In piedi sui gradini dell'ingresso di casa, Agneta saluta le figlie e i nipoti che salgono in macchina per tornare a Stoccolma. È stata una bella giornata in famiglia, una delle tante. Lo squillo del telefono interrompe la scena. Agneta solleva il ricevitore del vecchio apparecchio fisso nello studio, e all'altro capo una voce maschile dice una sola parola: Geiger. Dopo un attimo di esitazione, Agneta sale in camera da letto per riscendere in salotto con una pistola in mano. Stellan, l'uomo con cui è sposata da una vita, sta leggendo un libro sulla sua poltrona. Gli si avvicina lentamente, senza far rumore. Punta la pistola all'altezza della testa. Spara. Per la polizia l'omicidio di Stellan Broman, popolarissimo anchorman della tv svedese negli anni Settanta e Ottanta, ha tutta l'aria di una rapina finita male. Intanto, di Agneta Broman si sono perse le tracce. Il caso non sarebbe di competenza dell'agente Sara Nowak, che però è cresciuta a stretto contatto con la famiglia della vittima ed è pronta a sfidare il regolamento pur di fare luce sulla tragedia. Scoprirà a sue spese di essersi infilata in un labirintico gioco di spie che attende da quarant'anni un vincitore. Un intreccio di avvenimenti nel fitto del quale si nascondono misteri irrisolti fin dai tempi della Guerra fredda, ma anche verità sconcertanti sulla sua stessa infanzia.

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Parola d'ordine Geiger
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1
Le tazze da caffè della Royal Copenhagen erano ancora in tavola con dei piccoli rimasugli sul fondo, le alzatine per biscotti erano state saccheggiate e i bicchieri di sciroppo alla frutta svuotati fino all’ultima goccia. Tovaglioli a pois blu giacevano alla rinfusa, intonsi o impiastricciati. La tovaglia era piena di chiazze di caffè e di briciole, e i bicchieri si erano lasciati dietro dei cerchi rosso chiaro un po’ ovunque. Le sedie erano scostate dal tavolo, da quando i più piccoli erano corsi via.
Adesso metà dei ragazzi stava passando il tempo sul divano di Josef Frank. L’altra metà correva qua e là gridando esagitata e gonfia di zuccheri. Dal nulla giunse una pallina da tennis che per fortuna rimbalzò sulla parete tra i piatti-souvenir di varie località d’Europa: Berlino, Praga, Budapest, Parigi, Rostock, Lipsia, Bonn.
L’ultima settimana di scuola i nipoti l’avevano passata a casa dei nonni materni, così che i loro genitori erano potuti andare in vacanza in Bretagna. Le sorelle Malin e Lotta volevano tanto approfittarne prima che la pausa estiva avesse inizio e mezza Svezia si riversasse in Francia.
Nel corso della settimana appena trascorsa il nonno Stellan aveva trovato rifugio nello studio mentre la nonna Agneta aveva preparato colazioni e cene e accompagnato i nipoti, andata e ritorno, a scuola e alle attività del tempo libero. Oltre a vigilare sulle loro nuotate dal pontile in quelle serate straordinariamente calde di inizio estate. Era stata sempre lei a raccogliere e mettere in borsa boccagli, pinne, costumi da bagno, occhialini, i pezzi del kubb e quel che restava della crema solare. E poi tutti i vestiti, tablet, cavetti caricabatteria e libri di scuola.
E adesso entrambe le sorelle erano lì con i loro mariti a riprendersi i figli. Era quasi come se la casa stesse tirando un sospiro di sollievo per il fatto che presto il caos avrebbe lasciato spazio alla pace e tutto sarebbe tornato alla normalità.
La porta che dava sul giardino era aperta e là fuori Lotta camminava accanto al vecchio padre mentre lui le indicava le ultime aggiunte ad aiuole e aree dedicate alla floricoltura. La maggior parte dei fiori li conosceva già, ma ce n’era qualcuno di nuovo. Fatta eccezione per i suoi preferiti, che facevano sempre bella mostra di sé, a Stellan piaceva cambiare spesso gli altri.
Trovava che i fiori raggiungessero il massimo del loro splendore appena prima di sbocciare. Quando le gemme cominciavano a creparsi. Sua figlia la vedeva diversamente.
Lotta ascoltava con attenzione mentre Stellan le illustrava con entusiasmo quei capolavori floreali. Rudbeckia, malvarosa, speronella blu, dulcamara che era spuntata per conto proprio, origano, menta, achillea millefoglie e ginestrino. Amava i suoi fiori, e Lotta ripensò a quanto tempo suo padre avesse trascorso in giardino mentre lei cresceva. Non era permesso disturbarlo in quelle occasioni, però si sapeva sempre dov’era.
Quando Stellan si fermò per riprendere fiato, Lotta si voltò con discrezione e fece finta di esaminare la casa – quella casa dalle linee essenziali, di ispirazione funzionalista, che conosceva come le sue tasche e che in realtà non aveva nessunissima ragione di stare a guardare. Le ampie superfici finestrate e le due terrazze con la fantastica vista sul Mälaren e su Kärsön.
Poi lo sguardo si posò sul vialetto del giardino, le dodici pesanti lastre in pietra sulle quali lei e la sorella avevano corso così tante volte e che Stellan scherzosamente chiamava «il modello dei dodici passi verso una vita migliore» perché conducevano al capanno. Là dentro poteva dedicarsi indisturbato a ciò che amava di più nella vita.
Mettere in posa quelle lastre in pietra era stato così difficile che Stellan aveva dichiarato che sarebbero dovute rimanere lì in eterno. E finora di anni ne erano passati quaranta, quindi era probabile che la profezia del padre si avverasse.
Lotta lo osservò. Nonostante gli ottantacinque anni, di testa era lucido come sempre, ma il corpo era ormai stanco, e l’età si faceva sentire, a tal punto che ormai quando si radeva gli sfuggivano alcune zone sul collo. Era sempre stato alto, però adesso era curvo. I grandi occhiali, che fin da quando lei riusciva a ricordare erano stati il suo segno caratteristico, era facile che gli finissero di sbieco, e lo sguardo dietro le lenti era intorbidito.
Lotta era imponente quasi quanto il padre, per il resto non erano particolarmente simili. I capelli del padre erano stati color biondo cenere, quelli della figlia erano neri. Un’eredità della determinata nonna paterna, secondo quanto diceva Stellan. E se lo sguardo di lui era amichevole e caloroso, quello di lei era indagatore e scettico.
«Non è che possiamo sederci un momento?» disse Lotta, notando che il padre era ancora stanco e sapendo che non l’avrebbe mai ammesso.
Si accomodarono sulla logora panca verde davanti al capanno. Stellan si sventagliò con un piatto di carta sul quale c’erano stati dei bulbi da fiore, e Lotta si asciugò il sudore dalla fronte. Il caldo cocente sembrava quasi innaturale. Aveva stretto l’intero Paese nella sua morsa fino alla fine di maggio, e adesso che era giugno non sembrava volersi attenuare.
Quante di quelle volte erano stati seduti lì insieme. Una panca per riposarsi, ma con tutti gli attrezzi a portata di mano: un posto per recuperare le forze e al tempo stesso ripartire con il lavoro.
Almeno in teoria.
All’interno del capanno c’erano pile di mobili da esterno e attrezzi da giardino che non venivano usati da decenni. Zappe per estirpare le erbacce, irrigatori, l’innaffiatoio in rame, l’amaca a righe ormai ammuffita e i vecchi lettini prendisole scricchiolanti con cui le sorelle amavano giocare da piccole. Prendevano il sole tra i cumuli di neve già i primi giorni di primavera, la «tintarella di nuvole» nelle grigie giornate estive, giocavano per estati intere fingendo che i lettini fossero barche, automobili, aeroplani, razzi spaziali o pontili da cui loro saltavano giù dentro un’acqua immaginaria.
Quando si erano fatte troppo grandi per giocare, i lettini erano finiti nel capanno, dove erano rimasti. Su quei lettini, in tutta segretezza, ci aveva invece trovato ristoro Stellan tra un lavoro di giardinaggio e l’altro, venendo smascherato però dal leggero cigolare che si udiva anche da fuori.
Ora il capanno era più come un monumento a un tempo andato. Solo il tavolo da esterno veniva portato fuori ogni anno dal giardiniere Jocke, che appariva puntuale come un orologio pur essendo in pensione da un bel po’. Neanche accettava di farsi pagare. Si presentava ogni settimana fin da quando Stellan e Agneta, da sposi novelli, si erano trasferiti in quella casa all’inizio degli anni Settanta e così era andata anche dopo il pensionamento, senza che lui lo avesse domandato né che gli fosse stato chiesto. Forse era quella routine a tenerlo attivo.
Lotta dischiuse la porta del capanno e il calore la investì. L’arsura estiva dava l’impressione di stare in un vero e proprio forno.
«Quella finestra non la riaprite?» gli chiese indicando il pannello di compensato inchiodato alla parete posteriore. «Siamo cresciute, non c’è più il rischio che spiamo.»
«No, però adesso ci sono delle nuove piccole spie» rispose Stellan con un sorriso.
«Che si interessano soltanto ai loro schermi.»
«Chiederò a Jocke di toglierlo. La finestra dà su una bellissima kolkwitzia, ma io non ci sto più tanto spesso qui dentro.»
«Per niente, direi» fece Lotta, e lasciò che lo sguardo si soffermasse sui lettini che stavano arrugginendo.
«Questo è per te» disse Stellan Broman a sua figlia, porgendole un fiore. Ogni volta che andava a trovarli, lui le regalava una piantina o un bulbo del proprio giardino per il suo piccolo orto da cucina, e lei li accettava con gratitudine.
«Che cos’è?» gli domandò.
«Non lo so. Una clarkia, credo. È stato Jocke a piantarla.»
«Dai sempre la colpa a lui.»
Lotta sorrise a suo padre.
Joachim era sempre stato un elemento scontato della sua vita, e lui e suo padre si erano sempre punzecchiati su chi ne sapesse di più in fatto di fiori. Se doveva essere sincera, probabilmente lei aveva imparato più da Jocke, su piante e bulbi, che da Stellan. Però ricordava comunque con affetto l’interesse del padre per il giardinaggio, perché era servito a tenerlo a casa. Non al lavoro, e non dentro casa circondato da colleghi e amici. Nessuna festa grandiosa, nessun lavoro, solo un tranquillo passatempo tra le aiuole.
E più tranquilla ancora doveva essere stata la sua vita negli ultimi trent’anni. Gli mancava, quella vecchia? Essere al centro dell’attenzione?
Se non altro, ciò aveva dato a lei e Malin un’infanzia diversa, un’adolescenza di cui tutti i loro amici erano stati invidiosi. E che differenza avrebbe fatto in realtà se suo padre fosse stato più presente, se non si fosse rinchiuso nella tavernetta o non fosse scappato fuori in giardino non appena varcava la soglia? Avevano pur sempre avuto la madre.
E senza dubbio era stato emozionante avere tutti quei volti noti che comparivano dentro casa, tutte le feste e le trovate, e tutti quegli adulti che facevano cose strane.
Forse era stata l’intensa vita sociale dei genitori a renderla una tale eremita? La drogata di lavoro che albergava in lei l’aveva decisamente ereditata da suo padre, ma quando era libera non voleva incontrare gente. Preferiva starsene seduta con un libro. O magari trovarsi a parlare con un amico. Uno.
Un acuto strillo infantile segnalò che era ora di tornare dentro dagli altri.
Come al solito Malin era rimasta in casa con la madre Agneta. Alla sorella il giardino non era mai piaciuto. «Bleah, vermi e porcellini di terra» recitava il suo verdetto già quando aveva sei anni, e a quello era rimasta saldamente attaccata.
Lotta la mora e Malin la bionda. La brava sorella maggiore e la principessina viziata.
Da classica – quasi da parodia – sorella minore, Malin non aveva aiutato sua madre né a rimettere in ordine né a preparare le borse, tantomeno a lavare i piatti, constatò Lotta. Aveva invece portato giù dalla soffitta uno scatolone di vestiti vecchi ed era alla ricerca di qualche chicca vintage per i figli.
«Davvero vogliono dei vestiti vecchi?» domandò Agneta.
«Ma sono bellissimi!» rispose Malin sollevando un abito pantalone azzurro di felpa di quando era piccola.
Con i capelli biondi e le sopracciglia scure, Malin era la fotocopia di sua madre. Era palese che Agneta fosse stata una bellezza sfolgorante, e a quasi settant’anni riceveva ancora certe occhiate in città. Sebbene lei non le notasse. Madre e figlia erano belle in un modo che le faceva istintivamente benvolere dalla gente che incontravano. Come se la bellezza fosse una qualità dell’anima, e perciò loro fossero esenti dall’invidia.
Mentre Malin e Lotta trascorrevano del tempo con i loro genitori e i ragazzi scorrazzavano in giro, com’era prevedibile i rispettivi mariti si erano defilati. Qualcosa riguardo al lavoro o all’auto o a una ristrutturazione del bagno di cui potessero discutere in disparte. Christian in camicia ben stirata e scarpe lucide, Petter in pantaloni corti e sandali. Non erano del tutto a loro agio l’uno con l’altro – un uomo d’affari e un funzionario culturale – ma trovandosi entrambi a disagio in compagnia del grande suocero, il leggendario conduttore televisivo, cercavano rifugio tra loro. Nessuno dei due era particolarmente ferrato nelle questioni che catturavano l’interesse di Stellan: TV negli anni Settanta e Ottanta, viaggi in Europa oppure quanto cultura classica, intrattenimento e formazione parascolastica fossero legati. Nessuno di loro sapeva citare Schiller.
Dopo aver notato che i cognati avevano seguito il solito schema, Lotta poté constatare che anche i ragazzi avevano seguito il loro. I suoi figli erano seduti con la testa china sopra i cellulari, mentre i due bambini di Malin litigavano. Molly gridava perché Hugo le aveva lanciato la pallina da tennis dicendole di colpirla di testa. La pallina aveva rimbalzato contro la parete e poi sul ripiano del tavolo in mezzo a due tazze da caffè.
Era proprio ora di portare i figli agli allenamenti e dire addio ai marmocchi maleducati di Malin. Aveva un sacco di riunioni, stare via un’intera settimana era molto, nel suo lavoro. Fortuna che Petter poteva decidere dei propri orari, e che i ragazzi sarebbero stati impegnati in attività per tutta l’estate.
«È ora di andare. Ringraziate la nonna e vestitevi.»
Leo diede un colpo di ciuffo e raggiunse Agneta, le strinse la mano e disse grazie. A Sixten servì un ulteriore richiamo, ma poi fece quello che gli aveva chiesto la mamma.
Malin frugò tra quello che non aveva fatto in tempo a guardare, gettò alcuni indumenti dentro un sacchetto e accantonò il cartone. Non lo riportò in soffitta, notò Lotta. Sapeva già che la sorella avrebbe lasciato intatto per molto tempo quel sacchetto con i vestiti della loro infanzia.
Lotta aprì la porta d’ingresso e fece uscire i figli. Petter colse subito il messaggio, entrò, ringraziò i suoceri, poi raggiunse la macchina. Nel frattempo lei aiutò i bambini di Malin a prepararsi. La sorella dovette recuperare Christian ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Parola d’ordine Geiger
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