La storia di Trac-Trac-Puf, o della Bell’Unica Fuor del Mondo, la seppi dalla nonna materna. Avevo cinque o sei anni ma me ne ricordo come fosse oggi. Mia nonna era una vecchia signora toscana dai capelli bianchi che sferruzzava tutto il giorno con l’uncinetto, e dalle sue mani uscivano maravigliosi merletti da farne ornamenti per i vestiti, centri da tavola, sottocoppe, tovaglie di pregio. Pareva impossibile che col solo aiuto d’un gomitolo e di quel ferretto di cui con la destra moveva incessantemente la punta ricurva sull’indice della sinistra teso a sorreggere il filo color avorio ella riuscisse a fare quei pizzi vasti come quadri in cui si vedevano fiori piante animali angioli stelle. Ogni tanto cercava ansiosamente gli occhiali senza accorgersi d’averli sulla fronte; perché gli occhiali le servivano soltanto per veder da vicino, e quando interrompeva il lavoro per guardar noi o qualcosa intorno, li sollevava fin quasi all’attaccatura dei capelli, come fanno certe volte i corridori automobilisti con gli occhiali antipolvere. Era in questi casi che, al momento di riprendere il lavoro, si affannava a cercare intorno fra i gomitoli dicendo: «Dove ho messo gli occhiali?». Noi ragazzi – eravamo in cinque, a quel tempo – li vedevamo benissimo ma non le dicevamo niente perché ci si divertiva a vederla cercare intorno una cosa che aveva sulla fronte e ci sforzavamo per non ridere. Finché nostra madre, capitando nella stanza e vedendola affannarsi a cercare, le diceva:
«Mamma, li hai sulla fronte».
Allora noi scoppiavamo a ridere mentre la nonna, indignata, rimetteva a posto gli occhiali e ricominciava a lavorare.
Non ricordo come avvenne che per la prima volta ella ci raccontasse la storia della Bell’Unica Fuor del Mondo. Veramente lei la chiamava “la fiaba di Trac-Trac-Puf”, o più semplicemente “Trac-Trac-Puf”. È probabile che ce l’abbia raccontata per farci star buoni e ci interessò talmente che da allora ogni tanto le dicevamo: «Nonna, ci racconti “Trac-Trac-Puf”?», o era lei a dirci: «Se siete buoni stasera vi racconto “Trac-Trac-Puf”». Allora ci sedevamo attorno e lei raccontava.
Era una storia lunga – almeno così mi pare ora che fosse – piena di particolari, taluni dei quali inutili; ma guai se la raccontatrice ne ometteva qualcuno nelle frequenti narrazioni a noi, che li ricordavamo e li reclamavamo tutti.
Da quei tempi lontani spesso mi è tornata in mente. Attraverso gli anni mi si è ingrossata dentro, mi si è arricchita di particolari, come se quei fatti li avessi visti o vissuti (del resto la nonna ci assicurava che era una storia vera e ho motivo di ritenere che lo sia). Vedevo i boschi le montagne le avventure con una tale vivezza da sentire il bisogno di raccontare questa storia. Per di più ho scoperto in essa una certa analogia con qualcosa che capita a tutti. Così, sempre allo scopo di raccontarla un giorno, ho fatto ricerche accurate e non soltanto ho potuto assodare che si tratta di fatti realmente accaduti, ma altri ho potuto raccoglierne in proposito, sì da dare un quadro completo della storia anche con episodi che mia nonna, per dimenticanza o per la necessità d’esser breve, ci aveva taciuto.
Particolarmente ogni anno, quando s’avvicina Natale, mi vien voglia di raccontar questa storia. E oggi mi decido. Se no va a finire che non la racconto più.
Certo per raccontarla l’ideale sarebbe esser nonno e purtroppo io non lo sono. Ma sono papà e ho scoperto d’esser bravissimo come tale; direi, se non temessi l’immodestia, d’aver la vocazione del papà. C’è una celebre attrice del cinema detta “la fidanzata del mondo”. Io – presumo troppo? – ambirei d’essere il papà del mondo. Consideratemi dunque un papà e statemi a sentire.
* * *
C’era una volta…
La nonna cominciava sempre con questa frase sacramentale.
Ora è ovvio – se si raccontano i fatti di qualcuno – che questo qualcuno, almeno fin che duravano quei fatti, c’era. E la nonna avrebbe potuto benissimo entrar nel vivo della narrazione omettendo il particolare dell’esistenza del protagonista, desumibile dai casi che gli capitavano. Poteva dire per esempio: al tal dei tali, che ecc. ecc., un giorno capitò, ecc. ecc. Ma se l’avesse fatto ci avrebbe dato un dispiacere. E ho il sospetto che ella stessa senza quell’avvio sarebbe stata molto imbarazzata a cominciare il racconto. Così anche sarebbe stata per noi una delusione se la nonna avesse attaccato dicendo: «Nella tale epoca viveva nel tal paese, ecc.», che pure è l’esordio più frequente nel più famoso e più voluminoso libro di novelle che sia mai stato scritto, Le mille e una notte: «Viveva agli estremi della gran Tartarìa». Il che indica una differenza fondamentale tra la novellistica orientale e la nostra. Quella, se anche narra casi prodigiosi, vuol restare coi piedi sul sodo. Da noi si spicca il volo per un paese di sogni. Quel vago «c’era una volta» può dire qualunque cosa: un tempo lontanissimo o i giorni nostri, un luogo che si perde in nebbie inaccessibili o il nostro stesso paese. È il viatico per il mondo dei sogni, la formula magica che ce ne apre la porta. Perciò noi volevamo quella frase e immagino che la vogliate anche voi.
* * *
C’era una volta un principe ancor quasi fanciullo che si chiamava Tano. Un giorno, mentre i suoi genitori stavano facendo un giro fino ai lontani confini del reame, arrivò la notizia che in viaggio il re s’era ammalato ed era morto. Immaginarsi il cordoglio dei ministri e dei cortigiani. Nessuno aveva il coraggio di portare la notizia al principino, poiché si sapeva ch’egli era estremamente sensibile. Tuttavia occorreva decidersi e, dopo un lungo, tempestoso consiglio, i ministri pensarono di dar l’incarico a Tremarella, lo scudiero del giovine principe.
«Va’» gli dissero «e portagli la notizia, ma digliela in modo che non gli faccia troppa impressione.»
«Lasciate fare a me» disse Tremarella, che era un uomo pieno di risorse.
Difatti, va dal principino e gli dice:
«Altezza, debbo darvi una tremenda notizia».
«Che è successo?» fa il principe, che cominciava già ad allarmarsi.
E lo scudiero:
«Un grave incidente nel quale sono morti vostro padre e vostra madre».
«Oddio» grida il principino coprendosi il viso per la disperazione, «mamma! papà!»
«Via, via» fa subito Tremarella, sorridendo bonario, «ho scherzato: è morto soltanto vostro padre.»
Ma egli aveva appena terminato la frase che il gran ciambellano, il quale stava origliando dietro la porta, fece irruzione con un dispaccio in mano e:
«Altezza» disse al principe con un volto atteggiato alla più profonda gravità, «il vostro scudiero, nella sua ingenua premura, non è stato che troppo buon profeta. Questo dispaccio annuncia che la regina vostra madre non ha saputo resistere al dolore di aver perduto il diletto consorte e pochi giorni dopo la dipartita di lui l’ha raggiunto nel lontano e nebbioso paese dal quale nessuno ha fatto mai ritorno».
A questa notizia il principe cadde in una così grande prostrazione che decise di chiudersi per tre anni nella reggia e non veder più nessuno. Il primo anno fece tappezzare tutte le stanze di nero, il secondo di bianco e il terzo di rosso.
O il secondo di rosso e il terzo di bianco, ora non ricordo; ma a quei tempi guai se la nonna confondeva i colori; noi ragazzi eravamo pronti a correggerla: «No, di rosso», o: «Di bianco»; lo sapevamo benissimo, ma volevamo sentircelo ripetere dalla bocca della novellatrice.
L’incertezza circa i colori dipendeva dal fatto che, come ho detto, questi particolari sono inutili. Non influisce per nulla sulla narrazione che le stanze fossero tappezzate di bianco, di rosso, o di turchino. Né la nonna ci disse mai perché il principe si desse a questi annuali cambiamenti di tappezzeria. A parte il nero, di cui per noi è fuori dubbio il significato, ritengo che anche coi successivi colori egli volesse esprimere il proprio dolore per la morte dei genitori, benché mi sfugga il nesso di questi colori con quello. Forse egli volle gradatamente tornare alla normalità. Per non saltar di colpo, quanto a pareti, dal lutto stretto del nero alla festosità del rosso (benché mi si assicuri che in certi paesi il colore del lutto è proprio il rosso, come in altri è il bianco: credo in Cina, dove tuttavia non arrivano a esprimere il dolore col riso invece che col pianto), egli avrebbe interposto un anno di bianco. E in questo caso l’esatta successione sarebbe nero, bianco e rosso. Ché se poi al paese del principe tutt’e tre questi colori fossero espressione di lutto, come credo se ripenso al tono con cui mia nonna ne parlava, resto nella più grande incertezza circa la successione. Fortuna che, come s’è già detto, i colori non influiscono minimamente sul seguito della storia. Vi basti sapere che per tre anni il principe in segno di lutto rimase in casa osservando un certo cerimoniale relativo ai parati; chiuse porte e finestre e non volle veder nessuno.
Le sale i corridoi i cortili, che già avevano sonato d’un allegro movimento, ospitarono il silenzio. Il palazzo sembrava disabitato. La servitù passava per le stanze in punta di piedi, spiando se sul volto del principe appariva un sorriso per correre a darne la notizia ai ministri e ai cortigiani, poiché quel sorriso avrebbe significato il ritorno alla normalità per tutto il regno e l’inizio d’un periodo di festeggiamenti il cui programma era già predisposto da tempo.
Nella piazza e nelle strade intorno alla reggia non passava nessuno, per non turbare il silenzio. I ministri e i dignitari di corte si tenevano lontani, chiusi anch’essi nelle loro case, in attesa che finisse il lutto. E i sudditi giravano al largo di quella che era una specie di zona del silenzio, in segno di rispetto per il dolore del principe.
Questi nella reggia si aggirava per le stanze deserte, sempre immerso nella sua cupa tristezza. Nelle giornate di cattivo tempo passava lunghe ore a guardare dalle finestre interne i vuoti cortili sferzati dalla pioggia e le finestre dirimpetto chiuse e come cancellate da una grigia cortina d’acqua. Oppure attraverso i vetri opachi per la polvere guardava l’ammattonato delle logge, viscido d’umidità e coperto di vellutello.
I vecchi domestici fedeli passavano alle sue spalle in punta di piedi e lo guardavano scotendo il capo con tristezza.
Ma più spesso il principe passava le gio...