In una Torino afosa e infernale, mentre gli anni Settanta sfumano nel decennio successivo, s'incontrano le solitudini di due protagonisti memorabili: Carlo Botero, maestro in pensione che si sente capito solo dal suo gatto Stalin, e Raffaele Cardoso, sessantenne dal passato oscuro, con una particolare confidenza con la malavita. Entrambi sono afflitti dal fardello di un destino assurdo e straziante a cui non possono sottrarsi: uccidere per il bene di chi è loro più caro. Il fratello italiano è la loro storia, un'avventura a tinte nere dentro la città, e il racconto di due vecchiaie ai poli opposti dell'umanità, che combinano i drammi delle rispettive esistenze. Vincitore del Premio Campiello nel 1980, questo romanzo alimentato da dilemmi incomponibili, da mondi che non riescono a comunicare, disegna con una scrittura cruda e dolorosa il passaggio di testimone tra due generazioni - quella che precede e quella che vive il boom dei consumi degli anni Ottanta - e conferma Giovanni Arpino come uno dei più importanti narratori del Novecento, mai allineato eppure profondamente immerso nel proprio tempo, capace di guardare dentro il buio dei propri personaggi senza mai giudicarli.

- 216 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Il fratello italiano
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
III
Riprese i sensi, avvertendo un dolore terribile all’orecchio destro e di lì fino al collo, come se lo attanagliassero migliaia di ferri infuocati.
Poi fu un bisbiglio o forse un guaito, molto vicino, ma c’era troppo buio per distinguere e c’era un furibondo tamburo di male nella sua scatola cranica, dall’una all’altra tempia. Con le mani tastò, sentendo l’umidità del cemento dov’era coricato. E già gli saliva per la gamba, a partire dal ginocchio destro, un nuovo dolore: serpeggiò in ferocissima fiamma.
«Si sveglia. Si sveglia» ripeteva il guaito.
Ora una mano incerta tentava di frugarlo, la macchia d’un volto era china su di lui, e ansimava, puzzava. La mano lo palpò con frenesia, alla cieca, ma Carlo Botero, squassato dal dolore, non poteva far nulla. Dentro le palpebre chiuse gli riapparve il bastone che lo aveva colpito. Un legno corto, a forma di spatola, corazzato di cerotti. Era accaduto nella piazza, dietro la montagnola delle angurie, proprio di fronte a quel caffè. Riudì il grugnito dell’uomo con gli occhiali neri, il barista. Fulmineo nell’avventarsi.
«E sbrigati» tremolava quella voce vicina.
Poi dovette accadere qualcosa. Un’altra presenza.
«Voi. Sparite. O vi faccio mangiare gli orecchi. Figli di una cagna» ruggì una voce nuova, rauca.
La mano che frugava svanì, i guaiti raddoppiarono ma allontanandosi. E ora due braccia cercavano di sollevare Botero, che con un solo occhio aperto vide i ragazzi dileguarsi, lei pallida malata, le guance crostose, lui con le braccia nude maciullate di lividi.
Seduto, Botero tentò il respiro, piegandosi cautamente sullo stomaco per accogliere e poi sopportare la scarica degli infiniti raggi che lo bruciavano dal ginocchio al collo. La prima boccata d’aria fu un colpo di rasoio in gola.
«Per tutte le Madonne vestite e ignude» ringhiava la voce dietro di lui, «sto via mezzo minuto e già ne sortono fuori altri due. Mondo appestato.»
Finalmente Botero poté annotare qualcosa: un cortile stretto e slabbrato come una scarpa vecchia, finestrine nere e chiuse, odori da vomito, e poi l’uomo. Gli si era piazzato davanti, e gli parve di riconoscerlo anche se non ebbe la forza d’inquadrarlo nella memoria.
«State meglio?» si era chinato a scrutarlo quel tale. «Toccatevi gli ossi. Adagio. Toccateli. Se non trovate il rotto, ringraziate pure Domineddio.»
Botero palpò il ginocchio, il collo, le costole. Una vampa dentro l’orecchio crebbe e diminuì, spargendo residui di brace nel cervello. Meccanicamente frugò in tasca: il portafogli sì, sparito il revolver.
L’uomo rise e tossì nell’ombra: «È l’unica cosa che vi hanno portato via. Ma si trattava solo di giocattolo. I due furbi, i due drogati qua dentro: quelli volevano ripulirvi. Se adesso poteste mettervi in piedi».
Botero soffiò col naso, graduò il fiato dondolando con precauzione la testa. L’orecchio destro e il ginocchio crepitavano di incendi.
«Quei due ragazzi» andava ancora spiegando l’uomo, «anche loro devono aver visto tutto. Come me. Ma appena vi trasporto qua dentro, si buttano a spolverarvi. Cani rabbiosi, a sotterrarli vivi gli si farebbe una grazia. E poi dicono l’America.»
Sfregò un fiammifero di legno, chinandosi.
E così il maestro poté misurare quel volto logoro, le guance un po’ gonfie, ispide.
«Sangue non se ne vede» rimase chino l’uomo con un secondo fiammifero acceso. «Anche se il sangue è il meno. Il ginocchio: diamo un’occhiata.»
Botero arrotolò il pantalone.
«Bella legnata» approvò l’uomo. «Un’altra così e s’ammazza un maiale di cento chili.»
Ora Botero riusciva a ricucire i brandelli di quella notte. Tese una mano e l’altro lo aiutò a strapparsi da terra.
Ma il ginocchio gli si piegava come il gambo d’un fungo reso spugnoso dalla pioggia.
«L’avevo capito dal colpo» giudicò l’uomo, e quelle sue guance gonfie ingurgitavano, masticavano aria. «Per questo ho pensato al triciclo. È il triciclo di quell’anima fessa che vende cocomeri, là in piazza. Ma mentre io vado a prenderlo, spuntano i due drogati a fottervi. Dico: ma che c’entravano, loro? Avevano forse questioni con voi? No. Solo pronti a approfittare, come tutti i figli di cagna. Nel resto, io non metto parola: quel barista ha faccia d’assassino, ma voi dovete conoscerlo meglio di me. E il bastone sa usarlo.»
Botero lo mise finalmente a fuoco. Era strapazzato, scuro, con quella giacca pesante malandata che gli pendeva da tutte le parti. Era il vecchio avanzo di carbone bruciato e tossicoloso che il giorno prima aveva notato al caffè.
«Voi una macchina non l’avete» andava sussurrando quel vecchio. «Qua, dico. Perché forse siete padrone di dieci macchine, che ne posso sapere io? E così ho pensato al triciclo. Voi ditemi dove volete che vi porti.»
«Bastardi. Schifosi. Impiccarli tutti» barcollava il maestro provando ancora il ginocchio.
«Se vi piazzate su questo triciclo» supplicò l’uomo.
«Ma guarda la vita. Ma guarda» si lamentava Botero, a occhi chiusi, aspettando che migliaia di briciole luminose si diradassero dietro le palpebre.
«Certo vi sporcherete questi bei panni» continuò l’uomo. «Ma c’è una fontana là sul viale. Mettete il vostro ginocchio sotto l’acqua fredda e tra una mezz’ora il ginocchio sta meglio e guarito.»
«Dovrei andare al pronto soccorso, alla polizia» inferocì Botero, frugando per le sigarette.
L’altro strinse le spalle: «Se volete. Se credete alla polizia. Brava gente, e chi lo nega. Ma come gli arcangeli d’Iddio: pregarli puoi, usarli no».
«Non l’ho ancora ringraziata» tirò su la testa Botero, assaporando il fumo benché sentisse aride le canne della gola.
«Grazie di cosa» il vecchio parve mascherarsi dietro una sua ruvida smorfia, inghiottì e addentò aria, «siamo umani. O si è umani o non si è. Io disgrazie ne ho viste tante. Perché già la vita è disgrazia, nasce e cresce disgrazia. Però mai ho fatto il mestiere di delinquente.»
Ora i dolori si erano quasi localizzati. Botero subiva la crudele presenza di orecchio collo ginocchio, ma sembravano attenuarsi quei filamenti che pochi minuti prima gli erano corsi per ogni dove, spargendo male.
«Il mio nome è Carlo Botero. Maestro. Pensionato» gli uscì in faticosa sillabazione, e provò disgusto nel palesarsi.
«E io vengo detto: Cardoso. Cardoso Raffaele. Pensionato anch’io, anche se di specie manovale» annuì l’altro. «Se adesso vi accomodaste. C’è quella fontana. Per il ginocchio. La testa vi farà male ma non va comandata. Il ginocchio sì. Col triciclo basta un minuto. La sapete l’ora?»
«L’una e venti? Ma come?» allibì Botero dopo aver accostato il polso all’occhio.
«Da svenuti si sta bene» si rallegrò il vecchio, tranquillamente. «Una volta io ho picchiato con la testa, su una pietra. C’era il sole, mi sveglio e non c’è più. Svenire fa paradiso. Per questo è sempre piaciuto alle donne. Si danno a compiangere e passano il tempo. Adesso: quel ginocchio. Meglio andare.»
Dall’ombra venne fuori il triciclo. Con un largo manubrio e due ruote piccole ai lati del piano di carico, una terza ruota normale sotto il sellino.
Botero sedette, le gambe in avanti. Una freccia di dolore tornò a fulminargli tra le tempie ma il ginocchio improvvisamente irrigidito parve trovar quiete.
«È stato mestiere mio portare pesi. Ma voi siete una piuma» spinse il vecchio, contento, curvandosi a due mani dietro il sellino.
Uscirono nel vicolo, poi fu la piazza, quella montagnola di angurie abbandonata sotto una solitaria lampadina. Odori grevi di frutti marciti vagavano nell’aria. Il caffè mostrava le saracinesche abbassate.
«Stiamo tranquilli. L’uomo dei cocomeri è solo un quintale di fesseria. Scappò, vedendo» controllava Cardoso.
«Ero vicino a lui, là dietro, quando mi vennero addosso» ci tenne a precisare Botero.
«Uno solo. Scusatemi» faticava Cardoso cadenzando il respiro. «Solo il barista. Dev’essere la sua specialità. Non dovete vergognarvi. Quello sembra una lisca di pesce, però ha la cattiveria del ragno velenoso. Così piglia il bastone dei gelati, che gli serve per girare la pasta dei gelati, lo incerona, esce dal caffè, qualcuno vi aveva scoperto là dietro i cocomeri. Lui vi arriva sopra e vi dà la sua buonanotte col legno, vi piglia solo la pistola. Io stavo al tavolo mio. A me nessuno mi guarda, giustamente. E l’uomo dei cocomeri è scappato per non vedere, non sapere. Nemmeno la lampadina ha spento.»
«Ma perché» mormorò Botero.
«Perché io? O perché loro?» Cardoso spingeva il triciclo con un ritmo senza scosse, il marciapiedi che ora stava per slargarsi all’incrocio del viale era in leggera salita. «Io sto in un’altra storia. E questo non è il momento di disturbarvi con la storia mia. Di loro, di quelli del caffè, saprete tutto voi: c’è chi ha il bastone e c’è chi ha la pistola. Ieri l’avete anche fatta vedere. Intenzione vostra? Non intenzione? Intanto qualcuno come il barista avrà voluto capire chissacché. Io altro non mi permetto. E forse voi siete un signore veramente, quindi più sto zitto meglio sto.»
Botero sentì ogni voglia sfuggirgli tra le intermittenze del dolore, che ora martellava sordo nel collo, nell’orecchio, anche se il ginocchio immobile sul legno pareva essersi ricomposto in un suo equilibrio. Rovesciando la testa, poteva vedere i grandi alberi del viale camminare all’indietro come poderosi fantasmi. Frammenti minutissimi di stelle apparivano nel cielo fuligginoso. Qualche macchina fulminò via, lampeggiando. La calura premeva con tutti i suoi sudarii.
«La fontana è là» avvisò Cardoso.
«Se qualche guardia ci vede, dovrò dire che sono caduto, non so neanch’io bene e come» volle considerare Botero.
«Ma quale guardia» ghignò Cardoso ruminando tra le gote. «Io qui passo le notti. M...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La scrittura è una ferita. di Mario Desiati
- IL FRATELLO ITALIANO
- Capitolo I
- Capitolo II
- Capitolo III
- Capitolo IV
- Capitolo V
- Capitolo VI
- Capitolo VII
- Capitolo VIII
- Capitolo IX
- Capitolo X
- Capitolo XI
- Capitolo XII
- Copyright