Non devi dirlo a nessuno
eBook - ePub

Non devi dirlo a nessuno

  1. 320 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Non devi dirlo a nessuno

Informazioni su questo libro

Di nuovo si guardò intorno e di nuovo non vide nulla. Non c'era nessuno, a parte loro. Ma aveva visto quegli occhi, laggiù nel bosco. E quegli occhi avevano visto lui. Sembra un'estate come tutte le altre, quella del 1989: Luca la trascorre a Lamon, un piccolo paese tra le montagne del Veneto, tra partite di calcio contro i ragazzi del posto ed escursioni con il fratello minore, Giorgio.
Ma è in questa estate così uguale a tutte le altre che qualcosa cambia per sempre nel cuore di Luca. Una sera si accorge che due occhi scrutano lui e Giorgio dal bosco dietro casa: qualcosa (o qualcuno?) li minaccia. Ha forse a che fare con la macchina nera che giorni dopo inizia a seguirlo ovunque? E non c'è solo questo a confondere Luca, ma anche l'amore, un sentimento totalmente nuovo e che stravolge tutto quello che ha sempre creduto di sapere... Riccardo Gazzaniga entra nell'animo di un ragazzo di tredici anni con incredibile precisione e sensibilità, offrendo ai suoi lettori un thriller sorprendente dove nulla è mai ciò che sembra. Nemmeno le emozioni.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817156059
eBook ISBN
9788831805551

1

Luca Ferrari ignorava di essere l’ingranaggio principale dell’oscura macchina che si sarebbe accesa quella sera.
Era troppo impegnato a cercare di vincere la partita, anche a costo di lasciare sguarnita la porta che avrebbe dovuto difendere. Così, palla al piede, partì dalla sua area di rigore.
Dribblò David, che in attacco diventava inarrestabile, ma in difesa era lento per via della pancetta e non si prese neppure la briga di rincorrerlo: sull’orologio del campanile di San Pietro le lancette segnavano già le nove, nel giro di qualche attimo la campana avrebbe suonato e decretato la fine della partita in pareggio.
Luca raggiunse indisturbato il tratto d’erba più spelacchiata, che consideravano il centrocampo. Gli si fece sotto Carlo con i suoi occhiali da secchione: Luca lo scartò con una finta e puntò a destra, dove gli si era spalancata davanti una prateria.
«Palla, amico! Palla!» strillava suo fratello Giorgio, un microbo di dieci anni e un metro e trenta che stava smarcato davanti alla porta. Chiamava Luca “amico” da quando l’aveva sentito fare in una puntata di MacGyver. Ma Luca non voleva passarla al fratello, perché lui non avrebbe mai segnato. In porta c’era Samuele, che giocava da titolare nei Giovanissimi della Feltrese ed era così forte che ogni tot minuti doveva cambiare ruolo, per non falsare le partite.
Luca puntò l’immaginaria rete avversaria, uno spazio vuoto dietro due grosse travi di legno abbandonate nell’erba, che fungevano da pali.
Giacomo, un dodicenne che abitava in un casermone in cima a via Ferd, provò a fermarlo con un tackle assassino, ma Luca lo saltò con un volo degno di Holly e Benji.
Che numero!
Poi abbassò la testa e colpì di collo pieno: dal suo piede il pallone si catapultò dritto sparato verso il palo sinistro, senza sfiorare l’erba. Luca ne osservò la traiettoria e strinse i pugni, preparandosi a esultare per il gol della vittoria. Un gol segnato all’ultimo minuto, a Samuele. Il massimo.
Ma un braccio destro teso gli strozzò in gola l’esultanza. Con un tuffo che avrebbe fatto impallidire sia Benji Price sia Ed Warner – il portiere karateka della Muppet – Samuele intercettò il pallone.
Come cavolo ci è arrivato?
La palla sbatté proprio dove cominciava il guanto da portiere di Samuele, tra la mano e il polso. Non perse forza, si alzò invece in un campanile e andò a finire dall’altra parte del campo, verso David smarcato in attacco.
Giorgio intuì il pericolo e cercò un disperato recupero, ma la distanza era troppa per le sue gambette. Gli altri giocatori, da parte loro, erano rimasti imbambolati a guardare il tiro di Luca rivoltarglisi contro come una vipera calpestata.
David stoppò la palla con una grazia impensabile per la sua stazza da piccolo bisonte biondo. Corse solo qualche metro, poi calciò piano verso i pali lasciati indifesi da Luca.
Il pallone superò l’immaginaria linea della rete proprio mentre dalla chiesa di San Pietro iniziava la lunga scampanata delle nove e David esultò con un dito al cielo. Anche Carlo e i fratelli Giacomo e Mirko – gli altri tre giocatori della squadra dei lamonesi – festeggiarono correndo ad abbracciarlo, mentre Samuele sorrideva silenzioso, con le mani sui fianchi, esibendo i denti bianchissimi.
«Grande Samu!» strillò Marica dal pezzetto di prato in pendenza che sostituiva la gradinata. Esultava sventolando la copia di “Cioè” che aveva sfogliato per quasi tutta la partita. Non gliene fregava nulla del calcio: cercava solo pretesti per essere al centro dell’attenzione.
Accanto a lei, in silenzio, sedeva Chiara, e Luca sentì un brivido d’invidia e rabbia, quando Samuele si avviò verso le ragazze. I tre parlottarono un po’ e Marica improvvisò una specie di replay del tuffo plastico del portiere. Chiara assisteva sorridendo, Samuele faceva finta di nulla, tanto per lui certe prodezze erano normali. Si tolse i guanti blu a strisce fosforescenti che non prestava a nessuno: i suoi compagni potevano anche parare a mani nude. Dalla maglietta con il numero 1 sulla schiena spuntavano due braccia muscolose.
«Perché non me l’hai passata, amico?» chiese stridulo Giorgio riportando Luca alla realtà. «Ero libero!»
«Tanto non segnavi. Se si mette lui in porta, abbiamo già perso» rispose scoraggiato Luca, levandosi i guanti fucsia mezzi bucati che nella loro squadra usavano a turno per stare in porta.
«Me la dovevi passare lo stesso!» insistette Giorgio sopra il frastuono della campana. Era piccoletto e magro come un grissino, con i capelli fitti e scuri.
Luca fissò cupo il fratello.
«Basta» sibilò, e Giorgio sembrò capire che non era aria di insistere.
Arrivò Alessio: ormai la squadra dei villeggianti si stava consolidando e loro tre ne erano l’ossatura. Li accomunava il fatto di essere “foresti”, come venivano chiamati a Lamon tutti quelli che non erano nati in paese, ma soprattutto l’aver passato un casino di tempo insieme, quell’estate. Alessio si trovava bene con Luca e sopportava anche Giorgio. Il problema era che, nelle sfide contro i lamonesi, perdevano sempre.
«Minghia, Lu’, che sfiga.» Alessio diceva “minghia” invece di “minchia”, nessuno aveva mai capito il perché.
«Ce l’avevi quasi fatta. Non so come ha fatto a prendertela…» e scosse la testa in quel suo modo buffo, con il ciuffo rossiccio che ondeggiava da una parte. Come i fratelli Ferrari, anche Alessio veniva a Lamon a trovare la nonna. Solo che lui arrivava da Torino e, dettaglio non da poco, sosteneva di essere il nipote di Umberto Tozzi.
«Ma che tipo è tuo zio, Ale?» gli aveva domandato una volta Luca.
«Zio Umberto, dici?»
«Esatto. Intendo, com’è di persona. Tu ci parli?»
«Non tanto. Mi chiede sempre le stesse cose: come va con la scuola, se ho delle ragazze, se mi è piaciuto il suo ultimo disco. E come procedono le mie lezioni di chitarra, perché lui mi terrà un posto nella sua band.»
Luca nutriva forti perplessità su questa parentela: va bene che Umberto Tozzi era di Torino come Alessio, ma gli sembrava sospetto che il suo amico ogni volta attribuisse allo zio un’età diversa e che, non di rado, confondesse i titoli delle sue canzoni. Inoltre Alessio, con la chitarra, strimpellava giusto tre note. Ma erano amici, e Luca non lo voleva contraddire.
La campana delle nove la tirava proprio lunga con il suo concerto, ben oltre i cinque minuti, ogni sera a parte la domenica. Nessuno di loro sapeva perché durasse così tanto, ma tutti concordavano sul fatto che equivalesse al fischio finale dell’arbitro. Alle nove molti genitori imponevano il rientro a casa.
A giugno, quando era caldo e la luce si attardava in cielo, smettere di giocare rodeva parecchio, e così poteva capitare che i ragazzi sforassero di qualche minuto. Poi, man mano che agosto si avvicinava, il buio scendeva prima sull’altopiano, rubando ogni giorno un minuto in più alle loro partite sino a quando il campo restava vuoto e l’estate diventava già un ricordo.
Passando vicino a Luca, David gli mise una manona sulla testa per consolarlo. «No sta’ a ciapartela» gli disse. Era l’unico che parlava solo in dialetto, gli altri, tutt’al più, lo mescolavano all’italiano. Ma Luca e Giorgio avevano trascorso in paese ogni estate della loro vita ed erano orgogliosi di capire il lamonese.
«E come faccio a non prendermela? M’hai segnato all’ultimo secondo!»
«L’è stat sol che culo, se no staòlta aròe vint voaltri.»
«Va be’, comunque hai fatto un grande stop. Ma non potevi sbagliare apposta? Almeno pareggiavamo.»
«La pròsima òlta ve lag vinzer.»
«Ci vediamo domani da Angela?»
David annuì e si diresse verso la bici. Lo stesso fecero tutti i ragazzi, a parte Samuele, che andò a prendere il suo Califfone rosso. Era l’unico del gruppo a possedere un motorino.
«Minghia, che brutto quel Califfone!» ridacchiò Alessio.
«È quasi più lento di una bici» rincarò, acido, Luca, felice di trovare un punto debole su cui attaccare Samuele.
Perché, nonostante la marmitta modificata, il Califfone era lento per davvero, e ben più brutto del Sì e anche del Ciao.
Ma quando lui lo mise in moto, sotto gli occhi ammirati di Chiara e Marica, Luca lo invidiò da pazzi.
Samuele salutò con un bacino sulla guancia ciascuna delle ragazze.
Cos’è ’sta novità? Da quando?
L’aveva visto fare a quelli di prima superiore, di salutarsi con un bacio. Ormai anche Samuele aveva quattordici anni compiuti: rispetto a loro era un uomo fatto e finito.
Gli schioppettii del Califfone smarmittato riempirono l’aria mente Samuele svaniva verso il centro del paese, i lunghi ricci scuri che danzavano al vento. Il casco? Ma va’! Il casco lo mettevano le donne dal parrucchiere, per farsi la piega.
Le ragazze si avviarono a piedi.
«Ciao tosàt» salutò Marica. «Ciao Luca, a domani!» aggiunse poi con un sorriso speciale, tutto per lui. Chiara, invece, gli concesse solo un “ciao” disinteressato.
«Minghia, come ti saluta Marica… Non è che le piaci?» insinuò Alessio dandogli di gomito.
«Non dire cazzate» si schermì Luca, sentendosi arrossire.
«Guarda che non è male, e poi ha delle poppe…» fece Alessio mimando le forme con le mani. «Cosa ci farei…»
«E piantala, che c’è Giorgio!»
«Ha dieci anni, ormai!»
Ma il più piccolo dei fratelli Ferrari guardava per aria, annoiato. “Poppe” era solo un’altra parola che riguardava le ragazze, dunque non aveva importanza.
«Piantala uguale» insistette Luca. Non c’entrava Giorgio, in realtà. Lo imbarazzava parlare di certe cose, non sapeva cosa dire. Alessio aveva già baciato una ragazza con la lingua, a Torino, e parlava sempre di sesso.
Luca, invece, ancora niente. Mai baciato nessuna e, quanto a vedere una tetta dal vivo, manco a parlarne.
Gli unici corpi femminili che aveva sfiorato erano quelli di Sonia e Luisa, un sabato a casa di Roberto, il suo compagno di banco a Genova. Era successo durante una partita a Twister, quel gioco in cui stendi a terra un tappeto di caselle colorate e poi, girando una rotella, scopri quale casella devi toccare e con quale parte del corpo. Si procedeva a turno, una mano sul rosa, un piede sul blu, il tutto studiato apposta per intrecciarsi e stare un po’ attaccati alle ragazze.
Luca era finito con un gomito sulle tette di Sonia – che era piatta come una tavola – e con la faccia vicino al culo di Luisa – che era grosso come una portaerei. Poi una guancia su una spalla, una mano sulla testa e dopo dieci minuti già sudavano e Luisa non profumava esattamente di rosa.
Perché deve andarmi sempre di sfiga?
«Lo so che preferiresti un bel sorriso da Chiara, ma quella non caga mai nessuno» continuò Alessio.
«È perché non ci abbiamo confidenza, Ale. Noi due non siamo di Lamon. L’anno scorso non la beccavi mai quaggiù al campo, c’erano solo Marica e Sara, ricordi?»
«Sara si vede meno, quest’anno. Comunque non capisco perché siamo sempre più maschi che femmine. Ne nascono, di ragazze, in ’sto paese?»
«Almeno c’è Chiara» disse Luca.
«Guarda c...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. 37
  41. 38
  42. Ringraziamenti originali dell’edizione 2016
  43. Note dell’autore alla nuova edizione 2021
  44. Copyright