Quando conosco mio figlio non c’è una stanza d’ospedale, non ci sono ostetriche o infermiere, non c’è un pancione e non ci sono doglie, esercizi “soffia soffia”. Nulla di tutto ciò.
Quando conosco mio figlio c’è mia moglie e c’è la sua mano stretta forte alla mia.
Quando conosco mio figlio ci sono pensieri, paure e domande.
Quando conosco mio figlio c’è silenzio.
Un silenzio così forte che spacca i timpani.
Prima di quel giorno c’eravamo solo io e mia moglie Beatriz. Certo, c’erano anche le notti insonni, le ansie, i sogni e il nostro modo di fantasticare assieme.
“Di cosa?” vi chiederete.
Be’, ciò che si sogna a un certo punto, in una coppia: il momento in cui saremmo diventati genitori.
Un sogno e basta, finché un giorno arriva la telefonata.
Accade di mattina, perché le chiamate che ti cambiano la vita possono arrivare solo quando il sole è alto in cielo e il mondo intorno a te brilla come i denti degli attori di Hollywood. Sono le 10.30 e mi trovo a Cardones, un piccolo paesino sulle colline a nord di Gran Canaria. Lo so, basterebbe la parola, Canarie (sì, proprio quelle lì!), a evocare paesaggi incredibili e vacanze – come nostro figlio – da sogno. Spiagge sconfinate, mare cristallino, pace… Be’, Cardones non è proprio così. Tutt’altro. Si trova in una zona residenziale, non troppo distante dal mare, e non molto abitata. Per raggiungerla devi risalire il fianco di una collina ed è lì che preferisco pedalare.
Ecco, un attimo prima che arrivi la telefonata sono pronto a partire, ciclisticamente vestito dalla testa ai piedi. Quando indossi la maglietta attillata, sei piegato sul manubrio e sudi, ben presto il crinale su cui ti stai inerpicando non è più un posto qualsiasi. Due pedalate e ti senti un fenomeno, tre e la folla esulta al tuo passaggio, quattro e ti senti figo, ma così figo che… “Eddy Merckx, spostati, grazie!”.
Ma che dico Eddy Merckx?! Lo sanno tutti che sono più forte io. Così forte che mi hanno dato la maglia rosa. Sì, quando Bea ha sbagliato il bucato, mescolando i bianchi con i rossi. Bea che in quel momento è lì, a pochi passi da me. La sto per salutare e mettermi in sella, in un giorno pieno di profumi di primavera, benché sul calendario sia appena il 2 gennaio, ma poi il cellulare si mette a squillare.
«Pronto? Antonio?»
«Sì, sono io, chi è?»
«Sono Alda, buongiorno. Ho notizie per voi.»
Notizie, ovvero quella telefonata che aspetti ormai da quattro anni.
«Allora, tenetevi forte, si chiama Enock e ha tre anni e mezzo.»
Le gambe tremano, la salivazione è azzerata e con l’unica mano libera inizio a fare gesti a mia moglie. Campione di mimo, oltre che di ciclismo. Un mix tra labiale muto e linguaggio dei segni, a una mano. Lei capisce subito e si avvicina.
Saluto con educazione, riaggancio, e allora mia moglie, la mia migliore amica, la donna della mia vita, la mia dolce metà, mi media naranja, insomma Bea, col suo accento italo-spagnoleggiante mi lancia una frase d’amore: «Non sono pronta a fare la mamma!».
Non avevo contemplato questa opzione.
«E mo, che si fa?»
Si pedala, è ovvio.
L’aliseo è forte oggi, saranno almeno trenta nodi, ma appena mi ritrovo in discesa non me ne frega niente. Lascio che mi spinga fino alla riva di una piccola spiaggia e mi fermo lì. Mi rigiro il telefono tra le mani, in attesa dell’e-mail, finché non vibra e risuona la notifica.
Azz, c’è posta per me. Con la mano tremante, apro il messaggio. Tremante, sì, cavoli: sto per vedere mio figlio!
Eccolo qui: due occhi enormi, due fari, uno sguardo smarrito, due ciabatte rosa almeno quattro numeri più grandi del suo piede.
Il passaggio dalla felicità alla preoccupazione avviene in un lampo.
Houston, abbiamo un problema: devo fare i conti con una moglie che non è pronta a fare la mamma. Ma appena torno a casa l’abbraccio di Bea è così forte che sento il suo cuore battere sul mio petto. Abbiamo iniziato di nuovo a sognare, e ora abbiamo un nome, Enock, e un viso: il tuo, figlio mio.
Così all’improvviso è un giorno di maggio, di mattina, e io e Bea siamo pronti per l’incontro tanto atteso. Tre mesi sono lunghi, giuro, ma anche cortissimi. Sembrava non dovessero passare più e poi ci ritroviamo silenziosi, emozionati, a contare le ore.
Quando conosco mio figlio c’è il sole. È alto in cielo, di un azzurro chiaro come nei disegni dei bambini felici.
L’orologio segna le 8.20 quando partiamo da Bujumbura alla volta dell’orfanotrofio Casa Alessia di Masango. È lì che nostro figlio ci sta aspettando. Da quel momento e da quella città del Burundi affacciata su un lago tutto per noi sta per cambiare, a separarci da Enock ci sono soltanto due ore e mezza di viaggio a bordo di un’auto sgarrupata che corre lungo una strada improbabile.
Ben presto usciamo dal traffico di Bujumbura, un concerto assordante di rumori infiniti, un magma di biciclette, auto e camion. Passiamo accanto a una fila interminabile di persone in coda. La nostra guida ci spiega che sono lì per far sistemare i propri documenti. Poi ci lasciamo alle spalle la città e il suo caos pieno di vita. A poco a poco il paesaggio cambia, alcuni capannoni, pochissime case, poi nemmeno quelle. D’un tratto la strada inizia a salire, diventando stretta e piena di curve. È asfaltata solo in parte, ai lati è terra battuta su cui c’è un viavai di biciclette. Le tipiche biciclette da uomo di una volta, con i freni a bacchetta. Chissà come sarebbe pedalare lì, tra loro. Be’, facilissimo, di sicuro, mi dico in quel momento. Insomma, sono un campione…
Ma forse finirei per distrarmi, perché il paesaggio attorno a noi è spettacolare. Alberi folti, palme altissime. Il verde della vegetazione è interrotto solamente dal rosso vivo della terra e da grappoli di mucche dalle lunga corna, che pascolano ordinate in fila indiana.
Abbasso il finestrino e mi investe un profumo di verde, di frutta, di fiori, di natura che sboccia. Una specie di primavera perenne. Proprio come il giorno in cui è arrivata la telefonata. Nessuno parla. Bea e io siamo seduti sul sedile posteriore di una Toyota bianca, e all’improvviso mi rendo conto che mi ricorda in tutto e per tutto la Simca 1300 di mio zio Ernesto.
Sorrido sotto i baffi mentre mi tornano in mente le sue rime, e la poesia che ci ha regalato per il nostro matrimonio. Credo che in ogni famiglia ci sia uno zio Ernesto, e nella mia si tratta del fratello di mia madre. Di certo il mio zio preferito, bersaglio di mille scherzi telefonici.
Ma tu, cara Beatrice,
Bella, giovane, elegante
Non dovevi sposar Dante?
Ed invece cosa fai?
Sposi il bello del Parnaso
Che di Dante ha solo il naso!
Tu, che sei una spagnola
Sposi un di Cerignola?
Non lo vedi questo bullo
Che si dà soltanto arie
Tu che vien dalle Canarie?
Tu che sei di Carlo v
La gloriosa discendenza
Sposi uno di Vicenza?
E comunque se ti piace
Il suo zio annuisce e tace!
L’auto sobbalza tra le buche, i dislivelli, rallenta a ogni curva.
Il tempo scorre lentissimo, come quando non vedi l’ora.
Ci è capitato spesso di immaginare insieme come sarebbe stato avere Enock con noi, nella vita di tutti i giorni.
Ma questa mattina ognuno è assorto in altri pensieri. Né io né Bea parliamo, in quei momenti, e tutta l’attesa, come un palloncino gonfissimo e invisibile, riempie lo spazio dell’abitacolo.