La paura del leone
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La paura del leone

Perché tutti gli animali si spaventano e perché alla natura va bene così

  1. 228 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La paura del leone

Perché tutti gli animali si spaventano e perché alla natura va bene così

Informazioni su questo libro

Piaccia o no, i cacciatori sono fondamentali per il mondo animale, dove tutto si basa sulla relazione tra il predatore e la sua preda, tra chi corre per nutrirsi e chi scappa per salvarsi la vita. E chi scappa per salvarsi vive un'emozione che anche noi umani conosciamo bene: la paura.
"Tutti gli animali hanno paura, e per questo motivo adattano il loro comportamento alle situazioni e imparano acon-vivere, nel senso di vivere insieme. Studiando la paura si può capire come funzionano gli ecosistemi e come funziona, in fin dei conti, tutto il nostro mondo" spiega Chiara Morosinotto, biologa evoluzionistica specializzata nei comportamenti animali.
Per mostrarci come la paura incida spesso in modi inimmaginabili sulla vita di tutte le creature, uomo compreso, Chiara ci guida attraverso le sue ricerche, mettendo al servizio di noi lettori il suo sguardo di scienziata e di attenta osservatrice della realtà. Il risultato è un volume ricco e coinvolgente, scritto insieme al fratello Davide, dove ogni esperienza è un'avventura, ogni scoperta un racconto.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2022
Print ISBN
9788817161411
eBook ISBN
9788831807463
CAPITOLO 1

IL LUPO

(O DELLA PAURA UNIVERSALE)
Immaginati un bosco: il profumo della resina, il sole tra gli alberi, il cinguettio degli uccelli… Ecco, no. Proprio per niente. Scordati subito le passeggiate con tua nonna e gli scorci perfetti per una foto su Instagram.
Nella realtà il bosco non è affatto un posto tranquillo e rilassante. È invece un campo di battaglia, un luogo oscuro dove vita e morte si sfidano a duello e ogni creatura combatte all’ultimo sangue per mangiare e non essere mangiata. Per conquistarsi il diritto di vedere un altro giorno.
Ricordo la prima volta che sono stata abbandonata da sola in una vera foresta a cercar gufi. Era il 2007 e avevo da poco iniziato il mio dottorato di ricerca in Finlandia. La sede di lavoro era Kauhava, un villaggio sperso fra campi e foreste vicino a Seinäjoki: un posto così isolato che, per capirci, il sabato sera la gente che vuole andare a bersi qualcosa al bar ci va con il trattore. O con lo spalaneve, quando è inverno.
Mi trovavo lì perché il professor Korpimäki dell’università di Turku mi aveva voluto nel suo team per studiare da vicino la vita di vari uccelli, dalle eleganti balie nere alle minuscole civette nane per finire con i graziosi (ma cattivissimi) allocchi degli Urali (Strix uralensis). Si tratta di rapaci bianchi e morbidosi con un’apertura alare di ben oltre un metro e, loro sì, perfetti per una foto su Instagram. Se non fosse che questi allocchi, soprannominati “assassini”, sono a dir poco feroci se qualcuno entra nel loro territorio… guarda caso, quello che avrei dovuto fare io tutto il giorno per lavoro.
Silenziosi come spettri, piombano dall’alto sull’intruso e lo colpiscono con la forza di un proiettile. Attaccano la parte più alta del corpo degli animali e, quindi, la testa. Per questo motivo, i ricercatori come me vengono dotati di un casco di protezione come quelli dei motociclisti: una palla piumata e artigliata che mira agli occhi, infatti, può farti molto male e in passato alcuni colleghi hanno perso la vista a causa di un attacco. Tutte informazioni che ovviamente ho evitato di raccontare ai miei genitori al momento di accettare il nuovo lavoro in Finlandia.
Se invece tu fossi in pensiero più per gli allocchi che per la sottoscritta (grazie), sappi che i caschi di protezione sono imbottiti anche all’esterno, in modo da non far male agli animali quando scendono in picchiata per provare a ucciderci. Perché, e questa non è una battuta, per gli ecologi il rispetto della natura è la prima legge del mestiere, la più importante.
E quindi eccomi per la prima volta in una grande foresta, armata di casco e avvolta dalla testa ai piedi in una zanzariera, che d’estate in Finlandia le zanzare sono milioni e particolarmente affamate. Nello zaino ho GPS, telecamera, binocolo, un quaderno, il mio pranzo, un cambio di vestiti.
Dopo aver parcheggiato il pick-up con qualche difficoltà tra un torrente e la strada, mi avvio di buon passo verso il primo nido della giornata. Sono sola, è l’alba, il bosco è un labirinto di versi, ronzii, fruscii, schiocchi che non conosco e mi sembrano un po’ ostili.
La prima cosa che noto è che è molto difficile spostarsi. Non ci sono sentieri da seguire, bisogna arrancare fra radici, tronchi caduti, buche improvvise, cespugli. Fra questi il mio preferito è senza dubbio il rosmarino di palude: splendidi fiori bianchi e rami come liane, che si attorcigliano attorno ai miei stivali facendomi inciampare a ogni passo.
Fossi profondi di acqua scura e gelida mi sbarrano la strada in ogni momento, e dato che non ci sono ponti l’unico modo di superarli è provare a saltare… Cercando di non bagnare l’attrezzatura.
Il primo salto va abbastanza bene. Il secondo anche. Al terzo, scivolo sulla riva del fosso e affondo nel fango fino alle ginocchia. Annaspo, cercando di trovare un ramo a cui aggrapparmi per tirarmi fuori dal pantano. Il mio cellulare in quella zona non prende e capisco all’improvviso che posso contare solo su me stessa. Non c’è nessuno che, in caso di bisogno, potrà venire ad aiutarmi. Così mi assale la paura.
La paura, che poi è l’argomento principale di questo libro, è uno stato emotivo che si manifesta con diversi “sintomi” fisici che conosci benissimo anche tu: spalanchi gli occhi, aguzzi le orecchie, il cuore batte più forte e ti si rizzano i peletti sulle braccia. Nell’organismo capitano anche altre cose meno visibili ma non meno importanti, per esempio aumenta la secrezione di certi ormoni.
Perché esiste la paura? Perché l’evoluzione, cioè il meccanismo che modella generazione dopo generazione tutti gli esseri viventi per renderli più adatti all’ambiente circostante, ha pensato bene di “inventarla”?
Questo è, da molti anni, l’obiettivo delle mie ricerche. Capire e studiare la paura, e tutto quello che la circonda. La paura infatti è alla base della vita animale sulla Terra, perché è il miglior meccanismo che la natura ci ha messo a disposizione per salvarci da una lunga serie di morti orrende. La paura ci rende prudenti, evita di farci fare sciocchezze troppo grosse e ci fa stare all’erta e concentrati. Infatti, dopo la mia prima caduta nel fango ho imparato a non sottovalutare i fossi finlandesi e a fare molta più attenzione durante il loro superamento.
Al di là delle mie difficoltà personali con il salto in lungo, nel corso dell’evoluzione umana la paura è stata importantissima per difenderci dai predatori, cioè quegli animali che potrebbero attaccarci e ucciderci, magari mangiarci. Ci “consiglia” di non addentrarci in posti pericolosi, come le foreste appunto, in modo da ridurre il rischio di incontrare un predatore. E se per caso dovessimo incontrarne uno, innesca un processo fisiologico che ci prepara alla fuga, per esempio attraverso la produzione di adrenalina.
Questo meccanismo ha permesso a noi uomini di sopravvivere per più di due milioni di anni. Molte delle fobie più comuni, come la paura dei ragni o dei serpenti, derivano dal timore che i nostri antenati provavano nei confronti di animali potenzialmente mortali. È una difesa così radicata in noi che ancora oggi i bambini la sera tremano ascoltando le storie del lupo cattivo, anche se probabilmente non ne hanno mai visto uno in vita loro (e forse mai lo vedranno).
Per noi europei, che abitiamo in un territorio per millenni dominato dai lupi (Canis lupus), questo animale è diventato in un certo senso il simbolo del predatore per eccellenza.
Su di lui abbiamo inventato storie del terrore e leggende come quella sui licantropi, uomini che si trasformano in belva nelle notti di luna piena. E spesso gli abbiamo dato la caccia, per liberarcene una volta per tutte.
Spoiler: ce l’abbiamo fatta. Abbiamo sterminato i lupi quasi fino all’ultimo. E oggi quando ne viene avvistato uno, invece di essere felici perché una specie minacciata ritorna a popolare le nostre montagne, spesso si scatena il panico… Nonostante l’ultimo attacco a un uomo in Italia sia avvenuto quasi duecento anni fa!
In Europa oggi vivono circa 17.000 lupi. Poco più della popolazione che era presente, duecento anni fa, nella sola Francia.
Dei 17.000 lupi europei, almeno 2000 stanno in Italia (ma si pensa che possano essere quasi 3000), concentrati principalmente nell’Appennino e sulle Alpi.
È un ottimo risultato se pensi che nel nostro Paese, cinquant’anni fa, a causa delle grandi persecuzioni ne erano rimasti solo un centinaio.
In realtà, noi non abbiamo reintrodotto il lupo portando qui degli esemplari da qualche altra parte. È stato sufficiente regolamentare la caccia: in questo modo la selvaggina si è moltiplicata, e i pochi lupi che avevamo hanno potuto riprodursi e formare nuovi branchi. Senza contare che dagli anni Settanta del secolo scorso uccidere un lupo è diventato illegale (e in Spagna di recente dei cacciatori sono stati multati per ben 57.000 euro), per proteggere questi animali dal loro nemico più pericoloso, vale a dire noi.
Tra le nostre montagne si trovano branchi piuttosto piccoli, che comprendono fra i due e i sette individui a seconda della disponibilità di cibo: principalmente cinghiali, cervi e caprioli. Questi branchi si muovono su territori molto ampi, anche 200 chilometri quadrati, che comprendono paesi abitati, campagne e fattorie.
Se hai la fortuna di vivere da quelle parti, è probabile che tu sappia che molta gente intorno a te non è per niente felice del “ritorno del lupo”. E la gente ha pure le sue ragioni: quando non trovano di meglio, questi animali attaccano gli allevamenti per rubare pecore, mucche e capre. Ancora una volta, fanno paura.
Allora perché sentirli ululare nella notte dovrebbe farti sentire, oltre che un po’ spaventato, anche parecchio contento?
La ragione non è immediata da capire, quindi per provare a spiegartela devo portarti un po’ lontano dall’Italia, e per la precisione negli Stati Uniti, nel parco di Yellowstone.
Si trova all’incrocio fra tre stati, il Wyoming, il Montana e l’Idaho, e occupa una superficie di quasi 9000 chilometri quadrati. Venne fondato dal presidente degli Stati Uniti Ulysses S. Grant nel 1872 e questo ne fa il parco naturale più antico del mondo. Tra le mille ragioni che lo rendono un posto davvero speciale vi è il fatto che qui si trova la più grande caldera del Nord America.
La caldera è un lago sotterraneo di magma vulcanico e provoca il famosissimo fenomeno dei geyser (nel parco di Yellowstone si trova infatti oltre la metà di tutti i geyser del mondo). A me è capitato di vederne parecchi di persona qualche anno fa, in Islanda. Sono buchi piuttosto noiosi che si aprono nel terreno, e non avrebbero poi molto di interessante finché, a intervalli regolari, ecco che dalle profondità spunta fuori uno spruzzo d’acqua bollente alto fino a 60 metri. È come assistere al respiro di un drago, o di una balena a vapore: uno spettacolo davvero eccezionale.
Yellowstone costituisce anche il più grande ecosistema rimasto quasi inalterato nell’emisfero nord della Terra. Ospita centinaia di specie di vertebrati tra cui orsi grizzly, linci, puma, alci, bisonti.
E lupi.
Quando il parco fu creato, questa era la casa di una sottospecie del lupo caratterizzata da una grossa mole, arrivava fino ai 60 chili di peso e a quasi un metro e mezzo di lunghezza. Rispetto alle sottospecie europee era più massiccio, con la testa grossa e la pelliccia molto folta. Le sue prede preferite erano il bisonte, il castoro e il wapiti, che sarebbe una specie di cervo (infatti il nome latino è Cervus elaphus canadensis).
Un branco di lupi è formato generalmente da un’unica famiglia, cioè da una mamma e un papà seguiti dalle cucciolate dei tre anni precedenti. Un branco medio quindi è di solito composto dai genitori, 3-6 figli adolescenti e 1-3 cuccioli, anche se, raramente, più famiglie possono unirsi per formare branchi più grandi.
Il lupo è estremamente territoriale e difende un’area molto più grande di quella che gli servirebbe per sopravvivere, soprattutto quando i cuccioli sono ancora piccoli. Se l’uomo non ci mette lo zampino, infatti, la principale causa di mortalità tra i lupi è dovuta a lotte territoriali con altri lupi.
Nel 1872, quando fu creato Yellowstone, all’interno del parco la caccia non era vietata, perciò i turisti in gita potevano tranquillamente portarsi il fucile insieme al cestino da picnic.
Non c’è neanche bisogno che te lo dica: tra le prede più ambite da questi cacciatori della domenica c’era proprio il lupo. Per un ricco americano di Boston infatti non c’era niente di più virile e coraggioso che tornare da una vacanza a Yellowstone con qualche bestione impagliato da mettere vicino al camino.
Dato che anche le guardie del parco erano convinte che i lupi fossero animali pericolosi, da eliminare al più presto per garantire la sicurezza dei turisti, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento a Yellowstone vennero uccisi migliaia di lupi, finché l’ultimo branco fu sterminato nel 1926. A quel punto la grande popolazione lupesca di Yellowstone fu dichiarata ufficialmente estinta.
Cosa accadde poi?
Be’, senza più lupi a dar loro fastidio, i branchi di wapiti cominciarono a moltiplicarsi finché diventarono numerosissimi. Tutti questi cervi dovevano mangiare, e dato che il loro cibo preferito sono salici e pioppi, questi alberi cominciarono a diventare sempre più piccoli e rari, perché a causa degli wapiti non avevano il tempo di germogliare e crescere. Quindi ci furono sempre più wapiti, sempre meno alberi. Quando poi arrivava un inverno particolarmente freddo, gli wapiti morivano di fame e le loro carcasse rimanevano sul terreno a centinaia o peggio ancora finivano nei fiumi, inquinando le acque.
Si arrivò al punto che le guardie di Yellowstone iniziarono a cacciarli per tenere la popolazione sotto controllo: fra il 1932 e il 1968 dovettero ucciderne più di 70.000.
A quel punto un gruppo di ecologi, miei colleghi, ebbe un’idea per risolvere il problema. Yellowstone aveva bisogno dei suoi lupi.
Dopo un po’ di discussioni per convincere tutti che fosse la cosa giusta da fare, questi ecologi andarono in Canada, catturarono 31 lupi e fra il 1994 e il 1996 li liberarono nel parco.
Gli effetti furono quasi miracolosi.
In pochissimo tempo l’ecosistema ricominciò a fiorire. I lupi iniziarono a mangiare gli wapiti in sovrannumero. Nei boschi le “notizie” viaggiano in fretta, e presto gli wapiti ancora vivi cominciarono ad avere paura: sempre con le orecchie ben tese, scappavano al minimo rumore… Spostandosi continuamente da un punto all’altro e quindi lasciando il tempo a salici e pioppi di crescere.
Per quanto strano questo possa sembrare, l’arrivo dei lupi fece bene anche agli wapiti stessi, che smisero di soffrire di stragi di massa dovute alle carestie.
Sembra già un bel risultato, ma non è mica finita qui.
Perché molti più alberi significa molto più legno e cibo per i ca...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA PAURA DEL LEONE
  4. PRESENTAZIONE. (O DELLA PAURA DELLE SORELLE)
  5. CAPITOLO 1. IL LUPO. (O DELLA PAURA UNIVERSALE)
  6. CAPITOLO 2. LA FARFALLA. (O DI COME DIFENDERSI DALLA PAURA)
  7. CAPITOLO 3. LA GRU. (O DELLA PAURA DEI GENITORI)
  8. CAPITOLO 4. LA LEPRE. (O DI COME FUNZIONA LA PAURA)
  9. CAPITOLO 5. LA SEPPIA. (O DELLA PAURA NELL’UOVO)
  10. CAPITOLO 6. IL BARBAGIANNI. (O DELLA PAURA DEL CACCIATORE)
  11. CAPITOLO 7. IL SERPENTE. (O DELLA GUERRA ALLA PAURA)
  12. CAPITOLO 8. IL DELFINO. (O DELLO SPAZIO DELLA PAURA)
  13. CAPITOLO 9. LA CINCIALLEGRA. (O DEL CLIMA DELLA PAURA)
  14. CAPITOLO 10. IL PIPISTRELLO. (O DELLA PAURA DEL BUIO)
  15. CAPITOLO 11. IL GATTO. (O DELLA PAURA DELL’ALIENO)
  16. CAPITOLO 12. IL LEONE DI MONTAGNA. (O DELLA PAURA DELL’UOMO)
  17. RINGRAZIAMENTI
  18. Copyright