La drogheria di Tomek si trovava nell’ultima casa del paese. Era una piccola bottega molto semplice, con la scritta drogheria dipinta di blu sulla vetrina. Aprendo la porta, una campanella tintinnava allegra, ding ding, e ci si trovava davanti a Tomek, che sorrideva nel suo grembiule grigio da droghiere. Era un ragazzo dagli occhi sognanti, abbastanza alto per la sua età, piuttosto ossuto. Non serve elencare nel dettaglio gli articoli che vendeva nella bottega. Non basterebbe un libro intero, mentre basta una sola parola per dirlo, e questa parola è appunto “tutto”. Tomek vendeva di tutto. Con questo s’intendono cose utili e ragionevoli, come la paletta abbatti mosche e l’elisir dell’abate Perdrigeon, ma anche altri oggetti indispensabili come le bolle dell’acqua calda e i coltelli per gli orsi.
Siccome Tomek viveva nel suo negozio, o meglio nel retrobottega, non chiudeva mai. Certo, aveva un cartello appeso all’ingresso, ma era sempre voltato dalla stessa parte, quella che recitava aperto. Non che ci fosse un corteo ininterrotto. Gli abitanti del paese erano rispettosi e si guardavano bene dal disturbarlo a tutte le ore. Sapevano solo che in caso di bisogno urgente Tomek li avrebbe aiutati con gentilezza, anche in piena notte. Del resto non crediate che non lasciasse mai la bottega. Tutt’altro. Gli accadeva spesso di andare a sgranchirsi le gambe o anche di assentarsi una mezza giornata. In questi casi, però, il negozio restava aperto e i clienti si servivano da soli. Al suo ritorno Tomek trovava un bigliettino sul bancone: Preso un rotolo di spago da arrosto. Lina, insieme ai soldi da pagare, oppure: Preso tabacco. Pagherò domani, Jak.
Così tutto andava per il meglio nel migliore dei mondi, come si dice, e sarebbe potuto andare avanti per secoli senza che succedesse niente di particolare.
Solo che Tomek aveva un segreto. Oh, non era nulla di brutto né di tanto straordinario. Era andato formandosi così lentamente che non se n’era nemmeno accorto. Proprio come i capelli che crescono senza che lo notiamo: un bel giorno sono troppo lunghi, tutto qui. Un bel giorno, quindi, Tomek si ritrovò ad avere questo pensiero che gli era cresciuto dentro la testa anziché crescervi sopra, e lo si poteva riassumere così: si annoiava. Anzi, si annoiava… moltissimo. Aveva voglia di partire, di vedere il mondo.
Dalla finestrella del retrobottega guardava spesso la vasta pianura in cui il grano primaverile si dondolava con grazia, come onde del mare. E solo il ding ding della campanella sulla porta della bottega poteva strapparlo alle fantasticherie. Altre volte, di primo mattino, andava a camminare sulle strade che si perdevano nella campagna, immerse nel tenero blu dei campi di lino allo spuntar del giorno, ed era straziante dover tornare a casa.
Ma era soprattutto in autunno, quando gli uccelli di passaggio attraversavano il cielo in un profondo silenzio, che Tomek sentiva più forte il desiderio di andarsene. Gli venivano le lacrime agli occhi mentre guardava le oche selvatiche svanire all’orizzonte con ampi battiti d’ala.
Purtroppo non si può partire così, all’improvviso, quando ci si chiama Tomek e si è responsabili dell’unica drogheria del paese, quella drogheria che suo padre aveva gestito prima di lui, e suo nonno prima ancora. Che cosa avrebbero pensato gli altri? Che li abbandonava? Che non stava bene con loro? In ogni caso non avrebbero capito. Si sarebbero rattristati. E Tomek non sopportava di far soffrire qualcuno. Decise quindi di rimanere e tenersi il suo segreto. Doveva essere paziente, diceva a se stesso, la noia se ne sarebbe andata com’era venuta, lentamente, con il tempo, senza che lui se ne accorgesse…
Ahimè, accadde l’esatto contrario. Senza contare che un evento degno di nota avrebbe presto annullato tutti gli sforzi che faceva per essere ragionevole.
Era la fine dell’estate, una sera in cui aveva lasciato la porta della bottega aperta per godersi la frescura della notte. Era intento a fare i conti sul grande registro, alla luce della lampada a olio, e succhiava la matita, sognante, quando una voce cristallina lo fece quasi sobbalzare.
«Avete i bastoncini di zucchero?»
Alzò la testa e vide la persona più bella che avesse mai potuto immaginare. Era una ragazza di più o meno dodici anni, scura di capelli quanto possibile, con i sandali ai piedi e un vestito in stato pietoso. Aveva una borraccia di cuoio appesa alla cintura. Era entrata senza far rumore dalla porta aperta, tanto che sembrava un’apparizione, e ora fissava Tomek con i suoi tristi occhi neri: «Li hai, i bastoncini di zucchero?».
Allora Tomek fece due cose insieme. La prima fu rispondere: «Sì, li ho, i bastoncini di zucchero».
La seconda cosa che fece, lui che in tutta la vita non si era mai voltato a guardare una ragazza, fu innamorarsi di quel bruscolino di donna, di innamorarsene all’istante, in tutto e per tutto.
Prese un bastoncino di zucchero dal barattolo e glielo porse. Lei lo nascose subito nella tasca del vestito, ma non diede segno di volersene andare. Rimase lì a guardare i ripiani e le file di cassettini che ricoprivano un’intera parete.
«Che cosa c’è in quei cassetti?»
«C’è… di tutto» rispose Tomek. «Sì, insomma, tutto quello che serve…»
«Del filo elastico?»
«Sì, certo.»
Tomek si arrampicò sulla scala e aprì il cassetto in alto.
«Ecco.»
«E carte da gioco?»
Ridiscese e aprì un altro cassetto.
«Ecco.»
Lei esitò, poi un sorriso le si formò sulle labbra. Era chiaro che si divertiva.
«E delle figurine… di canguri?»
Tomek dovette pensarci qualche attimo, poi corse al cassetto di sinistra.
«Ecco.»
Questa volta gli occhi scuri della ragazzina si illuminarono. Era così bello vederla felice che il cuore di Tomek prese a balzargli nel petto.
«E sabbia del deserto? Sabbia che sia ancora calda?»
Tomek salì ancora una volta sulla scala e prese da un cassetto una boccetta di sabbia arancione. Ridiscese, fece scorrere la sabbia sul registro perché la ragazza potesse toccarla. Lei la sfiorò con il dorso della mano, poi vi si avventurò con le dita svelte.
«È calda…»
Siccome si era avvicinata molto al bancone, Tomek sentì il suo, di calore, e avrebbe voluto posare la mano su quel braccio dorato, più che sulla sabbia. A quanto pare lei lo intuì e aggiunse: «È calda quanto il mio braccio…».
Con la mano libera prese quella di Tomek e la posò sul proprio braccio. I riflessi della lampada a olio le danzavano sul viso. Rimasero così qualche attimo, dopodiché lei si liberò con un leggero movimento, volteggiò per la bottega e puntò un dito a caso verso uno dei trecento cassettini: «E in questo, che cosa c’è in questo?».
«Oh, solo ditali da cucito…» rispose Tomek rimettendo la sabbia nella boccetta con un imbuto.
«E in questo?»
«Denti della Madonna… sono conchiglie abbastanza rare…»
«Ah» fece la ragazza, delusa. «E in questo?»
«Semi di sequoia… Posso dartene qualcuno se vuoi, te li regalo, ma non seminarli a casaccio, perché le sequoie diventano molto grandi…»
Tomek aveva pensato di farle piacere con quella proposta, ma accadde l’esatto opposto. Lei tornò seria e pensierosa. Di nuovo calò il silenzio, Tomek non osava dire altro. Un gatto si affacciò alla porta d’ingresso. Si fece avanti con lentezza, ma Tomek lo scacciò con un gesto brusco. Non voleva essere disturbato.
«E così hai di tutto, nel tuo negozio? Proprio tutto?» chiese la ragazza alzando lo sguardo verso di lui.
Tomek si sentì un po’ imbarazzato.
«Sì… be’, tutto quello che serve…» rispose con la dovuta modestia.
«Allora» disse quella vocina fragile ed esitante, ma a un tratto colma di folle speranza, o così parve a Tomek, «allora forse hai anche… l’acqua del fiume Qjar?»
Tomek ignorava che cosa fosse, quell’acqua. Ignorava anche dove si trovasse il fiume Qjar. La ragazza lo capì, un’ombra le passò sugli occhi e rispose prima che lui avesse modo di fare domande.
«È un’acqua che non fa morire, non lo sapevi?»
Tomek scosse piano la testa, no, non lo sapeva.
«Ne ho bisogno…» fece la ragazzina.
Poi picchiettò sulla borraccia appesa alla cintura e aggiunse: «La troverò e la metterò qui dentro…».
Tomek avrebbe tanto voluto che si spiegasse meglio, ma lei gli si avvicinò, aprendo un fazzoletto nel quale aveva qualche moneta.
«Quanto ti devo per il bastoncino di zucchero?»
«Un soldo…» si sentì mormorare Tomek.
La ragazza appoggiò la moneta sul bancone, guardò ancora una volta i trecento cassettini e a lui rivolse un ultimo sorriso.
«Arrivederci.»
Poi uscì dalla bottega.
«Arrivederci…» farfugliò Tomek.
La lampada a olio si stava affievolendo. Si rimise sulla sedia, dietro il bancone. Sul grande registro ancora aperto c’erano il soldo della sconosciuta e qualche granello di sabbia arancione.
Il giorno dopo e quelli che seguirono Tomek si pentì amaramente di aver accettato i soldi della sconosciuta. Non doveva averne tanti. Si sorprese a parlare da solo più di una volta. Diceva, per esempio: «Niente, non mi devi proprio niente…». Oppure: «Figurati… per un bastoncino di zucchero…».
Tomek poteva anche inventarsi tutte le cortesie del mondo, ma ormai era tardi. Lei aveva pagato e se n’era andata, lasciandolo ai rimpianti. A tormentarlo era anche l’acqua di cui aveva parlato, il fiume con un nome bizzarro che non riusciva a ricordare. E poi chi era quella strana ragazza? Da dove veniva? Era sola? Qualcuno la aspettava accanto alla bottega? E dov’era andata poi? Mille domande senza risposte… Cercò di saperne di più dai clienti. Li interrogava senza darlo a vedere.
«Allora, niente di nuovo in paese?» Oppure: «Non c’è molto passaggio, eh?», con la speranza che uno di loro finisse per dire: «No, non c’è molto passaggio, solo quella ragazzina l’altra sera…».
Ma nessuno vi fece il minimo accenno. C’era da credere che l’avesse vista solo lui. Passò così qualche giorno, finché un pomeriggio Tomek non ne ebbe abbastanza. L’idea di non rivedere mai più la ragazza gli sembrava insostenibile. E non poterne parlare con nessuno era altrettanto penoso. Lasciò tutto com’era nella bottega, si ficcò in tasca una barretta di gelatina alla frutta e corse difilato all’altro capo del paese, dove si trovava il vecchio Icham.
Era un pubblico scrivano, ovvero scriveva per coloro che non sapevano farlo. E leggeva anche, ovviamente. Quando Tomek arrivò, stava proprio decifrando una lettera per una signora minuta che la ascoltava attentamente. Tomek si tenne a distanza finché non ebbero finito, per discrezione, poi si avvicinò all’amico.
«Buongiorno, nonno» disse portandosi una mano al petto.
«Buongiorno, figliolo» rispose Icham, tendendo verso di lui le mani aperte.
Non erano né nonno né figlio l’uno per l’altro, ma siccome Icham viveva solo e Tomek era orfano, si erano sempre chiamati così. Si volevano molto bene.
D’estate Icham lavorava in una minuscola baracca addossata al muro della via. Vi stava seduto a gambe incrociate in mezzo ai libri. Per raggiungerlo bisognava salire tre gradini di legno e sedersi per terra. Per questo la maggior parte dei clienti preferiva restare in piedi nella via per dettare le lettere o ascoltare Icham che le leggeva.
«Sali, figliolo.»
Tomek balzò in cima ai tre gradini e si sedette anche lui a gambe incrociate, di fianco al vecchio.
«Stai bene, nonno?» cominciò Tomek, sfilando dalla tasca la gelatina alla frutta. «Hai molto lavoro?»
«Grazie, ragazzo mio» rispose Icham prendendola. «Di lavoro non ne ho mai, te l’ho già detto. E nemmeno di riposo. Tutto questo è solo la vita che passa…»
Tomek si divertiva a sentire quelle frasi un po’ enigmatiche. Icham sarebbe potuto sembrare un grande filosofo, se non fosse stato tanto goloso. Adorava i dolci, ed era capace di mettere il muso come un bambino di tre anni quando Tomek si dimenticava di portargli una caramella mou, un morbido torrone, una gomma da masticare rotonda o un bastoncino di liquirizia. I suoi preferiti erano dei piccoli pan di spezie a forma di cuore, ma gli andava bene tutto, a patto che non fo...