Lo faccio per me
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Lo faccio per me

Essere madri senza il mito del sacrificio

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Lo faccio per me

Essere madri senza il mito del sacrificio

Informazioni su questo libro

Ogni martedì la psicoterapeuta Stefania Andreoli tiene sul suo profilo Instagram una rubrica di domande e risposte. Qui trovano spazio storie, attualità e tanti dubbi di genitori. Mamme, perlopiù. Disorientate, equilibriste, creative, volenterose, sull'orlo di una crisi di nervi, ma tutte accomunate da un'ambizione: compiere le scelte più giuste. Giuste, sì, ma per chi?
Da quando si diventa madri, sembra sottinteso che l'unica ragione accettabile per qualunque decisione quotidiana e di vita sia "lo faccio per mio figlio". "Lo faccio per me" è una frase che suona egoista, indegna per una madre. Le ragioni sono storiche, culturali, legate ai falsi miti del sacrificio e dell'amore incondizionato e a una distorta interpretazione del famoso istinto materno. La pressione è forte: a lasciare il lavoro; a trascurare interessi, amicizie e il rapporto di coppia; a sentirsi in colpa per un paio d'ore dal parrucchiere "che sottraggono tempo alla famiglia". Insomma, a dire addio a una parte di sé.
In questo libro Andreoli ribalta le vecchie convinzioni e propone l'idea che l'esperienza della maternità possa aggiungere, e non togliere, ricchezza all'identità femminile. Soltanto "facendolo per sé", trovando ciascuna il suo personale modo di fare la mamma - diverso dagli altri perché frutto della propria storia in quanto persona - sarà possibile liberare la maternità, rendendola sana, contemporanea e davvero utile per la crescita di un figlio e per il futuro della società.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2022
Print ISBN
9788817162081
eBook ISBN
9788831807524
1

La verità, vi prego, sulla maternità

E così temo che saranno i primi istanti in sala parto, dopo che mi avranno posato il bambino sul petto, quando lo capirò con la stessa forza di quegli altri momenti rivelatori: che ancora una volta non c’è nessuna magia, solo la vecchia normalissima vita che conosco e di cui ho paura.
SHEILA HETI, MATERNITÀ

Immaginarsi madre, diventare madre

Se affondo con la memoria nel momento in cui mi sono nate nella mente le mie figlie, direi di avere cominciato a desiderare coscientemente di avere dei bambini durante l’adolescenza.
All’epoca mi pareva semplicemente un fatto: ero una figlia, sarei stata una madre. Per quanto potrebbe sembrare così, oggi tuttavia so bene che non si trattasse solo di una banale riproposizione del modello tradizionale. Come infatti è ben narrato nel film francese 17 ragazze (2011), il mito della maternità in adolescenza – nel pieno del periodo evolutivo in cui si ridiscute tutto quello che ha a che vedere con i genitori che sono toccati in sorte al figlio – non può essere superficialmente letto come il progetto di identificarsi, un giorno, con la mamma. Al contrario, la fantasia generativa ha a che fare con il debutto sessuale, le trasformazioni del corpo, la trasgressione scandalosa di uccidere simbolicamente la madre facendone precocemente una nonna, ma, su tutto, con il desiderio non di diventare genitore, bensì di ridiventare bambino.
L’interpretazione ultima più profonda e raffinata da dare alla maternità adolescenziale (perlopiù contrastata a suon di tentativi anticoncezionali efficaci, ma a volte realmente portata a compimento) è, infatti, quella di avere un bambino con il quale comportarsi in modo diverso da come si è stati trattati dai propri genitori. Lo scopo è dunque quello di rimediare a come ci si è sentiti da figli e riscattarsi tramite un piccolo che diventi a tutti gli effetti nuova vita.
Mi è già capitato di dire altrove come io sia stata un’adolescente degli anni Novanta del tutto dedita allo svolgimento dei miei compiti evolutivi fase-specifici, dunque se a sedici anni mi bastava immaginare che un giorno avrei voluto una famiglia fatta anche della presenza di figli senza che mi interessasse fare ulteriori riflessioni, sono certa che la mia, più che conformismo, fosse ribellione.
La forza emotiva del mio desiderio materno conteneva in sé il significato che prima o poi assume valore per chiunque abbia avuto dei genitori: avrò dei figli per non essere mai come mia madre.
Credo di non sbagliare se dico che immaginarmi mamma precedette di un paio d’anni il fatto di immaginarmi, un giorno, psicologa: scelsi definitivamente solo pochi mesi prima dell’esame di Stato di tentare i test di ammissione alle facoltà milanesi di Psicologia, ché avevo frequentato a lungo il dubbio di provare a fare Medicina prima e Psichiatria o Neuropsichiatria infantile poi, oppure Lettere.
Il mio ideale del Sé, dunque, arredava un futuro fatto di famiglia e carriera, ma non mi domandavo affatto come avrei conciliato queste due cose, più tutto il resto: a diciotto anni non è tra le prime tre domande che ti fai.
Parte della mia formazione da novella psicologa, prima di iniziare a ricevere in studio i pazienti, fu massicciamente spesa nell’ambito della psicologia scolastica. La mattina lavoravo con i gruppi classe; la sera avevo cominciato a tenere degli incontri sulla genitorialità in adolescenza. Una volta, al termine di uno di questi appuntamenti – avrò avuto ventisei, ventisette anni –, un papà, con piglio aggressivo (o almeno così al mio cuore parse), mi salutò dicendomi: «D’altronde, dottoressa, lei quanti figli adolescenti ha?».
Non risposi. Non risponderei nemmeno ora. Non risponderò nemmeno tra dieci anni, quando le mie bambine l’adolescenza anagrafica staranno per salutarla e a quel punto ne avrò avute non una ma due, di figlie adolescenti.
Mi trovai, tuttavia, per la prima volta al cospetto del più greve e radicato pregiudizio sul materno: finché non diventi mamma, non puoi capire.
Che me lo fossi sentita dire milioni di volte da mia madre in precedenza, naturalmente, non contava nulla.
Le mie figlie (che sono infine esistite davvero solo a seguito del mio incontro con il loro papà) mi hanno dunque garantito una certa investitura: sembra infatti che, per molti, da quel momento io possa a buon diritto parlare di maternità, perché la vivo.
Che immensa sciocchezza.
In questa sede non starò a spiegarvi perché non abbia mai rimpianto di non essermi iniettata droghe in vena per comprendere meglio il dolore dei miei pazienti tossicodipendenti ed ex tossicodipendenti: semplicemente non serviva. Il loro male tenuto a bada con l’eroina l’ho sentito tutto, lo conosco anch’io – solo, l’ho curato in altro modo. Apparteniamo tutti alla stessa specie e sono certa, non solo convinta, che in quanto umani risuoniamo gli uni negli altri pur vivendo ognuno la propria vita per come è possibile. Chi conosce i miei scritti forse ricorderà questa efficace immagine di Bukowski che io amo molto e che più o meno fa così: «Non sono le cose importanti che mandano un uomo al manicomio. La morte, l’omicidio, l’incesto, il furto, l’incendio, l’inondazione, quelli se li aspetta. No, è la continua serie di piccole tragedie, che manda un uomo al manicomio… Non è la morte del suo amore, ma il laccio della scarpa che si rompe quando ha fretta».
Non solo dunque penso che il pregiudizio di chi tenda a escludere il contributo dell’Altro quando è portatore di un’esperienza differente non abbia senso se non quello di proteggersi, cercando di contenere il numero di chi partecipa alla complessità del pensiero e magari si disallinea da quello dominante, ma ancora di più in questo caso penso che sia pericolosamente fuorviante.
Credere, infatti, che essere madre mi dia in automatico la patente per discutere di maternità significa che di maternità ce ne sia sostanzialmente solo una, che unisce e conforma in modo identico e sovrapponibile tutte le donne che hanno generato.
È tutt’altro che così, come vedremo tra poco.

Una volta per tutte: esiste, l’istinto materno?

Il professor Brunetto Chiarelli è stato per quasi vent’anni ordinario di Primatologia, Antropologia ed Ecologia umana presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino.
Durante le sue lezioni, riportate nel saggio Origine della socialità umana, spiegava come il rapporto madre-figlio nei mammiferi sia fortissimo e reciprocamente determinato: mentre, infatti, si è portati a pensare che solo il cucciolo dipenda dalla mamma, pena la sua stessa sopravvivenza, si sottovaluta che durante la gravidanza la gestante sviluppi gradualmente una componente endocrina che influenza il legame con il neonato anche dopo la nascita, per esempio tramite l’allattamento. Ciò è vero al punto che l’affettività materna può risultare drasticamente compromessa, se non si compie la suzione del latte dal seno. L’esperienza dell’allattamento, infatti, è intimamente vicendevole. Il neonato regola il battito cardiaco, si nutre, si placa. La madre garantisce la vita e lo sviluppo del piccolo, risponde ai suoi bisogni primari e trova rinnovate stimolazioni fisiologiche e ormonali che creano continuità con l’esperienza della gravidanza.
Sin da prima ancora della nascita, dunque, impariamo due cose fondamentali.
In primis, come le componenti biologiche e organiche si intreccino con quelle emotive e psicologiche. Non c’è nulla da temere, è semplicemente un fatto: restando sull’allattamento, il corpo femminile è biologicamente dotato della capacità di dare nutrimento, funzione che non si limita al solo concetto di cibo che la mamma trasferisce al bambino, ma si estende alla creazione di un legame. L’alimento non è solo il latte, ma anche tutto ciò che di invisibile si trasmette nel passaggio dalla madre al piccolo e dal piccolo alla madre.
Piuttosto, dobbiamo guardarci da come ci si serva di questo dato di fatto scientifico sul corpo della donna per fare cultura sul concetto di materno, ci ritorneremo tra pochissimo.
La seconda è che, per quanto l’esperienza della maternità si sia affermata come un racconto perlopiù costruito intorno alla prole, un racconto nel quale la madre è un oggetto al servizio del soggetto, come si accennava nell’introduzione, saremmo suffragati anche dalla stessa scienza se facessimo partecipare invece anche la mamma, nel ruolo di soggetto.
L’oggetto è invero la relazione, la costruzione di un incontro tra due esseri umani in continuo sviluppo e mutamento. Entrambi sono individui dotati di una loro quiddità, di un carattere essenziale, entrambi contribuiscono al legame e hanno il potere di condizionarlo.
Ragionare in questi termini nobilita il bambino e lo eleva al rango di persona, operazione che parrebbe scontata, ma non lo è: soprattutto quando è molto piccolo, il figlio viene inteso invece alla stregua di un animaletto, se non a volte di un mentecatto. Nel primo caso, da addomesticare affinché manifesti il comportamento atteso – che non equivale a insegnargli qualcosa per il desiderio che cresca ed evolva per andare a deliziare la vita con la sua presenza nel mondo! –, nel secondo caso, da trascurare – «tanto è piccolo, cosa vuoi che capisca» –, non rendendosi conto che l’apprendimento in assenza di esperienze si è avviato da subito e, come insegna Chiarelli, è irreversibile.
Ecco dunque dimostrato quanto risulti impervio, per un genitore che all’inizio ha creduto di avere a che fare con nessuno, invertire la dinamica educativa e cominciare a ottenere qualcosa da un figlio che nel frattempo, avendo anche iniziato a reagire in modo più articolato agli stimoli, si è dimostrato invece essere qualcuno.
D’altro canto, questa operazione di soggettivazione solleva e innalza anche la madre: non più solo dispenser di risposte adeguate dalle quali dipendono i destini fausti o infausti dei figli, bensì soggetto portatore di pluralità, composto da molte e peculiari sfaccettature, a sua volta influenzata dallo scambio con il figlio.
In definitiva: come sbrogliamo la matassa della questione «istinto naturale»?
Le donne fanno innatamente le madri?
Quando poche righe sopra mettevo in guardia dal rischio di creare storture culturali – cioè partire da alcuni elementi fattuali e poi forzarli per promuovere convinzioni attraverso le quali vincolare i valori e il pensiero collettivi – intendevo proprio questo: che il corpo femminile abbia in sé la struttura per le funzioni della gravidanza, del parto e dell’allattamento mi pare che sia pacifico. Che però ciò significhi che essere dotate di un corpo femminile contenga in sé la promessa della maternità, invece, non lo è. Che diventare mamma voglia dire la stessa cosa per ogni donna, annullando completamente il carattere caleidoscopico di ciascun individuo inserito nella non replicabilità della sua vita è, infine, semplicemente insostenibile.
Ecco allora cosa vi sottopongo come programma: concepire il tema della maternità come inclusivo, frequentando l’idea che essere madri sia un fatto decisamente più onesto dell’essere madre; che in momenti diversi della sua vita la stessa donna, con suo figlio, possa scoprirsi nuova da quella che era, che aveva immaginato di essere e che un dì sarà; che il potenziale riproduttivo di cui la natura dota il corpo femminile non significhi doverlo necessariamente compiere; che chi sceglie trame di vita senza figli, per converso, non sia per forza meno materna; che chi ha un corpo che non genera non sia un genitore difettoso, ma solo un altro tipo di genitore possibile.
Ebbene, tutto questo e altro ancora mi pare che ci permetta di restare sulla strada buona: diventiamo madri, nessuna lo è per natura.
Ecco perché finora appellarci all’istinto materno innato (che dunque è solo uno spot pubblicitario) non ha risparmiato nessuna coppia madre-figlio dal finire in terapia; dal non finirci, ma comunque non stare poi così bene insieme; dal commettere errori; dallo scoprire che spesso non sia tutto ’sto granché questo mito dell’amore incondizionato: non ci sono tracce di umani che abbiano davvero visto all’opera l’infallibile strumentario materno di cui si presume siano spontaneamente dotate le donne.
Perché, come giustamente diceva Maria Montessori, per saper fare i genitori bisogna studiare.

La storia narrata fin qui

Non occorre sbandierare il drappo del femminismo per rendersi conto che promuovere, fino a legittimare in nome della biologia, la naturale propensione della «natura femminile» all’accudimento servisse per consentire agli uomini di andare al lavoro.
Al che, qualcuno potrebbe obiettare: ma questo è avvenuto sin dalla preistoria, quando i maschi uscivano a caccia del bisonte da portare alle donne che li aspettavano con il fuoco acceso!
Be’, risponderei io: accadeva perché altrimenti i bambini privati del seno sarebbero morti, e se le madri se li fossero portati a caccia del bisonte sarebbero morte insieme a loro.
Abbiamo dunque reso strutturale un fatto funzionale alle condizioni di sopravvivenza del momento, calcificando una concezione di organizzazione famigliare che ancora oggi siamo impegnati a demistificare e smantellare, non senza sforzo.
A quasi tutte le latitudini incontriamo l’idea che i figli siano proprietà delle madri, che esistano incombenze squisitamente femminili, che la casa trovi nella donna la sua regina, che certi mestieri siano perfetti per le donne, le quali, se proprio vogliono o devono lavorare, a certe condizioni possono sperare di bilanciare meglio lavoro e famiglia, ché spetta sempre un po’ più a loro – così come un giorno sarà più naturale aspettarsi che tocchi alla figlia femmina l’accudimento dei genitori anziani.
Dico «quasi tutte le latitudini», perché di recente gli studi dell’antropologo statunitense Barry Hewlett hanno messo in luce e descritto gli Aka, un popolo pigmeo dell’Africa Occidentale: nella loro tribù sono le donne a lasciare il villaggio per andare a caccia, mentre i bambini restano insieme ai papà.
I padri Aka stanno insieme ai loro figli per il 47 per cento del loro tempo, molto più di qualunque altro gruppo culturale del pianeta. Sono loro a cucinare, mentre l’assemblea delle donne decide se sia tempo o esistano opportunità di spostare l’accampamento in un’altra regione. Ma l’aspetto francamente sorprendente osservato da Hewlett è che questo vale… anche all’inverso. Il caso del popolo Aka, infatti, non va inteso come il ribaltamento della struttura patriarcale cui noi siamo ancora abituati, una mera inversione della stereotipia dei generi. Al contr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Lo faccio per me
  4. Introduzione. Come il libro che avete tra le mani è diventato il libro che avete tra le mani
  5. 1. La verità, vi prego, sulla maternità
  6. 2. Manuali e vita reale
  7. 3. … E quindi?
  8. Epilogo
  9. Postfazione
  10. Ringraziamenti
  11. Bibliografia
  12. Copyright