Shibuya era un agglomerato di case dai tetti di tegole, delimitato da un fiume e circondato da vasti campi. Il professore e Hachi girarono l’angolo e si diressero lungo una strada residenziale costeggiata da alti alberi keyaki con i rami ricoperti da ciuffi di piccoli boccioli gialli. Mano a mano che procedevano, la strada si faceva sempre più ampia e in lontananza apparve un imponente santuario Shinto dai cancelli rossi e dal tetto verde. Molte persone, incrociandolo, salutarono il professore e ammirarono Hachi, che avanzava baldanzoso accanto al padrone, pavoneggiandosi, le orecchie a punta inclinate in avanti e la coda arricciata tenuta dritta verso l’alto.
Mentre il professore e Hachi si avvicinavano alla stazione le strade si fecero più affollate. La gente si affrettava a piedi e in bicicletta. E i mercanti, con indosso giacche happi blu scuro, passavano di corsa tirandosi dietro le grosse carrozzelle di legno a due ruote, stipate di scatole.
«Hachi. Seduto» disse il professore, fermandosi all’angolo in attesa che passasse un tram verde. Quindi attraversarono la strada fino alla scalinata che conduceva in stazione.
Passando accanto alle bancarelle Hachi sollevò il naso e annusò l’aria. Ogni banco era decorato con lanterne di carta dai colori vivaci, e ciascuno vendeva cose diverse da mangiare: noodles, tofu, uova e pesci bolliti in brodo e yakitori.
«I venditori non apriranno che più tardi » disse il professore ad Hachi. «E tu hai già fatto colazione, mio piccolo amico. Vieni.» Salì in fretta gli scalini che portavano alla stazione e Hachi gli fu accanto.
«Buongiorno, professor Ueno.»
Il professore si voltò e vide il capostazione nella sua impeccabile uniforme nera, i guanti bianchi e un berretto bordato di rosso, inchinarsi in segno di rispetto.
«Buongiorno signor Yoshikawa.»
«Che bel cane ha con sé!» gli disse il capostazione. Hachi sedette gonfiando il petto con orgoglio, come se avesse compreso il complimento del signor Yoshikawa.
«Ora però non so davvero cosa fare con lui» disse il professore, appoggiando una mano sulla nuca di Hachi. «Mi ha seguito fin qui. Avevo paura che riportandolo a casa avrei perso il treno.»
«Lo guardo io per lei» si offrì il signor Yoshikawa con un altro inchino. «Sarei felice di farle questo favore.»
«Non potrei mai chiederle una cosa simile » disse il professore.
«Ma lei non l’ha chiesto» puntualizzò il capostazione. «Mi sono offerto io. Lo terrò nel mio ufficio.»
«È un disturbo troppo grande.»
«Non è affatto un disturbo» insistette il signor Yoshikawa. «Sarebbe un onore per me fare una cosa così piccola per un uomo nella sua posizione.»
Il professore annuì mentre pensava all’offerta del capostazione.
«Arigato, signor Yoshikawa» disse, inchinandosi in segno di ringraziamento. «È molto gentile da parte sua. Tornerò alle tre.»
«L’aspetteremo» disse il signor Yoshikawa inchinandosi a sua volta. «Come si chiama il suo cane?»
«Si chiama Hachi.»
«Hachi? Perché lo ha chiamato “Otto”?»
«Otto è il mio numero fortunato, perché il kanji che sta per otto ha la forma di un ventaglio a testa in giù ed è più largo in fondo che in cima» spiegò il professore, usando il dito per disegnare il carattere giapponese nell’aria. «Significa che il futuro è aperto. E Hachi è l’ottavo cane che possiedo, e di sicuro sarà fortunato. È il cane più intelligente fra quelli che ho istruito. Gli ho già insegnato a sedersi, ad accucciarsi, a venire quando lo chiamo e a stare al passo. L’unica cosa che non riesco a insegnargli è abbaiare.»
«Forse è meglio che non parli» gli fece notare il capostazione. «Ci sono cani a cui non si riesce a insegnare a smettere di abbaiare.»
«Questo è vero» disse il professore. «Ma gli Akita non si comportano mai così. Non abbaiano a meno che non pensino che c’è qualcosa che non va. Ma mi piacerebbe lo stesso insegnargli a farlo. Solo per sentire il suono della sua voce.»
Abbassò gli occhi sul cucciolo ma Hachi restò zitto. «Ah be’» disse. «Sono sicuro che Hachi mi parlerà quando avrà qualcosa di importante da dire. Grazie ancora per essersi offerto di guardarlo.» Il professor Ueno si inchinò al capostazione. «La starà a sentire. Di solito» abbassò gli occhi sul cucciolo ancora una volta «è un cane molto buono.»
Il professore mostrò al bigliettaio il suo abbonamento e si avviò con Hachi e il capostazione lungo il marciapiede che costeggiava i binari. La piattaforma, riparata da una pensilina rossa, era affollata di pendolari e gente che si recava in città a fare compere. Molti degli uomini indossavano completi distinti e scarpe di pelle, proprio come il professore, ma alcuni fra loro, e la maggior parte delle donne, portavano dei kimoni e ai piedi zoccoli di legno geta o sandali di paglia zori.
Mentre il capostazione faceva il suo consueto giro di controllo lungo il binario, il professor Ueno si fermò accanto a una donna che indossava un kimono di cotone verde con un disegno di farfalle, legato in vita da una obi del colore di una giada pallida. Portava i suoi averi dentro una tela verde di furoshiki e teneva il piccolo fagotto in equilibrio sul palmo destro. Con l’altra mano lisciava la marinara del figlio.
Quando finalmente la donna fu soddisfatta dall’aspetto della divisa scolastica del bambino, con la punta delle dita gli spostò dalla fronte alcune ciocche di capelli.
«Guarda, Okaasan.» Il bambino si sottrasse alle attenzioni della madre e puntò il dito. «C’è un cane che aspetta il treno.» Allungò una mano verso Hachi ma la madre gliela tirò indietro.
«Yasuo, stai attento. Potrebbe morderti.»
«Non ti farà male.» Il professore si inginocchiò fra il bambino e Hachi. «È molto gentile.»
«Come si chiama?» domandò il bambino.
«Si chiama Hachi» disse il professore rialzandosi. «E il mio nome è Eizaburo Ueno.»
«Io sono la signora Takahashi» disse la donna, chinando il capo. «E questo è mio figlio Yasuo. È molto curioso.»
Come per confermare quanto aveva appena detto sua madre, dopo l’inchino Yasuo fece subito un’altra domanda al professore. «Di che razza è?»
«Yasuo» disse la signora Takahashi. «Non essere così fastidioso.»
«Nessun fastidio» assicurò il professore. «Sono felice di rispondere alla tua domanda. Hachi appartiene a una razza di cani molto speciale chiamata Akita-ken» disse con orgoglio. Poi, essendo un professore, non riuscì a trattenersi dall’impartire a Yasuo e a sua madre una breve lezione sulla razza di Hachi. «Gli Akita sono noti per la loro intelligenza, lealtà ed estrema devozione. Molti anni fa, quando venivano allevati al nord, fra le montagne di Honshu, solo ai membri della famiglia imperiale era concesso possederne. La razza ha più di trecento anni.»
«Quanti anni ha Hachi?» chiese Yasuo.
«Oh, è solo un cucciolo. Ha appena sei mesi.»
«Io sono molto più grande di così» si pavoneggiò Yasuo. Aprì la mano, distese le dita e contò. «Ichi» Piegò il pollice contro il palmo. «Ni» ripiegò l’indice. «San, shi, go» Yasuo ripiegò il resto delle dita e sollevò il pugnetto chiuso con orgoglio. «Ho cinque anni» disse. «Quasi sei. E oggi è il mio primo giorno di scuola.»
«Anch’io sto andando a scuola» disse il professore.
Yasuo lo guardò sorpreso. «Pensavo che gli adulti andassero al lavoro» disse.
«Io lavoro in una scuola» spiegò il professore. «Sono un insegnante del Dipartimento di Agricoltura dell’Università imperiale di Tokio. Quando sarai più grande magari sarai un mio allievo.»
«Mi piacerebbe» disse Yasuo.
Alle nove in punto il treno fece capolino dalla curva delle rotaie, entrò sferragliando in stazione e con uno stridio di freni si arrestò. Mentre i pendolari si affrettavano a salire sulle carrozze, la stazione risuonò delle decine di geta di legno che ticchettavano sul marciapiede.
Il professore restò fermo mentre gli altri lo superavano, affrettandosi a salire. «Hachi. Seduto» disse.
Hachi sedette e il professor Ueno si chinò per guardarlo dritto negli occhi di un bel castano scuro.
«Che bravo cane sei» disse mentre la stazione era tornata silenziosa. «Che bel cane sei» continuò dolcemente. «Hachi sei il cane migliore di tutto il Giappone.» Accarezzò la testa di Hachi, gli baciò la punta del naso e si raddrizzò. «Tornerò alle tre.»
Il professore salì sul treno poco prima che ripartisse e salutò Hachi con la mano. «Arrivederci mio piccolo amico.»
Hachi restò fermo dov’era, sul marciapiede, allun...