Milano, marzo 1435
Contrada degli Orefici
L’uomo affondò la mano nella tasca del mantello e, alla luce tremula della torcia fissata nel muro, contò le monete.
Ne erano rimaste poche.
Stizzito, si fermò sotto l’archivolto. Se quel maledetto carceriere credeva di poter aumentare a suo piacimento la mercede, si sbagliava di grosso. Certo, la quantità di denaro con cui lo compensava era pur sempre minore di quella che avrebbe sborsato per una prostituta, ma quei convegni cominciavano a pesargli: la puzza di muffa che impregnava i vestiti per ore, le precauzioni da prendere per non farsi trovare nella cella, la donna che di volta in volta si faceva sempre più lamentosa.
È tempo di mettere fine a questa storia, pensò: un conto è dare il giusto sfogo ai miei appetiti, un altro è rischiare di essere scoperto da qualche sgherro di palazzo e finire a marcire nella gabbia del Broletto.
Sì, decise, taciterò il carceriere con un’ultima regalia e poi mi cercherò una puttana che sappia fare il suo mestiere.
Un’improvvisa raffica di vento fece baluginare pericolosamente la fiamma della torcia. L’uomo sollevò il cappuccio sulla testa e si affrettò lungo il vicolo.
Milano, dicembre 1435
Carcere della Malastalla
«Ma non mi senti, bastardo? Dove diavolo sei? Corri subito qui, corri!»
Più che le urla, era stato il fragore dei colpi battuti contro le sbarre a svegliarlo.
Il carceriere grugnì una bestemmia, sbadigliò, afferrò il lume e si avviò lungo l’andito delle celle. Si fermò davanti all’ultima, dove erano richiuse le due donne.
«Allora, si può sapere cosa succede qui? Non potevi aspettare domani per cavare dal sonno un povero crist…?»
La voce gli morì in gola, sostituita da un rantolo di paura: paglia, stracci, tutto quanto ricopriva il pavimento era impregnato di sangue. In fondo, accosciata sul tavolaccio, Giovannina emetteva lamenti fiochi, quasi impercettibili. Fra le sue gambe divaricate, giaceva un neonato.
«Oh, vergine santa… oddio… oddiosantissimo!» balbettò il carceriere, frugando concitato nella scarsella dove conservava le chiavi.
«Ecco, adesso hai capito perché ti ho chiamato?» lo investì aspra Giacinta, la compagna di prigionia di Giovannina.
Gualtiero entrò nella cella, richiuse le sbarre dietro di sé e si avvicinò al pancaccio. Il piccolo, livido al chiarore del lume, era immobile: solo un tremito, ineguale e sfuggente, sembrava testimoniare che ci fosse ancora vita in quel corpo minuscolo.
«Dammi il tuo pugnale, presto!» ordinò secca Giacinta, allungando la mano.
Gualtiero la fissò sbigottito.
«Ma sei matta? Cosa ti fa credere che…»
«Oh, ma allora sei proprio una testa di legno! Non vedi quanto sangue ha perso Giovannina, non vedi che sta per morire? Se non mi fai tagliare il cordone, morirà anche la bambina, lo capisci o no? Muoviti, dammi il pugnale, e un secchio d’acqua, e dei panni puliti! E vai a chiamare i frati della Colombetta o quelli del Brolo, e chiedi di trovare una balia che si occupi di questa creatura. Ma subito, hai capito?»
«Sì, però…»
La donna mosse un passo in avanti.
«Attento a te, Gualtiero,» sibilò furiosa «io so tutto, cosa credi? Giovannina mi ha detto il nome di quel porco che l’ha ingravidata e di come si era illusa che bastasse concedersi alle sue voglie per riuscire a ottenere uno sconto di pena. Mi ha detto anche che tu lo sapevi, ma non ne hai mai fatto parola con nessuno. Ti basta, o devo aggiungere altro? Per esempio, del cibo regalato dai benefattori che tu e i tuoi degni compari nascondete nelle sacche pronte da portare a casa vostra? Oppure degli interessi sempre più alti che pretendete da noi prigionieri quando non riusciamo a pagare i tre soldi quotidiani che vi dobbiamo per il vostro schifoso lavoro qua dentro?»
Gualtiero la fissò allarmato: quella donna non avrebbe avuto niente da perdere a denunciare l’armigero del capitano di giustizia che aveva circuito Giovannina. Figlia di un orafo e moglie di un mercante di stoffe, fino a un anno prima Giacinta passava le sue giornate nella bottega del marito a tenere la contabilità e a riportala con diligenza sul libro mastro. Una notte però, di ritorno da un viaggio d’affari, il mercante l’aveva sorpresa in atteggiamento inequivocabile con un altro uomo: imprigionata per adulterio, le era stata inflitta una pena di tre anni. Ne mancavano ancora due, tempo più che sufficiente perché lei preparasse una memoria da presentare alle autorità: parlava con proprietà e sapeva scrivere, qualità che le avrebbero permesso di riferire con abbondanza di particolari sia la vicenda della sua compagna di cella, sia le ruberie che si perpetravano quotidianamente lì fra le mura della Malastalla.
Certo, si sarebbe trattato pur sempre della denuncia di una condannata, ma nessuno garantiva che fosse rifiutata. Soprattutto se chi la riceveva avesse covato un qualche rancore verso l’esecutore generale. In quegli anni, dominati da un interminabile succedersi di guerre e da loschi intrighi di palazzo, con un duca capace solo di ricoprire di ricchezze la propria amante, bastava poco perché qualcuno decidesse di sfruttare la denuncia di una carcerata per spargere veleno su chi, come lui, passava la vita a fare da guardiano a ladri, mentitori e ribaldi di ogni tipo. In più, se la morte di un prigioniero era abbastanza frequente, così non si poteva dire di una donna ingravidata durante la detenzione e, come probabilmente stava per accadere, morta di parto in cella.
«Allora, questo pugnale!» urlò Giacinta. «Ti decidi a darmelo, o no?»
Gualtiero lo estrasse dal fodero e glielo porse. La donna tornò da Giovannina e, con gesto sicuro, tagliò il cordone ombelicale della neonata. Poi la afferrò per i piedi, la sollevò a testa in giù e le diede qualche colpo deciso sulla schiena. Un vagito risuonò flebile nella cella. Giacinta allargò le falde del suo scialle sdrucito, vi avvolse la piccola, se la strinse al petto e restituì il pugnale al carceriere.
«Tieni,» gli disse caustica «e usalo in un’occasione più propizia di questa. E adesso manda subito a chiamare chi ti ho detto. Ti avverto, Gualtiero, o lo fai subito, o dovrai vedertela con me.»
L’uomo uscì, richiuse le sbarre dietro di sé e gettò un’occhiata alle altre celle: svegliati dal tramestio, i carcerati lo guardarono incuriositi. Lui li ignorò.
Appoggiata al muro di fronte al pancaccio, Giacinta fissò il viso terreo di Giovannina: nessun tremito del corpo, nessun respiro. Era morta.
Un refolo di neve si insinuò dalla finestrella aperta e sfarfallò sul pavimento. Frate Zanone, il priore della Colombetta, afferrò il lume e andò a richiudere gli scuri.
Era stata una giornata logorante. Prima il carceriere della Malastalla che era arrivato lì farfugliando frasi incompiute, poi il cadavere di quella povera donna da seppellire nel cimitero di San Michele alla Chiusa, e infine la ricerca affannosa di una balia: nessuna di quelle che avevano già accudito i piccoli esposti lì alla ruota si era dichiarata disponibile.
Poi però, quando ormai sembrava perduta ogni possibilità di affido, il frate portinaio gli aveva annunciato l’arrivo di Tebalda, la moglie del mugnaio delle Pioppette. Manifestando grande disagio, la donna aveva detto di essere venuta a onorare una parte del debito contratto dal marito l’estate precedente: sapete, priore, aveva confessato, due mesi fa è nato il nostro terzo figlio e siccome i soldi sono sempre di meno non siamo ancora riusciti a mettere insieme tutta la somma che vi dobbiamo per il prestito che ci avete concesso. Questo, aveva detto mettendogli in mano uno scarno sacchetto di monete, è tutto quello che possiamo restituirvi, almeno per il momento.
Mentre la ascoltava, un’idea si era insinuata nella sua mente.
Cosa ne direste, le aveva chiesto, se in cambio di quanto manca all’estinzione del debito io vi proponessi di prendere a baliatico una neonata? Senza specificare particolari che avrebbero potuto dar luogo a un rifiuto, le aveva detto che era figlia di una carcerata della Malastalla, morta di parto. Vista l’assenza di parenti prossimi a prendersene cura, aveva spiegato, la piccola avrà ben poche speranze di sopravvivere.
A Tebalda non era parso vero di potersi liberare da quella pendenza, tanto gravosa da mettere in pericolo l’attività del mulino: aveva accettato subito, si era prodigata in accorati ringraziamenti e aveva affermato che di sicuro suo marito Berto sarebbe stato d’accordo. Lasciatemi il tempo di informarlo della vostra generosa offerta, aveva concluso, e prima di compieta sarò di nuovo qui a prendere la bambina.
Era stata di parola. Appena terminata la funzione, si era ripresentata all’ospitale reggendo in mano una cesta di giunco rivestita da una coperta logora. Elide, la conversa che nel corso dei tre giorni precedenti aveva badato alla piccola, gliel’aveva messa fra le braccia riluttante, come se temesse un pericolo sconosciuto. Il priore l’ha battezzata con lo stesso nome di sua madre, aveva aggiunto, si chiama Margherita.
Adesso, sdraiato sul saccone, il frate si sorprese a ripensare ai quindici anni trascorsi lì alla Colombetta. Ricordava ancora il suo primo giorno, quando, animato dall’entusiasmo, aveva varcato la soglia della costruzione: situata fra le case circostanti, non lontano dalla Porta dei Fabbri, era delimitata da un muro di cinta oltre il quale si apriva un cortile quadrato su cui affacciavano un magazzino, un’abitazione e una cappella. In fondo, separato da un cancello, si indovinava il piccolo camposanto.
Una volta nominato priore, il quarto in ordine di tempo dalla nascita della congregazione, si era dato da fare con solerzia, intenzionato ad assolvere al meglio il compito che gli era stato affidato: era convinto che sfamare i più poveri, assistere i carcerati, offrire cure ai malati fossero attività necessarie a migliorare condizioni di vita spesso intollerabili. Poi però, con il passare del tempo, si era reso conto che molti dei suoi sforzi non erano serviti a modificare lo stato delle cose. La città era ancora popolata da schiere di disperati che non riuscivano a mettere nulla sotto i denti, che si vestivano di stracci, che morivano di malattie mai curate.
Di sicuro, qualche ciotola di fave o il dono di una coperta tarmata non sarebbero bastati a cambiare la loro condizione, ci voleva ben altro: fino a quando fossero stati i ricchi e i potenti a dettar legge, la vita dei diseredati sarebbe rimasta immutata, producendo metastasi di orrori, violenze, sopraffazioni, oltraggi, condanne arbitrarie.
Chissà, meditò, forse ho peccato di presunzione nell’immaginare che le opere di carità fossero la mia vera missione, forse non sono all’altezza del compito che mi ero prefisso.
Lo sferragliare di un carro, attutito dalla neve, lo riscosse dai suoi pensieri.
Si sollevò su un gomito e, nel buio, tastò sul pavimento di pietra a cercare la brocca dell’acqua. Ne bevve un sorso e poi si coricò di nuovo, in attesa del sonno che tardava ad arrivare.
«No, non mi ha detto altro, solo che è nata da una carcerata morta alla Malastalla.»
«Per quello che ne sappiamo, potrebbe essere la figlia di una puttana, perdio!» sbottò Berto. «Ma non potevi chiedere di più, farti dire almeno il nome di quella disgraziata?»
Tebalda non rispose subito. Finì di sorseggiare la zuppa, si pulì la bocca con l’orlo della manica e fissò il marito.
«Ascoltami bene,» cominciò battagliera «chi è stato a farmi raccontare che non c’erano abbastanza soldi per pagare il debito, quando invece ci sono eccome? Chi è che con quei soldi vuole comprare il sedime qua dietro per allargare il mulino? Chi è che continua a imbrogliare sul peso e sulla qualità della farina, anche quella da dare alla Colombetta? Eh no, caro mio: prima mi obblighi a fare la spergiura con quel buon uomo del priore, e poi mi vieni a fare le pulci su chi è e chi non è la madre della bambina! Di certo non sarà stata una santa se è finita in prigione, anzi, magari era davvero una puttana, ma a noi cosa importa, dal momento che non dobbiamo più finire di pagare il debito? E comunque saranno un paio d’anni, non di più: appena smetterà di prendere il mio latte, la riporteremo dai frati e ci penseranno loro a trovarle una sistemazione.»
Il mugnaio non replicò. Si alzò e uscì lasciando la porta aperta.
Tebalda lo seguì e, ferma sulla soglia, lo vide entrare nella locanda che sorgeva poco lontano. Sospirò e rimase un momento ad ascoltare lo sciacquio del canale che alimentava la ruota del mulino. Poi, richiamata dal pianto esigente dei due piccoli da nutrire, rientrò in casa.