Era mattina presto. Come facevo spesso da bambino, ero scivolato fuori dal letto per andare nel granaio e accoccolarmi a dormire con i cani della fattoria, un atteggiamento che i miei cari nonni osservavano con occhio tollerante. Ero un solitario; i cani erano i miei migliori amici e la cosa più simile a un fratello che avessi. Mi svegliai e trovai il cane più vecchio che, sopra di me, era rivolto verso la porta. Quando mi stiracchiai, mi guardò e sollevò un sopracciglio. Capii subito che c’era qualcosa che non andava: aveva la bocca aperta e gli colava saliva dalla lingua. I cani più giovani giacevano al mio fianco, il posto nel quale avrebbe dovuto trovarsi anche l’anziano Bess. Sentivo un gran trambusto fuori del granaio e il nonno che mi chiamava a gran voce. Non potevo avere più di sei o sette anni, ma lo ricordo come se fosse oggi e, sebbene non possedessi ancora alcuna nozione del tempo, quell’episodio avrebbe segnato l’inizio di un viaggio lunghissimo.
Bess aveva morso uno degli aiutanti della fattoria, che ora, con il braccio fasciato alla meno peggio da un tovagliolo macchiato di sangue, si stava lamentando ad alta voce: era venuto nel granaio per prendere una motosega che si trovava su uno scaffale sopra la mia testa e, senza accorgersi del cane, che lo conosceva bene, si era diretto verso di lui. Bess non era un cane cattivo; aveva trascorso la sua intera esistenza alla fattoria e non risultava che avesse mai attaccato qualcuno. L’uomo era infuriato ma mio nonno, straordinariamente saggio, non si lasciò prendere dall’isterismo e seppe tenere la situazione sotto controllo. Aveva sempre vissuto in campagna, come suo padre prima di lui, e capì subito cosa fosse successo. Il mio legame con i cani della fattoria era diventato così stretto che Bess, il cane dominante e più anziano, ormai mi considerava un membro del branco, un membro giovane a tutti gli effetti. Quando l’aiutante era entrato d’improvviso dentro il granaio, svegliando Bess e probabilmente anche gli altri cani, Bess aveva pensato che fossi in pericolo e mi aveva protetto nell’unico modo che conoscesse, così come i suoi parenti selvaggi avrebbero fatto con i propri piccoli.
Il nonno decise che, nell’interesse della sicurezza, era tempo di proibire le mie escursioni notturne nel granaio ma, poiché i cani erano tanto importanti per il mio benessere, mi sarebbe stato concesso di averne uno tutto mio, che potesse dormire con me in casa.
Il cane di una fattoria vicina aveva appena partorito dei cuccioli e, poco dopo quell’incidente, mio nonno me ne fece scegliere uno. Non possedevamo un’auto a quel tempo; i miei nonni erano persone semplici, che vivevano del proprio lavoro. Gran parte del nostro cibo era costituito da selvaggina; sparavamo a conigli, lepri, piccioni e pernici, ma mi era stato insegnato a sparare sempre con moderazione, a rispettare la natura e a non prendere mai più di ciò di cui avevamo bisogno, o comunque più di quanto la popolazione selvatica potesse sopportare. Ogni volta che uccidevo un animale, avevo imparato ad aprirlo longitudinalmente, rimuoverne le interiora e gettarle fra i cespugli, in modo che altre creature potessero cibarsene. Non mi facevo scrupoli nell’uccidere e spellare lepri e conigli per poi gettarli in pentola: vita e morte facevano parte della natura e lì alla fattoria eravamo tutt’uno con essa.
Sebbene il proprietario dei cuccioli fosse un vicino, la definizione di vicino nel nostro mondo significava qualcuno che vivesse nel raggio di una giornata di cammino, e perciò ci mettemmo in viaggio subito dopo colazione, quando il sole ancora non era spuntato del tutto. La mattinata era fredda, vedevo il respiro condensarsi nell’aria gelata e indossavo un cappotto pesante e stivali caldi. Portavo a tracolla una bisaccia con del tè freddo e dei bei panini al formaggio preparati dalla nonna. Ero abituato alle lunghe camminate, perché accompagnavo spesso mio nonno quando andava dai fattori vicini, in visita o per affari. E poi per me ogni minuto passato insieme era un regalo: nelle fattorie vicine non c’erano bambini con cui potessi giocare, niente televisione né videogiochi o altre di quelle cose con cui si divertono i ragazzi oggigiorno. Eravamo distanti chilometri e chilometri da qualunque cosa, soltanto io, i nonni, i cani e gli animali di fattoria. Di tanto in tanto – o così almeno mi sembrava allora – compariva mia madre, ma si trattava di avvenimenti rari, e mio padre non era mai nominato.
Però non ero infelice. Adoravo i nonni e non avevo mai pensato che mi mancasse qualcosa. Quando uscivo a camminare con il nonno, portavamo con noi i cani e non passava mai molto tempo prima che si fermasse e mi indicasse qualcosa di interessante. Poteva trattarsi di un nido abbandonato fra i cespugli, e allora mi raccontava tutto sugli uccelli che lo avevano occupato, su quante uova avessero deposto, fin dove si estendesse il loro territorio. Poi estraeva il nido, in modo che potessi osservare con quanta abilità fosse stato costruito. Se vedeva un guscio d’uovo rotto per terra, mi spiegava come poteva essere successo, magari l’aveva rubato un predatore; oppure raccoglieva una palletta rigurgitata da un gufo e, depositatala su un palo di legno, la apriva in due per farmi vedere i minuscoli frammenti di osso, tutto ciò che rimaneva dei roditori con cui il rapace aveva banchettato durante la notte.
A volte mi faceva chiudere gli occhi, e dovevo descrivere cosa sentivo; credevo che tutto fosse silenzioso, finché non mi ritrovavo con le palpebre abbassate ed esplodeva un rumore assordante: uccelli che cantavano e cinguettavano, insetti che sfregavano le zampe, piccoli mammiferi che squittivano, perfino pecore che belavano in lontananza o una mucca che muggiva tre campi più in là – un concerto di suoni e rumori. Oppure esploravamo la tana di un coniglio, alla ricerca di segni di attività, o riconoscevamo le impronte che i cervi e altri animali avevano lasciato nel fango. Ogni uscita con lui era un’avventura, ogni scoperta un’emozione nuova. Per me era un incanto starlo a sentire, mentre nel suo marcato accento del Norfolk mi spiegava quali fossero le bacche preferite dagli uccelli o perché le volpi uccidessero più di quanto potessero mangiare o portare via e, se glielo chiedevo, mi parlava di sé e della sua infanzia, di come la vita fosse diversa quando lui aveva la mia età, quando non esistevano le comodità moderne come i congelatori, i trattori e l’elettricità; quando i raccolti si mietevano con la falce e le mucche si mungevano a mano.
Una volta giunti a destinazione, non mi portava mai dentro con sé. Io rimanevo insieme ai cani, a una certa distanza, mentre lui andava a trovare il proprietario. Certe volte le visite si protraevano per ore, mentre lui e il suo amico stappavano un paio di bottiglie di birra, ma avevo imparato ad attendere pazientemente. Non mi sfiorava neppure l’idea di lamentarmi; adoravo quell’uomo e non mettevo mai in discussione la sua autorità, godendo anzi della sua approvazione. Inoltre, ero certo che sarebbe tornato. Appariva all’improvviso, mi diceva: «Coraggio ragazzo, andiamo» e mi prendeva per mano con la sua grossa zampa rugosa. Tornavamo sui nostri passi e sulla via di casa trovavamo nuove cose da osservare e di cui parlare.
Un giorno partimmo in cerca del mio cucciolo. Il nonno e il fattore si salutarono cordialmente, da vecchi amici, e scomparvero nel granaio dove erano tenuti madre e cuccioli, lasciandomi solo sull’aia. «Aspetta lì, ragazzo» disse il nonno «non ci metterò molto.» E così, senza replicare nonostante l’emozione e l’impazienza di vedere la cucciolata, mi trovai un posticino comodo e mi sedetti ad aspettare.
Improvvisamente udii la porta del granaio scricchiolare per un soffio di vento, e un grossa cagna uscì dall’apertura e mi si avventò contro, abbaiando ferocemente, le orecchie abbassate. Ne sapevo abbastanza da capire che non si trattava di un saluto affettuoso. Rimasi seduto immobile, tenni le mani sui fianchi e attesi; non mi spaventai minimamente. Bess e gli altri cani della fattoria spesso mi avevano attaccato e, per quanto in branco potessero sembrare aggressivi, non ero mai fuggito. Dopo avermi annusato ben bene, diventavano giocherelloni. Quella cagna aveva il pelo arruffato, la coda eretta e digrignava i denti. Io non mi mossi. Lasciai che mi annusasse gambe, piedi, mani e testa, poi iniziai a grattarla sotto il mento, cosa che evidentemente le piaceva, poiché si appoggiò a me, lasciando che le lisciassi il resto del pelo lucido.
La porta del granaio scricchiolò di nuovo, e uscirono mio nonno e il fattore; la cagna al mio fianco ringhiò, abbaiò e si avventò sui due uomini. Immaginai che fosse la madre dei cuccioli e dal suo comportamento dedussi che non gradiva le visite. Il fattore le urlò arrabbiato: «Fila nel granaio, subito!». La cagna si acquattò e arretrò nella mia direzione. «Rimani immobile, ragazzo» mi avvertì l’uomo. «Non muoverti e non ti farà del male.» Ma mentre correva verso di me, strillando alla cagna di rientrare nel granaio, era chiaro che non si fidava minimamente di lei. Prima che lui mi raggiungesse, l’animale si era rannicchiato tremante e spaventato vicino a me, e io senza badare al suo ordine di rimanere immobile la accarezzavo e le dicevo parole rassicuranti.
«Be’, che mi venga un colpo. Guarda un po’ questa!» esclamò il fattore, con il cappello in mano, grattandosi la testa incredulo. «Non avevo mai visto niente del genere. Nessuno è mai stato in grado di avvicinarsi a quella cagna. L’unica ragione per cui continuo a tenerla è che è ottima per badare al gregge, ma con gli estranei è sempre stata un problema.»
«Mia moglie dice che quel ragazzo ha una specie di dono naturale con i cani» disse mio nonno, continuando a mantenersi a debita distanza. «È pronta a giurare che capisce quello che dicono.»
Non fidandosi affatto della cagna, il fattore la rinchiuse mentre noi andammo nel granaio a scegliere uno dei cuccioli. Erano stati rinserrati dietro alcune balle di paglia, cinque in tutto: quattro femmine e un maschio se ne stavano raggomitolati in un’unica palla di pelo nero, marrone e bianco. Erano un incrocio fra cane pastore e levriero, ottimi per la caccia. Sapevo di volere una femmina; il nonno mi aveva insegnato che le cagne erano di gran lunga migliori dei maschi nel procacciare il cibo per le loro famiglie, e desideravo che lei si guadagnasse il suo mantenimento.
Legata all’estremità di una cordicella c’era una zampa di coniglio; il fattore la agitò davanti alla cucciolata, imitando il verso di un coniglio impaurito. Immediatamente i cuccioli addormentati rizzarono le orecchie e si guardarono intorno. Una volta individuata la zampa ballonzolante si svegliarono completamente e, come volevasi dimostrare, furono due delle femmine ad arrivarci per prime. Scelsi una di quelle due. La presi in braccio e, mentre mio nonno dava come pagamento due bottiglioni di birra e il cucciolo mi leccava freneticamente, sentii il fattore che diceva: «Quel ragazzo ha scelto bene. Anche io avrei preso lei».
«È tutta per te, ragazzo» mi disse poi con un sorriso cordiale «abbine cura.»
«Non mancherò, signore» risposi io con un sorriso che mi andava da un orecchio all’altro, stringendo il cucciolo caldo e tremante «avrò cura di lei.»
La chiamai Whiskey, e mi rimase accanto per i successivi tredici anni.
La campagna inglese non è il posto più adatto in cui sviluppare una passione per i lupi. La mia non fu immediata, però gli animali sono da sempre presenti nella mia vita.
Una sera d’estate mia madre tornò a casa dal lavoro; per tutto il giorno aveva raccolto carote e altre verdure nei campi ed era esausta. «Là dentro c’è un compito che ti aspetta» le disse mio nonno. «Shaun si è messo di nuovo all’opera.» Lei aprì la porta e trasalì per lo spavento. Dappertutto nella stanza c’erano rane che saltavano, gracidavano e si arrampicavano sui mobili. Avevo trascorso il pomeriggio a raccoglierle nello stagno in fondo alla strada, portando avanti e indietro il mio secchio con ammirevole costanza, e adesso la stanza pullulava di rane. Allo stesso modo impiegai tutta la sera a ripercorrere più e più volte la stessa strada per riportarle indietro.
Un’altra volta entrò di notte nella carbonaia per prendere dei tizzoni per il fuoco e si mise a strillare quando cinque merli iniziarono a svolazzarle intorno fischiando. Li avevo rinvenuti durante le mie scorribande nei campi... e la mattina seguente fui spedito a riportarli indietro.
E poi ci fu quella volta che portai a casa un’anatra muschiata, con tanto di nido pieno di uova. Mia madre era troppo spaventata per toccare quell’animale – brutta bestia, la chiamava – così lo riportai sotto il braccio, mentre lei reggeva il nido con le uova, fino allo stagno dove l’avevo preso e lo rimisi al suo posto fra le canne. Povera mamma, le facevo sempre venire degli attacchi di cuore, portandomi a casa tutte le creature che incontravo e che poi volevo tenere con me.
Sono cresciuto in campagna e la natura mi ha sempre affascinato. Da bambino non avevo soldi per gite, feste o giocattoli; il mio parco giochi erano campi, cespugli e foreste, e per compagni avevo i cani. Vagavo in giro per ore e ore; entravo nel folto dei cespugli alla ricerca di nidi di uccelli, sapevo quando i conigli figliavano, osservavo le lepri azzuffarsi in primavera, avevo imparato dove guardare per scovare le tane delle volpi e i nascondigli dei tassi. Ero in grado di riconoscere i gufi in volo e conoscevo la differenza fra il gheppio e lo sparviero. All’età di dieci anni non sarei riuscito ad attraversare una strada trafficata di Londra né a orientarmi nella metropolitana (cose che, a essere sincero, mi mettono ancora a disagio adesso che ho quarant’anni) ma c’era ben poco che non sapessi della natura che mi circondava.
Abitavo nel nord del Norfolk, una parte isolata di una remota regione sulla costa più orientale dell’Inghilterra, famosa per le sue paludi, per la caccia al fagiano e per le sue fertili pianure. Chi vi possiede della terra è annoverato fra i più ricchi del paese, chi la lavora fra i più poveri. La mia famiglia apparteneva a quest’ultima categoria. Eravamo lavoranti di fattoria e vivevamo alla giornata, conducendo un’esistenza semplice. Mangiavamo ciò che cacciavamo, e il mio compito, in qualità di membro più giovane della famiglia, ancora troppo piccolo per un impiego redditizio, era di collaborare alla caccia con i cani della fattoria. Erano miei amici, ma erano anche cani da lavoro. A parte Whiskey, vivevano all’aperto e non mi era concesso di essere tenero con loro. Nel nostro mondo ogni animale aveva il suo scopo: non potevamo permetterci di nutrire una creatura che non si guadagnasse il pane, e Whiskey era un’abile cacciatrice.
I nostri vicini vivevano allo stesso modo. La gente di campagna era premurosa ma non sentimentale. Ricordo che all’età di otto anni andai con mio nonno a far visita a un suo amico guardacaccia. Costui possedeva il labrador nero più bello che avessi mai visto e quell’animale era il suo orgoglio e la sua gioia. Aveva il pelo lucente e la bocca sensibilissima: poteva raccogliere un uovo o qualsiasi altra cosa gli fosse chiesto di recuperare senza minimamente danneggiarla. Il suo addestramento era perfetto e sembrava anticipare ogni pensiero del padrone. Un giorno l’uomo scoprì che i suoi due figli avevano portato il cane nel granaio a caccia di ratti, e tutto il lavoro e l’addestramento che aveva così pazientemente impartito a quell’animale se ne erano andati in un solo mattino. Al primo tentativo di prendere un ratto, questo aveva azzannato il cane sul naso, lasciandolo così traumatizzato che da lì in poi si era rifiutato di cacciare. Il cane ormai era perso, perciò il guardacaccia gli aveva sparato un colpo in testa e poi aveva picchiato ben bene i figli. Sapeva che era colpa sua, che non aveva saputo proteggerlo dalla vivacità dei figli, ma non poteva riparare al danno né permettersi di tenere il cane come semplice animale domestico. Io rimasi inorridito da quella morte, che mi sembrava priva di significato, ma quella era la realtà del mondo in cui sono cresciuto.
Mio nonno Gordon Ellis, il padre di mia madre, mi ha insegnato tutto ciò che so. Aveva sessantasette anni quando sono nato ed è riuscito lo stesso, insieme a mia nonna Rose, a tirarmi su; sebbene mia madre vivesse nel cottage con noi, da piccolo avevo l’impressione che non ci fosse mai. Di conseguenza, mi sono sempre sentito molto più attaccato ai nonni che a lei.
La verità, che ho scoperto poco tempo fa tornando nel Norfolk dopo anni di assenza, è che era sempre via a lavorare per mantenerci. Si alzava al mattino presto, spesso prima dell’alba, per andare a lavorare nei campi: lunghe ore a spaccarsi la schiena per pochi soldi. Veniva a prenderla un caporione, assieme alle altre donne del villaggio, e poi le conduceva a una delle fattorie dove c’era bisogno di aiuto nei campi. A volte il viaggio in furgone durava una o due ore, fino all’altro capo del paese, per raccogliere piselli, patate o frutta, a seconda della stagione. A fine giornata la riportavano a casa, esausta. Dopo aver cenato, andava direttamente a letto. Se non lavorava non guadagnava, e per noi iniziavano le difficoltà. Era una ragazza madre, e non aveva alternative.
Da bambino non mi accorgevo di come la sua esistenza fosse irrimediabilmente dura; non apprezzavo ciò che faceva per me... e adesso desidererei averlo fatto. Tutto ciò che sapevo allora era che lei non c’era e i miei nonni sì. Mio nonno era il mio eroe. Era garbato, saggio e meraviglioso e se mi avesse chiesto di camminare sui carboni ardenti, lo avrei fatto senza esitare. Era un uomo mag...