L'esordio internazionale più atteso dell'anno.
Viscerale, onesto fino alla brutalità, La spinta è un viaggio ipnotico e necessario nella psiche di una donna a cui nessuno è disposto a credere.
È la vigilia di Natale e Blythe è seduta in macchina a spiare la nuova vita di suo marito. Attraverso la finestra di una casa estranea osserva la scena di una famiglia perfetta, le candele accese, i gesti premurosi. E poi c'è Violet, la sua enigmatica figlia, che dall'altra parte del vetro, a sua volta, la sta fissando immobile.
Negli anni, Blythe si era chiesta se fosse stata la sua stessa infanzia fatta di vuoti e solitudini a impedirle di essere una buona madre, o se invece qualcosa di incomprensibile e guasto si nascondesse dietro le durezze e lo sguardo ribelle di Violet. Quando ne parlava con Fox, il marito, lui tagliava corto, tutto era come doveva essere, diceva. Era cominciata così, o forse era cominciata molto prima, quando era stata lei la bambina di casa.
Blythe ora è pronta a raccontare la sua parte di verità, e la sua voce ci guida dentro una storia in cui il rapporto tra una madre e una figlia precipita in una voragine di emozioni, a volte inevitabili, altre persino selvagge. Un tour de force che pagina dopo pagina stilla tutto quel che c'è da sapere quando una famiglia, per preservare la sacralità della forma, tace.

- 348 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La spinta
1
Tu ti eri avvicinato con la sedia, avevi picchiettato sul mio libro con la matita e io ero rimasta a fissare la pagina, esitando, invece di alzare gli occhi. «Sì, mi dica?» avevo detto, come fossi al telefono; la cosa ti aveva divertito, e così ci eravamo ritrovati a ridere insieme, due estranei in una biblioteca universitaria a studiare la stessa materia facoltativa. Gli studenti del nostro corso erano centinaia, non ti avevo mai visto prima: i riccioli ti cadevano sugli occhi e tu li arrotolavi intorno alla matita. Avevi un nome particolarissimo. A pomeriggio inoltrato mi avevi accompagnata a casa e quasi non avevamo parlato, ma tu non nascondevi la cotta, e continuavi a sorridermi. Prima d’allora, nessuno mi aveva mai messa così al centro dell’attenzione. Davanti al mio studentato mi avevi fatto il baciamano, e per questo eravamo di nuovo scoppiati a ridere.
Stavamo per compiere ventun anni ed eravamo diventati inseparabili. Ci mancava meno di un anno alla laurea; lo abbiamo passato a dormire insieme su quella specie di zattera che era il mio letto allo studentato, e a studiare seduti alle estremità del divano con le gambe intrecciate. Uscivamo per bere qualcosa con i tuoi amici, ma finivamo sempre per tornare presto a casa, a letto, alla novità di quel nostro tepore. Io praticamente non bevevo, e tu ti eri stancato di fare baldoria: volevi solo me. Nel mio mondo, nessuno sembrava particolarmente toccato dalla cosa; avevo una piccola cerchia di amici, ma forse erano più conoscenti. Ero così presa a tenere alta la media dei voti, per via della borsa di studio, che non avevo né il tempo né l’interesse per la tipica vita sociale universitaria. Direi che non ero entrata in confidenza con nessuno, all’epoca, finché non avevo conosciuto te, che mi offrivi qualcosa di diverso. Eravamo usciti dall’orbita mondana, felicemente appagati della reciproca compagnia.
Il conforto che trovavo in te era assoluto: quando ti ho conosciuto non avevo niente, e senza la minima fatica eri diventato tutto. Questo non significa che non ne fossi degno, perché lo eri, eccome: eri dolce, premuroso e solidale. Eri la prima persona a cui avevo detto di voler fare la scrittrice, e tu avevi risposto: «Non riesco a immaginarti a fare qualcos’altro». Gongolavo nel notare come ci guardavano le ragazze, perché sembravano gelose. La notte ti annusavo i lucidi capelli scuri mentre dormivi e la mattina ti sfioravo la linea ispida del mento per svegliarti. Eri la mia droga.
Per il mio compleanno avevi messo per iscritto un elenco di cento cose che adoravi di me. 14. Adoro che ti metti a russare un pochino appena ti addormenti. 27. Adoro il tuo bellissimo modo di scrivere. 39. Adoro scriverti il mio nome sulla schiena con un dito. 59. Adoro fare a metà di un muffin con te mentre andiamo a lezione. 72. Adoro l’umore con cui ti svegli la domenica. 80. Adoro quando finisci un bel libro e poi te lo stringi al petto. 92. Adoro che un giorno sarai una bravissima mamma.
«Perché pensi che sarò una brava mamma?» Avevo posato l’elenco e avuto l’impressione, per un attimo, che non mi conoscessi per niente.
«E perché non dovresti?» Mi avevi dato un buffetto giocoso sulla pancia. «Sei dolce, affettuosa, e io non vedo l’ora di fare dei bambini con te.»
Ero riuscita solo a tirar fuori un sorriso forzato.
Non avevo mai conosciuto nessuno con il tuo entusiasmo.
Un giorno capirai, Blythe. Le donne di questa famiglia… be’, siamo diverse.
Rivedo ancora il rossetto color mandarino di mia madre sul filtro della sigaretta. La cenere che cade nel bicchiere e galleggia sull’ultimo sorso del mio succo d’arancia. L’odore della fetta di pane bruciata.
Tu mi hai chiesto di mia madre, Cecilia, solo qualche volta. E io mi sono limitata a riferirti i fatti: 1) che mi aveva abbandonata quando avevo undici anni, 2) che da allora l’avevo rivista solo due volte e 3) che non avevo idea di dove fosse.
Avevi intuito che c’era dell’altro, ma non hai mai insistito per saperne di più: temevi quello che avresti potuto sentire. E io lo capivo. Abbiamo tutti il diritto di aspettarci determinate cose dagli altri e da noi stessi, e la maternità non è diversa; tutti vorremmo avere, e sposare, una buona madre, ed esserlo.
1939-1957
Etta nacque lo stesso giorno in cui scoppiò la Seconda guerra mondiale. Aveva occhi azzurri come l’oceano Atlantico ed era già rossa in faccia e tondetta.
Si innamorò del primo ragazzo che conobbe, il figlio del medico condotto. Lui si chiamava Louis, era colto e beneducato – cosa non comune tra i ragazzi che frequentava lei – e non era il tipo da crucciarsi perché Etta era nata senza il dono della bellezza. L’accompagnò a scuola tenendosi una mano dietro la schiena dal loro primo giorno di lezioni all’ultimo: ed Etta rimaneva incantata da gesti simili.
La sua famiglia possedeva centinaia di ettari di campi di mais. Quando compì diciott’anni, e disse a suo padre che intendeva sposare Louis, il padre insisté affinché il futuro genero imparasse a lavorare la terra: non aveva figli maschi, e voleva che Louis rilevasse l’azienda di famiglia. Secondo Etta, però, suo padre voleva solo dimostrare al giovanotto una cosa: che l’agricoltura era un lavoro duro e rispettabile. Non era un’occupazione per deboli, e di certo non era adatta a un intellettuale. Etta si era scelta un uomo che non somigliava per niente a suo padre.
Louis aveva messo in conto di diventare medico a sua volta, e aveva già nel carniere una borsa di studio per la facoltà di medicina. Ma voleva la mano di Etta più di quanto volesse l’abilitazione professionale; e malgrado le suppliche da parte di lei di andarci piano, suo padre lo spremette fino al midollo. Louis si alzava tutte le mattine alle quattro per andare nei campi madidi di rugiada. Dalle quattro di mattina fino al crepuscolo; e, come Etta amava ricordare a tutti, senza mai lamentarsi. Louis vendette la borsa da medico e i libri di anatomia del padre, e ripose il denaro dentro un barattolo in cucina. Disse a Etta che quelli erano i primi risparmi per mandare all’università i loro futuri figli. Secondo Etta, questo diceva molto sul profondo altruismo di suo marito.
Un giorno d’autunno, prima dell’alba, Louis rimase mutilato dalla sgranatrice montata sul rimorchio per il foraggio e morì dissanguato, solo in un campo di granoturco. Lo trovò il padre di Etta, e la mandò a coprire il corpo con un telo preso dal granaio; Etta riportò alla fattoria la gamba maciullata di Louis e la gettò in faccia al padre che riempiva un secchio d’acqua con cui intendeva lavare via il sangue dal carro.
Non aveva ancora detto ai famigliari di essere incinta. Era una donna robusta, trenta chili in sovrappeso, e nascondeva bene la gravidanza. La piccola, Cecilia, nacque quattro mesi dopo sul pavimento della cucina, nel bel mezzo di una tempesta di neve. Mentre spingeva fuori la bambina, Etta fissava il barattolo con i soldi sullo scaffale.
Etta e Cecilia si tenevano in disparte, alla fattoria, e solo di rado si avventuravano in paese; quando lo facevano, non era difficile cogliere i sussurri di tutti sulla donna che «soffriva di nervi». All’epoca non si diceva molto di più, e nemmeno lo si sospettava. Il padre di Louis riforniva regolarmente la madre di Etta di sedativi, da somministrare alla figlia come credeva. E così Etta trascorreva molto tempo nel letto d’ottone della stanza in cui era cresciuta, ed era sua madre a prendersi cura di Cecilia.
Tuttavia Etta si rese conto ben presto che stando a letto così, narcotizzata, non avrebbe mai conosciuto un altro uomo. Imparò a cavarsela quanto bastava e a un certo punto cominciò a badare lei a Cecilia, a spingerla per il paese sul passeggino mentre la povera piccola urlava che voleva la nonna. Etta diceva a tutti che aveva sofferto di un bruttissimo disturbo allo stomaco, che non era riuscita a mangiare per mesi di fila, e che perciò era dimagrita tanto; nessuno le credeva, ma a Etta non importava dei loro ottusi pettegolezzi. Aveva appena conosciuto Henry.
Henry era arrivato da poco in paese, e i due frequentavano la stessa chiesa; lui dirigeva una fabbrica di dolciumi con sessanta dipendenti. Si era invaghito di Etta sin dal primo momento, inoltre adorava i bambini e Cecilia era decisamente carina, perciò alla fine non era stata il problema che dicevano tutti.
Nel giro di poco Henry comprò un bel villino in stile Tudor, dalle rifiniture verde menta, proprio al centro del paese. Etta lasciò per sempre il letto d’ottone, riprese tutto il peso che aveva perso e si gettò a capofitto nella gestione di casa e famiglia. Il villino vantava una bella veranda con un dondolo, tendine di pizzo a tutte le finestre e una teglia di biscotti al cioccolato sempre in forno. Un giorno consegnarono i nuovi mobili per il salotto alla casa sbagliata, e la vicina se li fece sistemare tutti nel seminterrato anche se non li aveva ordinati: quando se ne accorse, Etta si mise a correre per strada dietro al camion, lanciando imprecazioni in vestaglia e bigodini tra l’ilarità generale e, alla fine, anche sua.
Etta ce la metteva tutta, a essere la donna che ci si aspettava che fosse.
Una brava moglie. Una buona madre.
Sembrava che sarebbe andato tutto bene.
2
Cose che mi vengono in mente quando penso ai nostri inizi:
Tua madre e tuo padre. Un’altra forse l’avrebbe trovato meno importante, ma tu avevi anche una vera famiglia: la mia unica famiglia. Quei regali magnifici, quei biglietti aerei per venire in vacanza con voi in bei posti soleggiati; casa loro che sapeva sempre di lenzuola pulite e appena stirate, e quando passavo a trovarvi non sarei mai voluta andare via. Il modo in cui tua madre mi sfiorava le punte dei capelli mi faceva venire voglia di andarle in braccio; certe volte avevo la sensazione che mi volesse bene proprio come ne voleva a te.
Per avere gentilmente capito la situazione di mio padre, senza fare domande, e senza dare giudizi quando lui aveva declinato un loro invito per le vacanze, ero profondamente grata a entrambi. Di Cecilia, naturalmente, non si parlava mai; con grande riguardo, avevi anticipato loro la questione prima di presentarmeli. (Blythe è meravigliosa, credetemi, ma tanto per mettervi al corrente…) Mia madre non avrebbe certo costituito argomento di chiacchiere tra voi. Non eravate tipi da dedicare tempo alle amarezze.
Eravate tutti perfetti.
Tu chiamavi tua sorella minore «gioia» e lei ti adorava. Telefonavi a casa tutte le sere, io ti ascoltavo dal corridoio e avrei tanto voluto sapere che cosa aveva detto tua madre per farti ridere così; e andavi a trovarli a fine settimana alterni per dare una mano in casa a tuo padre. Tu abbracciavi. Tu facevi da baby-sitter ai cuginetti. Tu sapevi fare il plum-cake alla banana con la ricetta di tua madre. Scrivevi un bigliettino d’auguri ai tuoi ogni anno per il loro anniversario. I miei genitori non avevano mai parlato nemmeno di striscio del loro matrimonio.
Mio padre. Non aveva risposto al messaggio con cui lo informavo che quell’anno non sarei tornata a casa per il Ringraziamento, ma a te avevo detto una bugia, che era contento che avessi conosciuto una persona speciale e che faceva i migliori auguri a te e ai tuoi. La verità era che lo sentivo poco, da quando io e te ci eravamo messi insieme. Più che altro comunicavamo tramite le rispettive segreterie telefoniche, e anche così si trattava di scambi triti e generici che mi avrebbero messa in imbarazzo, se te li avessi fatti ascoltare. Ancora oggi non so bene come fossimo arrivati a quel punto, io e lui: ma la bugia era necessaria, come tutte le altre che ti avevo raccontato in modo che non capissi fino a che punto era incasinata la mia famiglia. La famiglia era una cosa troppo importante per te; nessuno dei due poteva correre il rischio che tutta la verità a proposito dei miei cambiasse l’opinione che avevi di me.
Quel primo appartamento. Lì ti amavo più che mai quand’era mattina. Il modo in cui ti tiravi le lenzuola fin sopra la testa come un cappuccio per dormire un po’ di più, il denso aroma di ragazzo che lasciavi sulle federe. All’epoca mi alzavo presto, quasi sempre prima dell’alba, per scrivere a un’estremità del cucinotto dove di solito faceva un freddo tremendo. Mi mettevo il tuo accappatoio e bevevo tè da una tazza che ti avevo fatto decorare in un negozio di ceramiche. Poi a un certo punto mi chiamavi, quando il pavimento si era riscaldato e la luce da dietro le persiane bastava a farti intravedere i particolari della mia carne. Mi ritiravi a letto e facevamo degli esperimenti: tu eri audace, sapevi farti valere e avevi capito di cosa il mio corpo fosse capace ben prima che lo capissi anch’io. Tu mi affascinavi. La tua sicurezza. La tua pazienza. Quel bisogno primitivo che avevi di me.
Le serate con Grace, l’unica compagna di studi con cui ero rimasta in contatto dopo la laurea. Non avevo lasciato trapelare fino a che punto mi era simpatica perché tu sembravi sempre un po’ geloso del tempo che passavamo insieme e pensavi che bevessimo troppo, anche se in termini di amicizia femminile non ero molto generosa con lei. Malgrado ciò, l’anno in cui lei era single per San Valentino avevi regalato dei fiori a tutt’e due. La invitavo a cena più o meno una volta al mese, e da terzo incomodo tu ti sedevi sul secchio dell’immondizia ribaltato. Ogni volta ti ferma...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La spinta
- 1
- 1939-1957
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 1962
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 1964
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 1968
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- 33
- 34
- 35
- 36
- 1969
- 37
- 38
- 39
- 40
- 41
- 42
- 43
- 44
- 45
- 46
- 47
- 48
- 49
- 50
- 51
- 52
- 53
- 54
- 55
- 56
- 57
- 58
- 1972
- 59
- 60
- 61
- 62
- 63
- 64
- 65
- 66
- 67
- 68
- 69
- 70
- 71
- 72
- 73
- 1972-1974
- 74
- 75
- 76
- 77
- 78
- 79
- 80
- 81
- 82
- 1975
- 83
- 84
- 85
- Ringraziamenti
- Copyright