Poe. La nocchiera del tempo
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Poe. La nocchiera del tempo

Le guerre del Multiverso

  1. 480 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Poe. La nocchiera del tempo

Le guerre del Multiverso

Informazioni su questo libro

Poe è un'umana, che deve fare i conti con una Terra devastata da una misteriosa catastrofe. Allontanata dal suo mondo come reietta all'età di quindici anni, ha perduto tutto: amici, affetti, posizione sociale, ma grazie alla sua straordinaria forza d'animo, al coraggio e alla spavalderia ha saputo cavarsela, e oggi, a venticinque anni, è una Cercatrice abile e famosa, una dei pochi in grado di viaggiare attraverso i Pozzi, passaggi interdimensionali che collegano tra loro i mondi del multiverso. Quando le viene affidata la missione di recuperare per un misterioso committente un'arma devastante, tanto potente da fomentare una terribile guerra sul pianeta Mechanica, le viene affiancato Damyan, Cercatore come lei ma dalle orecchie a punta, i capelli ricci e verdi e gli occhi arancioni. A Poe la cosa non piace per niente: lei è abituata a cavarsela da sola, nel bene e nel male, la responsabilità di un compagno può essere un impedimento e trasformarsi in un peso troppo grande da portare. Nonostante tutte le sue resistenze, giorno dopo giorno i due diventano una squadra formidabile. Ma questa volta portare a termine la missione non basterà, questa volta Poe decide di andare a fondo di tutto ciò che c'è dietro, e invece di consegnare l'arma ai committenti architetterà un piano che la riporterà al passato, alle sue origini, agli affetti, e forse anche a una sorella che credeva perduta per sempre.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2022
Print ISBN
9788817161602
eBook ISBN
9788831807340
I.

Ingranaggi

1

«Ti darò quello che vuoi. C’è un intero universo a mia disposizione, lo sai. Potremmo diventare ricchi oltre ogni immaginazione. Io e te.»
Mi era già capitato di dover riportare alla Base un ricercato e più o meno dicevano sempre tutti le stesse cose. Se avessi cominciato a scommetterci su, magari sarei diventata ricca per davvero.
«Forse ti sei scordato che quelle ricchezze sono anche a mia disposizione, o no? Sono una Cercatrice anch’io» dissi con aria annoiata.
Era il solito copione. La gente non ragiona quando è messa alle strette, e inizia a delirare. Come il tipo davanti a me. Testa pelata, collo taurino, spalle grosse di chi si fa strada nella vita a forza di cazzotti. Era davanti a me, sudato che faceva schifo, le mani legate dietro la schiena con una semplice fascetta di cuoio. Io preferivo i vecchi sistemi; sono più affidabili di qualsiasi manetta magnetica, che oltretutto mi ricordava Paradise e tutto quel che volevo dimenticare al riguardo.
«Sì, ma hai esplorato l’intero multiverso, forse?» insistette il tipo. Si sarebbe potuto scambiare per un umano, non fosse stato per le enormi orecchie a punta. Il modello umanoide va per la maggiore nel multiverso. «Allora?» si girò impaziente. Era una specie di buzzurro, con gli occhi porcini, il naso largo fratturato da innumerevoli pugni, e la bocca carnosa. Lo punzecchiai col pugnale.
«Vedi di stare tranquillo.» Si girò di nuovo.
«Ti ho fatto una proposta.»
«Una proposta idiota. I Cercatori mi danno tutto quello di cui ho bisogno.» Altra risposta standard. Mi sarebbe piaciuto molto, per una volta, rompere quel copione monotono.
Non oggi, Poe, non oggi.
«Non ci credo neppure se lo vedo.»
I numeri sul pannello salivano e si illuminavano sempre più rapidamente. Eravamo in un ascensore angusto, una specie di uovo bianco, sufficiente a contenere due persone. In quell’ambiente così piccolo era impossibile proteggersi dall’odore acre del suo sudore. Mi faceva lacrimare gli occhi.
Il tizio mosse leggermente la testa di lato. Capii che stava guardando i numeri azzurri che scorrevano sulla tastiera. Presto saremmo arrivati. Il suo tempo stava scadendo.
«Ho un covo segreto» disse affannato. «Ti dico dove sta e ti puoi prendere tutto. Basta che mi lasci andare.»
Anche questo era standard, e non feci una piega. Mi limitai a fargli sentire la lama sulla schiena.
«Risparmia il fiato per quando ti interrogheranno.»
«Ma ci deve pur essere qualcosa che vuoi, o no? Ma che ti frega di questa gente? Che cosa gli devi?» Ormai era alla disperazione.
«C’è anche una cosa che si chiama fedeltà, sai?»
«A quei tagliagole?»
Non aveva tutti i torti. Ma non dovevo certo dare spiegazioni a lui, un pezzo di carne di cui avrei smesso di preoccuparmi nell’istante in cui l’avessi depositato nelle carceri. Da quel momento, non sarebbe più stato affar mio. O, almeno, era la frase che mi ripetevo da dieci anni a quella parte, a volte con maggior convinzione, a volte meno.
L’ascensore sobbalzò leggermente, l’ultimo numero si accese di un blu più intenso. Eravamo arrivati.
Spinsi col pugnale e lo feci uscire. Lui fu rapidissimo, più di quanto mi sarei aspettata da un tizio della sua stazza. Un movimento fulmineo delle braccia e tranciò la fascetta di cuoio contro la lama del mio pugnale. Non attese neppure di avere le mani libere; si girò e mi diede una testata mandandomi a sbattere contro la parete posteriore dell’ascensore.
Per un istante fu tutto buio. Mi appoggiai alla parete, per avere il tempo di recuperare la lucidità; era stata una bella botta, ma avevo assecondato il movimento, e avevo attutito un po’ il colpo. Imprecai lo stesso. Mi ero fatta fregare come una pivellina.
Non per molto.
Le orecchie registrarono il suono dei suoi passi lungo il corridoio. Feci ruotare l’elsa del pugnale, che si allungò immediatamente sotto le mie dita.
Mi gettai fuori di corsa, la lancia stretta in mano. Il tizio non era più in vista, ma dal caos che si era lasciato alle spalle riuscii a intuire la sua traiettoria. Del resto chiunque fosse mai stato alla Base sapeva che c’era un unico posto dove tentare l’ultima, disperata difesa. E dalle informazioni che avevo sul suo conto, il tipo la Base la conosceva bene.
La gente si apriva al mio passaggio. Correre mi schiarì la mente. Seppi cosa fare.
Presi un corridoio laterale. Erano tutti identici, bianchi e dalle forme arrotondate. Ma io li conoscevo come le mie tasche, e sapevo dove andare.
Entrai nel Crocevia praticamente insieme a lui. Solo che lui si trovava trenta metri buoni sotto di me. Eravamo in una specie di enorme imbuto bianco, sul quale si aprivano, come celle di un alveare, numerosi passaggi ad altezze diverse. Ogni forma era arrotondata, come in tutta la maledetta Base, una cosa che mi mandava sempre ai matti. Troppa pulizia, troppo candore. A me piaceva la roba sporca e imperfetta, che non evocasse un manicomio. Al centro dell’imbuto c’era una grossa colonna, da cui si diramavano tante passerelle identiche e regolari. Lungo le pareti della colonna si aprivano decine e decine di bocche nere ciascuna con la sua bella ringhiera di metallo opaco. Pozzi, Pozzi di accesso a ogni angolo del multiverso. Erano quelli l’obiettivo del mio uomo.
«Fermo!» Mentre lo dicevo, tirai la lancia.
Gli inchiodò un piede al suolo con precisione chirurgica. Si sforzò di non urlare – per mantenere il suo contegno da duro, evidentemente – ma io provai comunque una sottile soddisfazione quando vidi il sangue rosso cupo bagnare il pavimento.
«Ma che diavolo ti frega di me! Ti giuro che non mi vedranno mai più!» urlò guardando in alto. Poi agitò furiosamente il piede. Non si sarebbe arreso. In ogni caso, dovevo sbrigarmi.
Non attesi la sua mossa successiva. Saltai sulla ringhiera e mi buttai di sotto. Mentre precipitavo, il vento sulla faccia, perfettamente verticale, lo vidi liberarsi, e saltare a sua volta sulla ringhiera. Il Pozzo più vicino era due passerelle sotto. Per via del piede ferito, impiegò qualche istante a trovare l’equilibrio. Mi infilai in quel momento di incertezza. Sfiorai il corsetto di pelle che mi stringeva il torso. Le strisce di metallo che ne segnavano i contorni si accesero di riflessi blu. Un istante, e ampie ali meccaniche mi si aprirono sulle spalle. Cuoio leggerissimo, marrone, teso tra intelaiature di rame, intessute di vene di luce azzurra. Mi sollevai, cabrai nella sua direzione; lo afferrai un attimo dopo che si fu lanciato. Ruotai appena il polso, attirando a me la lancia abbandonata a terra vicino alla macchia di sangue. Con un altro movimento del polso, la ridussi di nuovo alla dimensione di pugnale.
Planammo per due cerchi, finché non individuai una passerella.
Io atterrai con grazia, lui un po’ meno, visto che gli diedi immediatamente una ginocchiata che lo fece cadere al suolo. Sbatté la testa. Gli fui sopra, il pugnale sulla gola.
«Hai finito di fare scherzi?» sibilai. Eravamo così vicini che le mie treccine dalle punte bianche e nere gli toccavano le guance.
«Maledetta puttana… mi hai condannato a morte…» sputò, ma stavano già arrivando le guardie della Base. Come i Guardiani di Paradise, portavano tute e caschi integrali, ma completamente bianchi. Formiche anche loro, esecutori ciechi di una altrui volontà.
Presero per le spalle la mia preda, per sicurezza la colpirono un paio di volte in faccia coi fucili al plasma.
«Mi hai condannato a morte!» urlò di nuovo il tipo, mentre lo portavano via, gli occhi fissi nei miei. Il piede ferito lasciava una scia di sangue sul pavimento immacolato. Avevo fatto rientrare le ali, e adesso sulla schiena restava solo il corto mantello di cuoio sottile che ne costituiva il tessuto. Fu con quello che pulii la lama del mio pugnale.
«Giornatina intensa, eh?» disse una voce alle mie spalle, stridula e roca. L’avrei riconosciuta tra mille.
«C’è sempre modo di migliorarla» dissi girandomi. Davanti a me, c’era un essere tozzo, alto un metro scarso, che indossava una tuta di juta. Dal cinturone di pelle pendeva uno sciabolone di dimensioni considerevoli, soprattutto se confrontate alla sua stazza. Il volto era quasi completamente coperto di una ispida barba bianca decorata da decine di anelli di bronzo, tutti diversi l’uno dall’altro. L’attaccatura dei capelli era bassa. Nell’insieme sembrava una palla di pelo bianco da cui spuntavano due occhi azzurri chiarissimi. S’intuiva un sorriso, sotto tutto quel pelo.
Inclinai leggermente la testa da un lato, in segno di saluto. «Morrison…»
«Poe…» disse lui abbassando il mento. «Il solito?»
Sorrisi. «Il solito.»
Andammo insieme a espletare le formalità. Il tizio di cui – ora che ci pensavo – non conoscevo neppure il nome era già stato risucchiato nelle viscere della Base, verso un ignoto destino, che non mi interessava approfondire. Il suo DNA risultava nel database, il file dell’operazione fu chiuso e archiviato senza problemi.
«Un’altra missione brillantemente risolta» dissi a Morrison mentre uscivo dall’ufficio. Lui mi sorrise.
«Tempo di festeggiare.» E ce ne andammo a bere.
La Base, tecnicamente, non è in nessun luogo e in nessun tempo. Si trova fuori dal multiverso, ma io penso che sia più corretto dire che ci sta dentro fin troppo. È difficile da spiegare, e io sono una frana con questa roba. Ma, in sostanza, se immaginiamo il multiverso come un tessuto, i Pozzi che collegano punti diversi del multiverso sono i fili della trama, e la Base si trova tra un filo e l’altro. In mezzo alla trama. Nello spazio vuoto.
La prima volta che Dhanab me lo spiegò, mi venne un terribile mal di testa. All’epoca, io conoscevo solo Paradise, ed ero convinta che i Pozzi fossero la morte. Non sapevo che fossero portali tra un mondo e l’altro, né che ognuno andasse in una sola direzione. In quell’occasione scoprii anche che con un semplice Deviatore puoi raggiungere la Base da qualsiasi Pozzo. È folle, lo so, sono la prima a dirlo. Comunque.
La cosa interessante è che la Base non è fuori solo dallo spazio, ma anche dal tempo e non importa quanto sei stata via, quando riemergi da uno dei Pozzi in entrata del Crocevia è come se non fosse passato un istante. Ovviamente, quando sei alla Base il tempo scorre, ma in un modo tutto suo, locale. E fuori non c’è letteralmente niente, quindi niente finestre su panorami alieni, e roba del genere. È come una nave spaziale che non naviga tra stelle e pianeti, ma letteralmente nel niente.
Era per questo che io e Morrison ci trovavamo seduti in un altro dannato locale tondo con gli angoli smussati, davanti a una specie di oblò che proiettava l’immagine dello skyline di una metropoli standard, del tipo che avevo visto e stravisto nei miei viaggi. Un po’ troppo simile a Paradise, per i miei gusti, ma l’acquavite che avevo nel bicchiere iniziava a fare effetto, e i brutti ricordi non facevano male. Morrison, poi, veniva da un universo in cui le metropoli non esistevano, e quindi quel panorama per lui non significava niente, non gli ricordava altro che uno dei suoi innumerevoli viaggi. Probabilmente era come ritrovarsi di fronte a un quadro. Cosa che in effetti era vera.
Per fortuna, le luci del locale erano basse, virate sul viola, per dare quell’idea di dopolavoro che piaceva a molti agenti. Almeno qui eravamo dispensati dal dannato bianco che dominava in tutti gli altri posti della Base.
Morrison beveva il solito torcibudella dal nome impronunciabile tipico delle sue terre. L’avevo provato una volta sola ed ero stata male per due giorni. Da allora mi ero ubriacata sempre e solo con la roba degli umani. Almeno conoscevo bene gli effetti collaterali.
Morrison era un Cercatore di lungo corso, più di me. La sua era una razza longeva, non avevo idea da quanto tempo facesse quella vita, e per quant...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. WELCOME TO PARADISE
  4. I. Ingranaggi
  5. II. Back Home
  6. III. Ghiaccio e Metallo
  7. Copyright