Parma, 7 novembre 1265, vespri
Nelle carceri sulla torre del palazzo vescovile, il fuoco del camino usato per arroventare i ferri illuminava l’uomo nudo appeso alle corde fissate al soffitto. Era di bassa statura, grasso e livido per il freddo.
Il giovane frate domenicano che conduceva l’interrogatorio era seduto su una panca troppo bassa per lui. Trovava quel corpo ripugnante e aveva già deciso che lo avrebbe fatto bruciare solo per questo.
«Vi prego, padre…» ansimò il prigioniero, in latino. «State commettendo un errore. Non sono un eretico. Sono un monaco di san Benedetto».
L’inquisitore era stanco di quelle bugie.
Lo avevano preso la sera prima, in una locanda del centro. Ebbro di vino, si vantava di aver letto un libro sul tesoro del diavolo. Un’affermazione che poteva costare la vita, nella città occupata dall’esercito francese inviato da Dio a conquistare il regno di Sicilia e a porre fine al dominio dell’usurpatore Manfredi, figlio del defunto imperatore Federico di Svevia.
Il sovrano designato dal papa, Carlo d’Angiò, dopo aver celebrato la Pasqua a Parigi con il fratello, re Luigi di Francia, era arrivato in maggio a Roma via mare, sfuggendo miracolosamente alla caccia di ottanta galere genovesi, pisane e siciliane. Il suo esercito, guidato dal conte Roberto di Fiandra e da Philippe de Montfort, era invece entrato nella valle del Po con millecinquecento cavalieri, cinquemila servientes* e alcuni inquisitori domenicani incaricati di ripulire l’Italia dagli eretici e dagli infedeli.
L’avanzata era stata più lenta del previsto, anche se non avevano incontrato fino a quel momento alcuna seria resistenza. Il potente marchese di Monferrato, in passato alleato di Manfredi come i Savoia, gli aveva ora voltato le spalle schierandosi con il papa, mentre Oberto Pallavicino, vicario imperiale per la Lombardia, pur avendo raccolto più di tremila cavalieri nelle città della pianura, non aveva osato dare battaglia e si era limitato a proteggere le sue terre. Terre piene di eretici, come il domenicano sapeva bene. L’eresia catara, estirpata in Francia tra roghi e massacri, allignava ancora nell’Italia del Nord. Ne erano infestate Cremona, Piacenza e molte altre città. Si diceva che lo stesso Pallavicino fosse cataro.
L’uomo che stava interrogando, Jacopo da Celano, non gli sembrava uno dei perfecti bogomili. Smaltita la sbornia, aveva sostenuto di non ricordare nulla di quanto era accaduto la sera prima e di essere addirittura un monaco benedettino. Non ne vestiva tuttavia l’abito, né aveva la tonsura.
L’inquisitore fece un cenno ai servientes che lo coadiuvavano nell’interrogatorio e quelli lo tirarono giù. Il prigioniero cadde pesantemente a terra con un grido e continuò ad ansimare. Il giovane frate parlò fissando il soffitto a volta, la voce leggermente nasale. «Se sei un benedettino, dimmi quanti sono i gradi dell’umiltà nella Regola di san Benedetto.»
L’uomo cercò di recuperare fiato, poi rispose: «Dodici… Il dodicesimo grado è quello del monaco la cui umiltà non è solo interiore, ma traspare di fronte a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento esteriore».
L’inquisitore inarcò leggermente le sopracciglia e si sforzò di abbassare gli occhi su di lui.
«“Acclamate a Dio da tutta la terra, inneggiate alla gloria del suo nome, rendete splendida la sua lode”… Continua tu.»
Il prigioniero esitò, come cercando di ricordare. Poi recitò, incerto: «“Dite a Dio: sono stupende le tue opere, per la grandezza della tua forza davanti a te si piegano i tuoi avversari”…».1
«Basta.»
Il domenicano decise che fosse inutile continuare. Le risposte erano esatte. L’uomo era effettivamente un monaco, o almeno lo era stato. Ci sarebbe voluto il magister, ma era lontano. Sarebbe quindi toccato a lui, Berengario da Verona, scoprire la verità e dimostrare di essere un degno allievo di Yves le Breton, inquisitore delegato dal papa nel regno di Francia. Tornò a fissare il pavimento.
«Da dove vieni?»
«Da Montecassino.»
Berengario si sforzò di restare impassibile, ma avvertì l’accelerazione dei battiti del cuore. «Perché sei qui?»
«Ho lasciato l’abbazia due anni fa, dopo che all’abate designato dal papa, Bernard d’Ayglier, era stato negato l’accesso da Teodino di Capistrello, eletto abate dai monaci per volere di Manfredi.»
Berengario annuì impercettibilmente, poi ordinò: «Copritelo».
Sembrò un gesto di pietà, ma non lo era. Un servente avvolse il prigioniero in un ruvido mantello di lana scura. L’inquisitore proseguì, riuscendo finalmente a posare lo sguardo su di lui. «Qui siamo molto lontani da Bernard d’Ayglier.»
«Non l’ho seguito. Sono scappato per conto mio.»
«Perché?»
«Perché Teodino non mi piace. Lo conosco bene. Ho avuto guai da lui quando si occupava ancora degli infermi dell’abbazia, prima che vendesse l’anima al diavolo.»
Anche se il suo interlocutore non avrebbe potuto immaginarlo, Berengario conosceva bene la storia di Teodino di Capistrello. Già monaco erborista di Montecassino, si era schierato con Manfredi ricevendo in cambio la sede vescovile di Acerra e poi l’abbazia. Il vescovo di Troia aveva confermato e benedetto l’elezione, sfidando il divieto del papa. Teodino era stato quindi immediatamente deposto dal pontefice, che aveva designato al suo posto Bernard d’Ayglier, uomo di grande fede e sapienza, abate di Lerino2 e vecchio amico di Yves le Breton. Il francese non era tuttavia riuscito a prendere possesso dell’abbazia, ma era stato costretto a fuggire per evitare di restarvi prigioniero. Secondo le ultime notizie, aveva raggiunto a Viterbo papa Clemente e Carlo d’Angiò, in attesa dell’esercito.
«Perché non indossavi l’abito di san Benedetto?»
«È stato un periodo difficile. Non avevo di che vivere e queste sono terre in cui i monaci non sono ben visti. Mi sono occupato di tenere i conti per un mercante e di istruire i suoi figli.»
«Cos’è questa storia del tesoro del diavolo?»
«Come vi ho già detto, ero ubriaco e non ricordo nulla.»
«Ti hanno sentito in molti. Devo quindi pensare che fosse proprio il diavolo a essersi impossessato di te?»
Jacopo da Celano comprese che se l’inquisitore lo avesse ritenuto preda del demonio per lui non ci sarebbe stato scampo e che continuare a negare sarebbe stato peggio. Esclamò di getto: «Non ho letto quel libro! Non l’ho nemmeno visto! Ne ho solo sentito parlare da Teodino».
«Vai avanti» mormorò Berengario.
«Fu una sera all’abbazia, prima che i nostri rapporti si guastassero. Teodino mi confidò che cercando nella biblioteca alcuni libri per i suoi infusi medicinali aveva trovato un volume sul thesaurus diaboli.»
«È quello il titolo del libro?»
«Non lo so. Non me lo disse.»
«In che cosa consiste questo tesoro?»
«Non lo specificò. Affermò solo che rendeva invincibili.»
«Invincibili?» ripeté l’inquisitore.
«Proprio così, questo lo ricordo bene. Narrava anche la storia della donna dell’Apocalisse, quella assisa sulla bestia.»
«La donna dell’Apocalisse?»
«Sì, è ciò che mi disse e non lo dimenticherò mai. “Una ragazza bellissima, vestita di porpora e scarlatto e splendidamente adorna di oro, pietre preziose e perle, con in mano un calice d’oro ricolmo delle perversioni e delle impurità della sua dissolutezza. Sulla sua fronte stava scritto un nome, un mistero: Babilonia, madre delle impudicizie e delle abominazioni della terra”.»3
Aveva recitato un brano dell’Apocalisse e il modo in cui aveva descritto la donna lasciava chiaramente intendere che era addirittura affascinato da quell’immagine demoniaca. Non potevano esserci dubbi, era proprio un benedettino. Berengario, fresco di studi nel convento di San Giacomo a Parigi, per prepararsi al gravoso officium aveva dovuto leggere anche i libri degli infedeli e quelli proibiti, ma uno che narrasse del tesoro del diavolo e della donna assisa sulla bestia gli era del tutto nuovo.
In ogni caso, non solo era grave che un testo del genere fosse nascosto in una delle principali abbazie della Cristianità, ma c’era ben altro che in quel momento lo rendeva pericoloso. Doveva acquisire tutte le informazioni possibili. «Ti fornì qualche indicazione su come trovarlo nella biblioteca? Era tra i libri sugli infusi medicinali?»
«Non mi disse altro. Fu una confidenza, di cui poi deve essersi pentito.»
«Perché?»
«Mi somministrò un decotto che stava per uccidermi.»
«Lo fece di proposito?»
«Non lo so. Forse no, altrimenti non sarei qui: è molto abile con le erbe e se avesse voluto davvero uccidermi non avrebbe fallito. All’epoca, tuttavia, lo sospettai e i nostri rapporti si guastarono. Non lo appoggiai nell’elezione ad abate e questo rese impossibile la mia permanenza. È un uomo vendicativo.»
Berengario era preoccupato. Il falso abate era anche un eretico avvelenatore. Inutile continuare a perdere tempo con quell’individuo. Si alzò.
«Avverto in te le seduzioni del maligno. Hai gettato la tonaca alle ortiche, tradendo la Chiesa e la vera fede. Ti nascondevi qui, tra gli eretici, e certamente lo sei diventato anche tu. Resterai per ora in custodia, in attesa che siano le fiamme a purificarti.»
Si diresse quindi verso l’uscita, senza curarsi delle grida di Jacopo.
«Padre! In nome di Dio, fermatevi! Sono un devoto cristiano.»
Non lo avrebbe bruciato, per il momento. Era un testimone che poteva rivelarsi utile. Ora doveva avvisare subito il magister.