
Questo è un libro che non è un libro e non vuole entrare nel quadro della mia opera. È soltanto un servizio giornalistico.
Intendo, raccogliendolo, rendere un omaggio al giornalismo.
È certo che, oggi, i giornali politici hanno importanti benemerenze nei rapporti con la letteratura. Non so in quale dei miei libri ho scritto: «Un tempo il giornalismo toglieva gli uomini alle lettere; oggi ne dà». È così. Il meglio della nostra letteratura di oggi è nato sui giornali, dagli articoli di fondo di Mussolini, alle Cose Viste di Ojetti, alle Stampe di Palazzeschi. È un “meglio” ottimo; molto meglio di certa letteratura cosiddetta pura, d’altri tempi. E non bisogna credere che vi sia nato da intruso, o estraneo, o soltanto ospite. È nato proprio in casa sua: figlio robusto e intelligente del giornale. Poiché ho nominato le Cose Viste, tutti sanno che esse sono letteratura e, insieme, perfetto giornalismo. E nulla è più giornalistico – nel più vasto senso della parola – e più attuale degli scritti giornalistici di Mussolini. Letterariamente perfetti, resisteranno al tempo.
Il giornalismo politico italiano – ignoro quel che avvenga in questo campo all’estero – è l’unica forma di mecenatismo che ancora esista per gli scrittori. Mecenatismo inteso nel senso migliore: far lavorare gli artisti, mettendoli in grado di trarre dal proprio lavoro i mezzi di vita. Quello che un tempo facevano i grandi principi, oggi lo fanno i grandi giornali. Naturalmente non si fa nulla per nulla ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La certezza della penna: il realismo di Campanile. di Rocco Della Corte
  4. BENIGNO
  5. BATTISTA AL GIRO D’ITALIA
  6. Epilogo. Addio, tigrotti!
  7. Nota
  8. Copyright