Il volo dell'allodola
eBook - ePub

Il volo dell'allodola

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il volo dell'allodola

Informazioni su questo libro

Nicky e Kenny partono per una passeggiata nella brughiera con Tina, la loro Jack Russel. È il padre ad aver suggerito quell'uscita primaverile, un modo per passare qualche ora fuori e distrarsi un po'. Tra qualche giorno, infatti, verrà in visita la mamma, andata via di casa tanti anni prima, e Kenny, che ha un lieve ritardo, è molto teso. I due fratelli prendono l'autobus, si avviano per il sentiero, ma presto comincia a nevicare.
Doveva essere solo una passeggiata, un gioco da ragazzi, e invece li sorprende una funesta bufera... Vincitore della prestigiosa Carnegie Medal, Il volo dell'allodola è un racconto di formazione onesto e commovente, una storia di fratelli che rapisce il lettore con la forza delle sue parole.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817157940
eBook ISBN
9788831805544

Diciannove

«Ascoltami. Nicky. Sei salvo. Riesci a sentirmi? Guardami.»
Fasci di luce guizzavano intorno. Come proiettori da ricerca in tempo di guerra.
C’era un uomo. Indossava un casco giallo. Sopra il casco una torcia. Avevo sempre sognato di averne uno così. L’uomo aveva i baffi. Esiste ancora qualcuno che si fa crescere i baffi?
Non capivo.
«Kenny» ho detto.
«Kenny?» ha chiesto l’uomo. «È tuo fratello?»
«Sì.»
«Kenny sta bene.»
C’erano altri uomini. Non solo uomini. Anche una donna. Portavano tutti caschi con le torce e vestiti ruvidi. Mi facevano delle cose.
«Al tre» ha detto qualcuno. «Uno, due…» e poi un dolore terribile, il peggiore di sempre. Mi hanno sollevato per mettermi da qualche parte.
Poi mi hanno avvolto nella carta stagnola.
«Sei il tacchino più grosso del mondo» ha detto qualcuno.
«Dov’è Kenny?» ho chiesto.
«Ti aspetta.»
«È morto?»
«No, ragazzo! Ospedale. Ipotermia. Ma sta bene. Adesso starà guardando la tivù.»
Nel frattempo non hanno mai smesso di lavorare, fare cose. Cinghie. Lamenti.
Qualcuno ha detto: «Portiamolo via di qui finché si può».
Mi sono voltato e ho visto Tina ancora stesa sulle rocce.
«Il mio cane» ho detto.
Ma lo sapevo già.
«Mi spiace, figliolo» ha detto l’uomo.
«Non abbandonatela qui.»
«Non me lo sognerei mai.»
«La seppellirete? In un posto bello…»
«Sì, certo.»
«Non ditelo a Kenny» ho chiesto.
«No, certo.»
Mi stavano sollevando. Gli uomini e la donna. Mi trasportavano. A fatica mi sono voltato per vedere. L’uomo ha raccolto Tina, il nostro cane, che mi aveva ceduto tutto il calore che le restava.
Quando in una storia le persone si addormentano e si risvegliano dopo un po’ di tempo, mi è sempre sembrato un imbroglio. Be’, io non ho perso conoscenza. Ricordo che mi hanno trasportato lungo la gola: gli uomini e la donna a volte camminavano nell’acqua, sollevando spruzzi, e a volte scavalcavano le rocce. Ci siamo arrampicati, e i soccorritori ansimavano nel tentativo di tenere dritta la barella. Poi è stato tutto più facile e infine siamo arrivati sulla strada dove ci aspettava un’ambulanza con le sue luci blu lampeggianti. Per tutto il tempo ho pianto pensando a Tina, con tristezza, e a Kenny, con sollievo. E anche perché la gamba mi faceva molto male.
Ci è voluta un’eternità per andare in ospedale, con tutte le stradine che ha percorso l’ambulanza. Ma non mi importava. Ero al caldo. Quando siamo arrivati, c’è stato un gran trambusto. Le luci dell’ospedale erano troppo forti. Gli infermieri facevano controlli, i dottori facevano controlli. Solo allora mi sono reso conto che l’uomo che aveva raccolto Tina non c’era più. Volevo ringraziare lui e tutti gli altri. Forse lo avevo fatto, ma non riuscivo a ricordarmelo.
La prima cosa che mi hanno fatto in ospedale è stata lavarmi la faccia e mettermi una benda sulla testa. Mi ero scordato di averla picchiata nella caduta. Poi mi hanno portato in sedia rotelle a fare una lastra alla gamba. Un dottore mi ha spiegato che non potevano mettermi il gesso fino al giorno successivo, perché dovevano aspettare che diminuisse il gonfiore. Mi hanno dato delle pastiglie per il dolore. Sono successe altre cose. Poi è arrivato mio padre, e Jenny.
Era ancora notte.
«Mi dispiace, papà» ho detto.
Papà aveva gli occhi umidi.
«Che idiota» ha detto. Penso che parlasse con se stesso.
Poi mi hanno messo su una barella e mi hanno spinto in giro per l’ospedale, con papà da una parte e Jenny dall’altra.
«Stiamo andando da Kenny?» ho chiesto.
«Esatto» ha risposto papà.
«Sta bene?»
«Adesso lo vedrai.»
«Come fai a sapere che sta bene?»
«Siamo già passati a trovarlo» ha risposto Jenny. «È in forma.» Jenny non era la nostra mamma, però le volevo bene.
Poi siamo arrivati da Kenny. Era una corsia con cinque letti, su uno dei quali era sdraiato lui. Stava guardando la televisione, ma senza audio.
«Tutto bene, caro il nostro Nicky» ha detto Kenny. «Ero preoccupato. Però mi hanno detto che sarebbero venuti a prenderti. Ero distrutto dal freddo. A Tina non è piaciuto quando l’acqua è diventata profonda, così è tornata da te. Ho perso il berretto. Il dottore ha detto che me ne prende uno nuovo. Gliel’ho chiesto del Man City, non del Leeds. Il Leeds fa schifo. Che cosa ti hanno fatto alla gamba?»
«L’hanno sistemata» ho detto. «Domani mi metteranno il gesso e potrai firmarlo.»
A Kenny piaceva molto scrivere il suo nome. Faceva un sacco di svolazzi su tutte le lettere.
«Mi hanno detto che è troppo tardi per tenere acceso l’audio della televisione» ha spiegato Kenny. «Così guardo le immagini. Dov’è Tina? Non fanno entrare i cani in ospedale? È per via dei germi?»
Kenny non mi guardava, teneva gli occhi sul piccolo schermo.
Sapevo quello che stavo per dire. Mi ero esercitato in ambulanza.
«A Tina piaceva molto la brughiera. Non voleva tornare in paese. C’era un contadino che aspettava, quando siamo arrivati sulla strada. Ha detto che Tina poteva andare a vivere nella sua fattoria e che le avrebbe insegnato a fare il cane pastore. Ha detto che per un cane era la vita perfetta: tutte le passeggiate che voleva e altri cani per giocare. Ha detto che per un cane era come il paradiso.»
Il volto di Kenny era pallido nel bagliore della tivù. Si capiva che stava immaginando Tina là nella fattoria, a guidare le pecore e a giocare con gli altri cani pastore.
«Sì» ha detto Kenny. «Sono stanco.» Il telecomando della tivù era sul letto. Lo ha preso e l’ha spenta. «Sono felice che stai bene, caro il nostro Nicky.»
«Solo grazie a te, Kenny» ho detto. «Mi hai salvato. Sei un eroe.»
In quel momento mi sono accorto che indossava il suo pigiama di Spiderman. Di sicuro lo aveva portato Jenny. Papà non ci avrebbe mai pensato.
Mi hanno sistemato nel letto accanto a Kenny. Se allungavo la mano, potevo toccarlo. Papà e Jenny sono andati a casa. C’era buio nell’ospedale, ma le infermiere si muovevano ancora in silenzio, con le scarpe che quasi non facevano rumore. Kenny teneva gli occhi chiusi, con le lunghe braccia e le grandi mani fuori dalla coperta. Ho stretto la sua mano nella mia.
«Raccontami una storia» ha mormorato Kenny.
E così gli ho raccontato la vita di Tina in fattoria, e di quando aveva salvato le pecore dal gytrash e di come il contadino l’avesse ricompensata con delle salsicce. Poi la regina era venuta a darle una medaglia e Tina si era sposata con uno dei suoi Corgi e trascorreva metà dell’anno a Buckingham Palace e l’altra metà alla fattoria.
Per la verità, non è stata la mia storia migliore.

Venti

Una settimana dopo eravamo all’aeroporto di Manchester. Kenny e io non eravamo mai stati in aeroporto prima di allora. A lui piaceva tutto lì dentro, le scale mobili, i negozi, e la lucentezza ovunque.
Siamo entrati in una sala con grandi vetrate, oltre le quali si potevano vedere gli aeroplani pronti al decollo. Kenny ha premuto il viso contro il vetro ed è rimasto lì a fissare come un allocco. Anch’io ero un po’ come lui. È stupido, lo so: due ragazzi della nostra età che guardano gli aeroplani come se li avessero appena inventati. Il fatto è che non ne avevamo mai visto uno così da vicino. Insieme alla bellezza di quel posto, all’eccitazione di avere così tanta gente attorno, e a tutte quelle novità, in me c’era anche un pizzico di tristezza. Non solo tristezza. Anche rabbia, perché era ingiusto. Avevo visto così poco nella vita. Non ero nemmeno mai uscito dallo Yorkshire prima che andassimo in macchina a Manchester. Per la prima volta ho desiderato andarmene lontano, riempirmi gli occhi di cose nuove. Avere ogni giorno qualcosa di diverso da guardare…
Ma non eravamo lì per contemplare gli aeroplani e pensare alla fuga. Kenny, papà e io dovevamo incontrare la mamma.
Ero in sedia a rotelle, con la gamba sparata in fuori come un cannone. Un merdoso cannone fatto di gesso. Kenny lo aveva...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prologo
  4. Uno
  5. Due
  6. Tre
  7. Quattro
  8. Cinque
  9. Sei
  10. Sette
  11. Otto
  12. Nove
  13. Dieci
  14. Undici
  15. Dodici
  16. Tredici
  17. Quattordici
  18. Quindici
  19. Sedici
  20. Diciassette
  21. Diciotto
  22. Diciannove
  23. Venti
  24. Epilogo
  25. Ringraziamenti
  26. Copyright