Novelle
eBook - ePub

Novelle

  1. 672 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

La poetica di De Roberto, espressasi al suo massimo nel romanzo I Vicerè, che assieme a L'Illusione e a L'Imperio costituisce la "trilogia degli Uzeda", ma anche nella sperimentazione di generi di più ampio consumo (Spasimo è in Italia uno dei primi polizieschi), raggiunge nella novellistica, in testi come La disdetta, Il rosario, La paura, ecc., un punto altrettanto alto. I racconti qui presentati in una selezione ricca e originale ripropongono i temi a lui più cari, dove sull'influenza dei maestri del verismo siciliano, Verga e Capuana, s'innestano più moderne sollecitazioni culturali; si spazia dalla vivida pittura politica, d'ambiente, di costume, a una corrosiva analisi psicologica e dei turbamenti dell'eros fino al plurilinguismo grottesco delle cosiddette "novelle di guerra". Una generazione intellettuale disillusa, quella di fine Ottocento, già sfiorata dalle inquietudini dell'incipiente "secolo breve", trova in questo scrittore instancabile e ossessionato dal fallimento una delle sue voci più memorabili.

Informazioni

Editore
BUR
Anno
2021
eBook ISBN
9788831805568
Print ISBN
9788817158497
PARTE II

Novelle militari e di guerra

Nora, o le spie

Il disegno del foglio illustrato rappresentava un impiccato a un ramo d’albero, con un cartello sul petto dove era scritto che a quel modo si punivano i traditori.
Errico Carpinati considerò l’orrenda figura, gli occhi che parevano schizzare fuori dell’orbita, il collo stirato come quello d’un pollo, gli abiti pendenti dalle forme scheletrite come da un mostruoso attaccapanni, ed esclamò, parlando al morto:
«Non c’è che dire: il tuo conto è saldato».
Ciascuno aggiunse la sua, sulle atrocità della guerra, sulla diversa interpretazione degli atti di spionaggio e di tradimento secondo che sono ispirati dall’amor di patria o compiti per venalità. Solo Annibale Serravalle taceva e non levava gli occhi dalla figura del giustiziato.
«Il tuo conto è saldato» ripetè, durante una tregua della discussione «ma quanti ne restano aperti?… In tempo di guerra il mestiere è piuttosto malsano, ma in pace i rischi sono molto minori e il lucro non disprezzabile… Che cosa direste se al posto di questo povero diavolo vedeste pendere una donna, una bella signora, una gran dama, una di quelle ammaliatrici che fanno professione di strappare agli incauti i più gelosi segreti?»
«Ne hai conosciuta qualcuna?»
«Giudicavo che fossero tutte prodotto della fantasia dei romanzieri e dei drammaturghi. Non ne avevo conosciuta nessuna tranne la Dora del Sardou. Un giorno dovetti ricredermi.»
E narrò il quando, il dove e il come.

I

Serravalle, bisogna avvertire, non aveva appartenuto nè al corpo diplomatico nè a quello dello Stato Maggiore: non aveva mai dovuto custodire nè potuto semplicemente conoscere o soltanto subodorare il minimo segreto dell’orientamento politico o della preparazione guerresca del suo Paese; non aveva mai esercitato nessun comando, da quello in fuori di un plotone, come sottotenente della milizia territoriale.
Questa mediocrissima partecipazione ai ludi di Marte non era dipesa da tendenze pacifiche o da opinioni, come le chiamano, pacifiste; al contrario! Bambino, i suoi trastulli favoriti erano stati gli elmi di cartone, gli schioppi di legno e le baionette di latta; adolescente, aveva vagheggiato di abbracciare, insieme al più gran numero di donne, anche il mestiere delle armi: l’una delle quali cose gli era sembrata singolarmente propizia all’altra, considerato il fascino che le sciabole, le spalline, le mostreggiature e tutto ciò che tintinna e straluccica ha sempre esercitato sulla fantasia femminile; sennonchè la contraria volontà della signora Serravalle, vedova con quell’unico figliuolo, lo aveva costretto a reprimere la vocazione ardentissima. Poichè la legge lo dispensava dal servire nell’esercito di prima linea, l’ottima donna non voleva perderlo per un mestiere da lei giudicato tutt’insieme molto faticoso e poco remunerativo. Non già che il suo Annibale avesse bisogno di guadagnarsi il pane; un giorno, anzi, alla morte di lei, egli sarebbe rimasto tanto agiato, da non aver bisogno di logorarsi la vita nè in piazza d’armi nè sui libri. Su questo punto, tuttavia, il giovane aveva fatto a suo modo; e, voglioso di istruirsi, si era dato agli studi che più lo attraevano dopo i guerreschi: quelli delle scienze fisiche e naturali.
Compiuti i vent’anni, nella previsione di una chiamata per istruzione delle terze categorie, non potendo adattarsi all’idea di andare attorno vestito da semplice cappellone, o peggio che mai di dover passare quel paio di settimane sugli scartafacci d’un ufficio-matricola, egli aveva sollecitato dal Ministero della guerra la nomina di ufficiale territoriale, facendo assegnamento sulla licenza dell’Istituto tecnico, sezione fisico-matematica, per essere iscritto all’artiglieria: dove, oltre al maggior prestigio dell’arma, avrebbe avuto l’onore di servire non meno di tre buoni mesi, invece che, come tra i semplici fucilieri, per trenta giorni appena. Disgraziatamente, il ministro era stato d’altra opinione, e non giudicandolo degno delle bande gialle sui calzoni neri da lui agognate, aspettate e finanche portate in sogno, lo aveva destinato a fregiarsi di quelle rosse sui calzoni color carta da zucchero. Ne era rimasto, sulle prime, dolente e indispettito; ma poi, vinto il malumore del disinganno, e ordinata la divisa al sarto militare, il suo entusiasmo si era riacceso nell’indossarla.
Nessuno dei suoi compagni, e pochi tra gli stessi sottotenenti usciti dalla scuola di Modena, erano stati animati da tanto zelo quanto egli ne aveva portato nel compimento dei suoi nuovi, sebbene troppo provvisorii doveri. Leggi, regolamenti e disposizioni ministeriali aveva, prima ancora di entrare in servizio, cacciati a memoria in modo infallibile, da poterli ripetere come ad aperta di libro; tutta l’agilità dei suoi muscoli e tutta la prestanza della sua persona aveva sfoggiate nelle esercitazioni di piazza d’armi; e con tanta rapidità aveva assunto il fare, il gestire e il parlare soldatesco, da dar punti a più d’un vecchio troupier. Guardato sulle prime un poco d’alto in basso dai colleghi dell’esercito attivo, si era presto guadagnata la stima e l’amicizia della maggior parte di essi, condividendone le fatiche e i piaceri, mangiando alla loro mensa, frequentando assiduamente le sale di convegno in quartiere e quelle del Circolo militare in città; e dopo lunghe giornate di manovre e di marce aveva continuato a ragionare, in teatro o a passeggio, delle cose del servizio, nutrendosi poi, in casa, della lettura di giornali e riviste militari e marinaresche e studiando sulle carte geografiche i piani delle passate e delle future guerre europee. Prima di congedarsi, aveva anche tenuto una conferenza intitolata Eserciti permanenti e nazioni armate, per dimostrare che l’un sistema non deve già contrapporsi all’altro, ma che entrambi dovrebbero darsi, per così dire, la mano. Insomma, come un innamorato che, poco avendo da stare con la sua bella, non vuol distrarre dall’amore neppure un minuto della troppo fugace stagione, egli aveva sfogato impetuosamente la sua passione, guadagnandosi, con i sorrisi un poco scettici degli ufficiali di carriera delusi dall’esperienza, l’encomio solenne del suo colonnello, che lo aveva pubblicamente additato come esempio ai compagni, dicendosi dolente di non poterlo trattenere più a lungo sotto la vecchia e gloriosa bandiera del reggimento. Eccitato e commosso dalle parole del capo, nel congedarsi da lui e dai colleghi Serravalle per poco non aveva, poco marzialmente, pianto.
Il ritorno alla vita borghese gli era riuscito penoso, e la riscossione dello stipendio aveva appena raddolcito il suo cruccio: quel centinaio e mezzo di lire erano state le benvenute, poco largheggiando a quattrini la mamma sua. Qualche altra consolazione egli aveva trovata continuando a frequentare il Circolo militare, a leggere storie di guerre antiche e moderne, a ricercare l’amicizia degli ufficiali. Tutte le volte che una circolare ministeriale lo aveva invitato a prender parte, beninteso senza più un soldo di soldo, alla scuola di tiro o a qualche corso di conferenze, non si era lasciata sfuggire l’occasione di tornare alle occupazioni predilette; senza contare che ogni anno, per le riviste in occasione di feste nazionali o dinastiche, non aveva mai trascurato di far prendere aria all’uniforme. I suoi discorsi continuavano ad essere infarciti di arrangiarsi, sgnaccar dentro, piantar grane, stare in gamba, dar cicchetti ed altri simili fiori del gergo soldatesco, e ad ogni decreto modificante il numero o la grossezza dei bottoni della giubba o il disegno o la larghezza delle mostrine del colletto, era andato dei primi dal sarto, per tenere in perfetto ordine la divisa. Aspettava la promozione a tenente, e credeva che pochi come lui la meritassero.
L’aspettò molti anni, e non venne. Questa fu una delle ragioni per le quali la sua smania cominciò gradatamente a passare. L’altra fu la morte della mamma, che mutò il corso della sua vita, rendendolo libero come l’aria e facendolo padrone d’una pingue sostanza. Allora la divisa, copiosamente spolverata di naftalina, e per maggior precauzione avvolta in un vecchio lenzuolo ingiallito dall’età, restò a pendere malinconicamente dalla gruccia nell’armadio, e la sciabola, quantunque custodita dentro la fodera di panno verde, prese un poco di ruggine.
Egli aveva ora altro per la testa. Viaggiava dall’uno all’altro capo del mondo, e i suoi viaggi non gravavano sul suo reddito: erano anzi fruttuosi di risultati economici. Senza scalmanarsi, con innata signorilità, e più per curiosità di dottore in chimica che per cupidigia di guadagno, egli era entrato in relazione d’affari con alcune grandi società industriali e grosse fabbriche di preparati nuovi e singolari, di sintesi organiche, di imitazioni dei prodotti naturali; tra le quali, per esempio, un certo avorio che non aveva niente da vedere con le zanne degli elefanti e un latte non munto da nessuna specie di mammiferi. A qualcuna di queste preparazioni egli aveva collaborato, di alcune aveva modificato le formule; e non è a dire se godesse, per conseguenza, la stima, la gratitudine e la fiducia di quei produttori. I segreti delle loro ricette erano affidati a buone mani.
Al tempo dell’infatuazione bellica, il giovane sottotenente si era molto interessato alla questione dello spionaggio ed era stato assiduo lettore delle cronache giudiziarie riferenti i dibattiti dei processi intentati ai traditori. Una volta, ottenuto dal suo colonnello di portarsi a casa la relazione riservata delle ultime grandi manovre, si era sentito entrare la febbre nei polsi dalla paura che sguardi indiscreti cadessero su quelle pagine affidate al suo onore di soldato e alla sua carità di cittadino. Per evitare che la sua stessa povera mamma od anche l’analfabeta cameriera potessero scorgerle, le aveva chiuse a doppia mandata nel più profondo cassetto della scrivania; poi, ritrovando in una polemica giornalistica tutti i più delicati rilievi appresi in quel volume, aveva sorriso delle sue precauzioni, ma si era pur lodato di non dover mai più difendere gelosi segreti, specialmente contro la curiosità delle figlie di Eva, a lui per lunga e fortunata esperienza notissima.
Se infatti una delle sue aspirazioni giovanili era stata frustrata, l’altro punto del suo programma era stato pienamente effettuato, con l’abbracciamento di un incalcolabile numero di belle creature. L’amore era diventato la principale occupazione del giovane epicureo che aveva studiato per diletto e che trafficava ora per diporto. Senza nessun dovere da compiere, egli non aveva cercato altro che il piacere; ma, ricercandolo e prendendolo comunque gli si era presentato, non aveva perciò perduto la testa. Nessuna donna, fra le tante da lui amate, era mai riuscita a fargli commettere qualche cosa che egli non avesse voluta. Tutte le arti di Circe, di Dalila, di Giuditta, di Erodiade, di Armida e di tutte le più pericolose sirene delle favole sacre, pagane e cavalleresche si sarebbero spuntate contro il senso di diffidenza sempre vigile in lui. Era di quegli uomini che amano più l’amore che le amanti, e che non compensano la scarsità dell’affetto con l’abbondanza della stima. Per buona sorte, nessuna donna poteva pensare di irretirlo con lo scopo di strappargli rivelazioni pericolose; ma se egli avesse occupato qualche ufficio delicatissimo, pieno di responsabilità, chi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione. di Francesco Piccolo
  4. Introduzione. di Nunzio Zago
  5. Cronologia della vita e delle opere
  6. Bibliografia
  7. NOVELLE
  8. PARTE I. DALLE RACCOLTE DEGLI ANNI OTTANTA E NOVANTA
  9. PARTE II. NOVELLE MILITARI E DI GUERRA
  10. PARTE III. ALTRE NOVELLE
  11. Copyright

Scelto da 375,005 studenti

Accesso a oltre 1,5 milioni di titoli a un prezzo mensile trasparente.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.