L'atlante dei sogni olimpici
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L'atlante dei sogni olimpici

34 storie incredibili di campioni e campionesse che non hanno mollato mai

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'atlante dei sogni olimpici

34 storie incredibili di campioni e campionesse che non hanno mollato mai

Informazioni su questo libro

Dorando Pietri, il campione senza medaglia, la storia controversa di Ben Johnson, la vicenda della prima campionessa olimpica della storia, la velista svizzera Hélène de Pourtalès, i piedi scalzi di Abebe Bikila, l'inferno della ginnasta più grande di tutti i tempi, Nadia Coma?neci. L'atlante dei sogni olimpici è un viaggio meraviglioso tra storie che sembrano film, avventure impossibili, immensi traguardi, tradimenti, rivelazioni, cadute, ma soprattutto imprese al limite dell'umano: le donne e gli uomini di tutto il mondo, celebrati in questo libro, sono esempi dell'impronta che lo sport è in grado di lasciare nella Storia, che trascende gli obiettivi personali per diventare simbolo di riscatto per intere nazioni. Perché il senso delle Olimpiadi va molto oltre la celebrazione dell'abilità fisica. Una lettura avvincente e piena di aneddoti, storie nascoste che possono essere di grande ispirazione, a fare meglio, a pensare in grande, a spingerci oltre i nostri limiti.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2021
Print ISBN
9788817156950
eBook ISBN
9788831804837
EUROPA

IL PORTATORE D’ACQUA CHE SALVÒ L’ORGOGLIO DI UN PAESE

Spiridon Louis (GRECIA) ATENE 1896
Il barone de Coubertin non smetteva di mandare lettere, organizzare incontri e viaggiare dall’uno all’altro capo del mondo in cerca di alleati per organizzare i primi Giochi olimpici moderni. Con una tenacia implacabile, superò il boicottaggio dei politici, l’opposizione degli esperti e la mancanza di risorse, ottenendo per la sua causa l’appoggio di vari mecenati. Nell’estate del 1894 propose all’amico Michel Bréal, famoso filologo francese, di tenere una conferenza sulla tregua olimpica nell’antica Grecia. Bréal, che trascorreva quei giorni estivi comodamente installato in un hotel con vista sul lago Lemán, declinò per lettera l’offerta, considerando più utile che cercasse esperti di altre nazionalità per aggiungere alleati al movimento olimpico. Tuttavia, nella stessa missiva, gli faceva una proposta: «Dato che va in Grecia, provi a organizzare una corsa da Maratona a Pnice, ad Atene. Avrebbe un sapore antico. Se sapessimo quanto ci mise il soldato Filippide a percorrere la distanza tra le due città, potremmo stabilire il record. Io, da parte mia, gradirei avere l’onore di consegnare la coppa della maratona». Così nacque la maratona olimpica.
Prima dei Giochi di Atene del 1896 non esisteva alcuna corsa con quel nome. C’erano diverse gare sulla lunga distanza, ma questa non era mai fissa. L’idea di Bréal entusiasmò gli organizzatori delle prime Olimpiadi moderne, quelle di Atene del 1896, perché era motivo di orgoglio nazionale organizzare una gara in memoria del soldato che, secondo il mito, portò la notizia della vittoria dei Greci sui Persiani nella battaglia sulla piana di Maratona, nel 490 a.C. Bréal, che effettivamente poi consegnò la coppa al vincitore, aveva proposto di imitare le gesta di Filippide seguendo la tradizione secondo cui aveva corso per consegnare il messaggio della vittoria. In realtà, il soldato ateniese aveva percorso i 250 chilometri che separavano Atene da Sparta per chiedere rinforzi ma, per ragioni ignote, si era affermata la prima versione. Fu così deciso che la prima maratona olimpica misurasse 40 chilometri, il tragitto tra Maratona e Atene. La distanza attuale, di 42,195 chilometri, fu stabilita alle Olimpiadi di Londra nel 1908.
La Grecia era uno stato giovane, resosi indipendente dai turchi solo mezzo secolo prima, e cercava nuovi eroi ispirandosi alle antiche glorie. I Giochi olimpici erano lo scenario ideale e, quando furono annunciati, tutti furono travolti dall’entusiasmo. L’imprenditore Georgious Averoff finanziò buona parte dell’evento e ristrutturò di tasca propria il vecchio stadio Panatenaico, un impianto con più di 2000 anni di storia dove si tenne la maggior parte delle gare e in cui fu fissato anche l’arrivo della maratona. Tuttavia, a mano a mano che i Giochi procedevano e si svolgevano le prove di atletica, non arrivavano vittorie per la Grecia; e i greci dovettero anche assistere alla vittoria del miliardario americano Robert S. Garrett nel lancio del disco e del peso, discipline cui attribuivano particolare valore. Quando giunse il 10 aprile il Paese si sentiva umiliato… quel giorno la maratona doveva essere conquistata.
Appena si sparse la voce che il campione italiano Carlo Airoldi sarebbe stato ad Atene, gli ospiti si preoccuparono: Airoldi era fortissimo sulle distanze fino a 50 chilometri. Ciononostante, non gli permisero di partecipare, adducendo che, secondo gli ideali olimpici, gli atleti dovevano essere dilettanti e non ricevere alcun compenso. L’italiano restò così fuori dalla lista dei diciassette contendenti, composta da tredici greci, un francese, un australiano, uno statunitense e un ungherese. Gli atleti greci erano stati selezionati in due gare eliminatorie organizzate dal colonnello Papadiamantopoulos, un militare ossessionato dal sogno di rinverdire i fasti della sua terra. Si trattava di poliziotti, militari e funzionari doganali; tutti tranne Spiridon Louis, un umile portatore d’acqua che, con le sue gesta, conquistò poi un lavoro in polizia per il resto della vita. Nessuno lo conosceva, tranne Papadiamantopoulos, e nessuno si aspettava niente da lui. Quando lo stesso colonnello diede il segnale di partenza, il francese Albin Lermusiaux volò in vetta alla gara e prese un tale vantaggio che si fermò persino a bere in una taverna. Dopo i primi venti chilometri, però, fu superato dall’australiano Edwin Flack, un impiegato residente a Londra che aveva vinto la gara dei 1500 metri. Quando Flack si avvicinò al centro di Atene, i greci lo accolsero con freddezza, consci che la vittoria poteva nuovamente sfuggire; tuttavia dopo 35 chilometri l’australiano cedette e decise di ritirarsi: gli spettatori attendevano con ansia di vedere chi avrebbe preso il comando… e apparve Spiridon Louis. Appena si diffuse la notizia che un greco sarebbe entrato per primo nello stadio Panatenaico, i principi Costantino e Giorgio saltarono in pista per accompagnare Louis nell’ultimo giro. Alla fine la Grecia aveva trovato l’eroe che cercava.
Il campione terminò la corsa in due ore, 58 minuti e 50 secondi, arrivando davanti ad altri due greci. Un reclamo fece sì che, alla fine, il bronzo fosse assegnato al bulgaro Gyula Kellner, perché si scoprì che Spyridon Belokas aveva percorso parte del tragitto su un carro. Soltanto dieci corridori giunsero al traguardo. Due giorni dopo, l’atleta greca Stamata Revithi − alla quale, essendo donna, era stato negato di prendere parte alla gara − rifece il percorso in solitaria, per dimostrare a tutti che una donna poteva correre la maratona. Nessun principe la aspettava al traguardo, ma anche Stamata arrivò alla meta.

LA PRIMA CAMPIONESSA OLIMPICA DELLA STORIA

Hélène de Pourtalès (SVIZZERA) PARIGI 1900
Uscendo da un ristorante del quartiere di Pigalle dopo alcuni bicchieri di troppo, Hermann de Pourtalès prese a criticare la decadenza francese. Agli albori del XX secolo Parigi era la sede delle seconde Olimpiadi moderne della storia, ma de Pourtalès, cittadino svizzero, preferiva il XIX. Membro di una delle famiglie aristocratiche più famose d’Europa, non si sentiva a suo agio in quella città che idolatrava giovani artisti bohémien che si lasciavano sedurre dai ritmi caraibici, in feste in cui si andava vestiti sempre più leggeri. «Che cosa è diventata la Francia, mio Dio...» si lamentava con la moglie Hélène. Ma lei non era d’accordo. Parigi le piaceva e lì, nella capitale francese era appena diventata la prima donna della storia a vincere una competizione olimpica: una gara di vela con il marito e il nipote. La Svizzera, terra priva di sbocchi sul mare, si era concessa il lusso di vincere l’oro in uno sport acquatico.
I Giochi di Parigi non furono i migliori della storia. Dopo la prima edizione ad Atene, nel 1896, il padre del movimento olimpico, il barone de Coubertin, aveva insistito che le Olimpiadi non si tenessero sempre nella capitale greca, come sognavano gli ateniesi. La sua proposta fu che la seconda edizione avesse luogo nella sua città natale, approfittando del fatto che Parigi era quell’anno anche sede dell’Esposizione Universale. Pensava che la coincidenza dei due eventi avrebbe permesso di promuovere meglio i Giochi, e sognava di guadagnare abbastanza da poter costruire un complesso sportivo moderno sulle rovine di Olimpia, lo scenario delle Olimpiadi dell’antichità. Niente di più lontano dalla realtà. Oscurati dai fasti dell’Esposizione Universale, i Giochi risultarono deludenti, con un programma in cui le prove sportive tradizionali si mischiavano a competizioni ridicole, come la gara di tiro con il cannone per reggimenti militari.
A metà tra sport e spettacolo, fu però la prima Olimpiade a cui poterono partecipare le donne, nonostante l’opposizione di de Coubertin che sosteneva che «con le donne i Giochi sarebbero stati antiestetici e inappropriati». In quel 1900, approfittando della scarsa organizzazione e delle lacune normative, le pioniere affrontarono una competizione che durò più di quattro mesi. La tennista britannica Charlotte Cooper conquistò la prima medaglia in una gara olimpica femminile, ma due mesi prima, nel concorso di vela per imbarcazioni di più di una tonnellata, Hélène de Pourtalès era stata la prima donna a ottenere una vittoria come membro di un equipaggio misto, insieme al marito e al nipote. Fu l’unica atleta a partecipare al torneo di vela e tornò a casa con una prima e una seconda posizione, seppur senza medaglie, dato che ancora non venivano consegnate.
De Pourtalès era nata a New York nel 1868. Suo padre era Henry Barbey, un banchiere che aveva fatto fortuna sposando Mary Lorillard, discendente della famiglia proprietaria della più antica fabbrica di tabacco degli Stati Uniti. L’azienda era stata fondata nel 1760 da Pierre Abraham Lorillard, un francese scappato dal suo Paese nel pieno delle persecuzioni religiose e che finì assassinato a New York dai soldati inglesi durante la Guerra di indipendenza. Arruolati nelle fila dei patrioti delle Tredici colonie, e con una visione economica superiore ai rivali, i Lorillard crearono un impero che permise ai discendenti di dedicarsi alla filantropia, alla politica o, semplicemente, di darsi alla pazza gioia. Hélène poté viaggiare in Europa e lì incontrò Hermann Alexander, militare svizzero formatosi nell’esercito tedesco, appartenente a una famiglia aristocratica che aveva molto in comune con i Lorillard: anche i de Pourtalès avevano lasciato la natia Francia nel 1715 per sfuggire alle persecuzioni religiose. I due discendenti delle famiglie ugonotte scappate dalla Francia, l’una in Svizzera, l’altra negli Stati Uniti, si sposarono nel 1891 a Parigi.
Hélène condivideva con il marito la passione per la navigazione. La famiglia del padre annoverava due campioni della Coppa America e i Lorillard avevano fondato un club di vela a New York. Con soldi e case in due continenti, marito e moglie si dedicavano per mesi al loro sport preferito e riempivano le loro vetrine di trofei e ricordi. Infine, nel 1900, decisero di rappresentare la Svizzera alle Olimpiadi a bordo della loro barca, il Lérima, in alcune gare che si tennero sulla Senna, nel punto in cui attraversa la zona residenziale di Meulan-en-Yvelines.
Gli organizzatori stabilirono, a sorpresa, che si svolgessero due regate per lo stesso tipo di imbarcazione e, invece di proclamare un unico vincitore sommando i punteggi, si decise di considerarle indipendenti. E fu nella prima, il 22 maggio del 1900, che i de Pourtalès si imposero contro sette barche francesi. Nella seconda gara, il 25 maggio, finirono invece in seconda posizione, sconfitti da un equipaggio tedesco che non aveva fatto in tempo ad arrivare alla prima prova. Non furono competizioni facili perché, oltre alla mancanza di vento, il fiume era pieno di cespugli e tronchi che trasformarono la navigazione in un incubo.
Hélène de Pourtalès, campionessa a trentadue anni, continuò a veleggiare per tutta la vita, ma non avrebbe più partecipato a un’Olimpiade. Morì a Ginevra nel 1945, dopo che quattro anni prima aveva perso al fronte il figliastro Guy de Pourtalès, noto scrittore che, spinto da lei, aveva scelto di vivere a Parigi, chiudendo così il cerchio dei de Pourtalès con la Francia: per difenderla combatté nella Seconda guerra mondiale, il conflitto che pose fine all’innocenza del XX secolo.

UN CAMPIONE SENZA MEDAGLIA

Dorando Pietri (ITALIA) LONDRA 1908
Sir Arthur Conan Doyle si alzò dalla sedia e allungò il collo cercando di capire che cosa stava succedendo. Gli spettatori dello stadio White City gli impedivano la visuale, tutti volevano vedere con i propri occhi l’atleta che entrava per primo dopo gli oltre 40 chilometri della maratona. «E alla fine apparve, ma quanto diverso dall’esultante vincitore che tutti aspettavamo! Un ometto con le gambette rosse, una creatura minuta con la faccia di bambino» scrisse Conan Doyle su Dorando Pietri, il piccolo italiano cui si doveva tanta attesa. La penna dell’inventore di Sherlock Holmes si incaricò di rendere immortale una delle corse più leggendarie della storia delle Olimpiadi, quella maratona del 1908 che permise a un italiano di umili origini di mescolarsi ai grandi nomi dello sport.
Quattro anni prima Pietri faceva l’apprendista pasticciere a Carpi. Nato nel 1855 in una famiglia contadina, sembrava destinato a guadagnarsi da vivere con lavori manuali. Ma erano le sue gambe che non avevano prezzo, anche se lo scoprì tardi. Nel 1904, il campione Pericle Pagliani passò davanti alla pasticceria Melli al comando di una gara dei 10.000 metri piani. Secondo quanto si raccontava a Carpi, Pietro uscì dal negozio e, affascinato dalla competizione, si mise a correre al suo fianco, riuscendo a tenere il ritmo fino al traguardo. Altri dicevano che, in realtà, anche lui era iscritto alla gara; in ogni caso alla gente è sempre piaciuto immaginarlo mentre si allontanava dal negozio con la divisa da pasticciere per inseguire la gloria a falcate. Quel giorno Pagliani lo incitò ad allenarsi più duramente, ma solo pochi mesi dopo si sarebbe pentito del consiglio: Pietri lo sconfisse ai campionati italiani e gli rubò la gloria.
In pochi mesi, passò dalla pasticceria a vincere gare a Parigi, e nel 1908 giunse ai Giochi di Londra come uno dei favoriti. Piccolo com’era, e con un ritmo di corsa costante, era conscio dell’importanza dell’appuntamento nello stadio di White City, dove si sarebbe conclusa la maratona che gli inglesi avevano trasformato in un omaggio al re Edoardo VII. A quell’epoca non era ancora stata stabilita la distanza esatta della corsa e ogni comitato organizzatore la fissava a suo piacimento, restando di norma tra 40 e 43 chilometri. Furono i britannici che decisero per gli attuali 42,195 chilometri: la distanza percorsa dagli atleti uscendo dal castello di Windsor, sotto gli occhi della regina, per arrivare allo stadio, sotto quelli del re.
Quel 24 luglio del 1908 Londra era stata colpita da un’ondata di calore eccezionale e i corridori ne avevano pagato il prezzo: la metà di loro non era riuscita a terminare la gara, che sembrava nelle mani del sudafricano Charles Hefferon. Ma quando mancavano ancora dieci chilometri, Pietri lo superò a ritmo indiavolato e riuscì a entrare in solitaria nello stadio. Non aveva quasi più energie, gli occhi gli si appannavano, gli mancava l’aria. Era così disorientato che, entrando nell’arena, iniziò l’ultimo giro al contrario e dovettero avvertirlo perché si girasse. Sugli spalti il pubblico lanciava grida angosciate e nessuno staccava gli occhi dalla confusione in pista: poliziotti, giudici sportivi e curiosi circondavano quel piccolo corridore che si trascinava al limite delle forze. Se gli erano servite due ore e 44 minuti per percorrere più di 40 chilometri, per gli ultimi cinquecento metri ci vollero dieci minuti eterni, durante i quali si accasciò quattro volte. Conan Doyle avrebbe ricordato per sempre quei momenti interminabili. «Barcollò al ruggito dell’applauso. Cielo! È svenuto. Possibile che proprio ora, all’ultimo secondo, gli sfugga il trionfo dalle mani?» avrebbe scritto.
«Le sue gambette rosse avanzano in modo sconnesso, senza fermarsi, spinte da una forza di volontà suprema. Era a pochi metri da dove mi trovavo e, tra corpi che si inframmezzavano e mani che si agitavano, riuscii a vedere il suo volto pallido e giallognolo, i suoi occhi vitrei e inespressivi, i lisci capelli scuri appiccicati alla fronte.» Pietri crollò a terra diverse volte, finché riuscì a tagliare il traguardo tra la folla acclamante. «Ha portato la resistenza umana al limite. La razza non si è ancora estinta!» lasciò scritto per la posterità Conan Doyle.
Dopo qualche minuto entrò nello stadio uno statunitense, con il volto emaciato. Mentre ancora marciava verso il traguardo, i delegati del suo Paese si diressero verso i giudici di gara pretendendo che quel ragazzo, Johnny Hayes, fosse proclamato vincitore. Sostennero che Pietri doveva essere squalificato perché era stato aiutato a rialzarsi quando era crollato a terra. Era andata così, tutti lo sapevano; mentre veniva trasportato all’ospedale, Hayes fu dichiarato primo.
Pietri uscì dall’ospedale dopo ventiquattr’ore e ad attenderlo c’erano centinaia di persone. Conan Doyle promosse una raccolta fondi per permettergli di aprire un negozio e dieci giorni dopo la regina Alexandra gli consegnò una coppa d’oro. Gli piovvero offerte per gareggiare in mezzo mondo e alcuni mesi dopo sconfisse Hayes a New York, al Madison Square Garden.
Nel 1948 Londra organizzò di nuovo i Giochi e alcuni giornalisti rintracciarono Pietri. A quanto pareva, si era stabilito in Inghilterra e gestiva un pub a Birmingham, il Temperance. Ma presto l’inganno venne alla luce: un gruppo di vicini di Carpi andò a Birmingham e, quando gli parlarono in dialetto, il proprietario del pub non capì nulla. In realtà, Pietri era morto a Sanremo nel 1942, e in quel quartiere di Birmingham viveva Pietro Palleschi, un italiano che si faceva passare per lui. L’inganno fu svelato da Giuseppe Marzi, presidente della Società sportiva La Patria per i cui colori Pietri aveva gareggiato. A Carpi, il suo ricordo è ancora vivo e i membri della Società conservano la coppa che gli consegnò la regina. Una coppa che è tornata...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione di Bebe Vio
  4. AFRICA
  5. AMERICA
  6. ASIA
  7. EUROPA
  8. OCEANIA
  9. Copyright