6.40
Mi svegliai con quel senso di nausea e stanchezza che non mi si scrollava più di dosso. Più stanco del solito, per aver dormito poco e senza ricordare neanche l’ora in cui mi ero addormentato. Ricordavo soltanto che ero andato alla finestra e poi niente più.
Meccanicamente eseguii tutte le azioni essenziali, e alla rinfusa indossai i vestiti del giorno prima. I miei erano ancora a letto, beati loro, a godersi il riposo dopo una vita di duro lavoro e pendolarismo. Per mia madre provavo un amore immenso, l’amore che si può avere come figlio. Pensai a cosa sarebbe stato di me nel momento in cui fosse venuta a mancare, non ce l’avrei fatta ad andare avanti; per mio padre sarebbe stato diverso: una moglie, una compagna, una fidanzata possono essere forse sostituite, pur provando un dolore immenso, ma una madre no, quella è una sola e non potrà mai essere sostituita da nessuno.
Uscii in strada, salii in macchina e cominciai a spannare i vetri. Sul finestrino disegnai un cuore, senza motivo, mi venne istintivo. Attraverso quel cuore vidi le stelle che splendevano nel buio e la luna che illuminava il cielo col suo pallore. Nel fissarla ebbi una sensazione strana: era come se anche lei fissasse me. Un brivido mi passò da parte a parte, ma diedi la colpa al freddo. In fondo c’erano solo tre gradi sopra lo zero.
«Cazzo, è tardi» esclamai, ingranai la prima e accelerai per non perdere il treno.
Come d’abitudine il treno era stracolmo, l’autobus pure, ma fortunatamente con la musica riuscivo a estraniarmi dal mondo, a trovare sollievo al dolore, c’era colore, anche nelle canzoni più cupe e tristi, c’era una magia, un’anima che non trovavo più in alcun essere vivente; neanche in me stesso.
Facendomi largo a testa bassa tra le persone, muovendomi come un automa programmato per compiere sempre le stesse operazioni, scesi dall’autobus alla fermata e mi incamminai attraverso il parco di Villa Borghese in direzione del mio ufficio.
Essendo in ritardo, accelerai il passo. Calpestavo le ultime foglie che l’autunno aveva lasciato in terra, ma a un tratto ebbi la sensazione che qualcuno mi seguisse. Mi voltai di colpo, tra lo spaventato e il curioso, e vidi il lembo di un cappotto rosso che si nascondeva dietro un albero.
«Ehi» urlai. «Sei tu, bambina?»
Possibile che fosse la stessa ragazzina di un paio di giorni prima?
No, non era possibile, avevo avuto un’allucinazione, forse ero troppo stanco, stavo ancora dormendo.
Controllai l’ora sul telefono, ora ero decisamente in ritardo. Cominciai a correre attraverso il parco, senza curarmi del fango e delle pozze d’acqua. Arrivare in ritardo il giorno della scadenza del mio contratto sarebbe stata una mossa davvero troppo stupida.
Eppure mentre correvo ebbi di nuovo la sensazione che qualcuno mi seguisse.
9.12
Mi precipitai per le scale senza attendere l’ascensore. Giunto in affanno alla porta principale dell’ufficio, bussai. Ad aprirmi fu Matilde, che staccava dal turno di pulizie notturno. Con gli occhi gonfi di sonno e stanchezza, si trascinava quasi avesse mille anni. Guardandola, pensai che anch’io in pochi anni avrei avuto quell’aspetto.
Mi tornò in mente una mattina di qualche tempo prima, in cui mi ero fermato con lei a fumare una sigaretta. Le parole che aveva pronunciato, così fredde, così dirette, così dure, per mesi avevano continuato a rimbombarmi in testa: «Sai, Marcus, io ho cominciato a lavorare qui quando avevo la tua stessa età, e ci ho passato tutta la vita in questo ufficio». Per galanteria non mi ero azzardato a chiederle l’età, ma sicuramente aveva speso moltissimo per un’azienda che non l’aveva mai ripagata pienamente.
«Buongiorno, Matilde, sono in ritardo scusami, questa mattina non possiamo prendere il caffè insieme» mi affrettai a dirle. Era l’unica persona con cui prendevo il caffè dentro quell’ufficio.
«Non preoccuparti per me, Marcus. Eleonora Grilli ti sta cercando, faresti meglio a sbrigarti.»
«Cazzo» esclamai, dirigendomi subito a testa bassa verso l’ufficio del capo. Alle mie spalle la sentii sussurrare con voce sottile: «Mi spiace».
Avrei voluto piangere, ma anche in quel frangente, non ci riuscii. Era come se sul mio cuore ci fosse una pietra.
Bussai alla porta cercando di essere sicuro nel pugno con le nocche. Dopo qualche secondo lungo una vita intera la voce che mi invitava a entrare mi trasportò nei cinque minuti più lunghi dell’anno.
Eleonora era bellissima nel suo tailleur nero firmato che lasciava intravedere una scollatura vertiginosa su un seno rifatto notevolmente in mostra nella sua perfezione. Mi sforzai di non far cadere gli occhi proprio lì e per concentrarmi a farlo persi i primi due minuti di rimproveri. Ma alla frase «Marcus stai rischiando il posto» tornai sul pianeta Terra. Lasciai perdere il suo seno, le sue gambe, il suo sentirsi una spanna sopra gli altri, quella sensazione di odio, amore, rabbia che si mescolavano tutti insieme e mi concentrai sul suo labiale e sulle parole che da quelle labbra uscivano fuori.
A fine ramanzina mi alzai promettendo impegno, ma in cuor mio sapevo che non avrei tenuto fede alla promessa e lo sapeva anche Eleonora Grilli.
«È un anno che prometti, Marcus, ma poi non mantieni niente, se entro stasera alle sei non riesci a scrivere una frase che valga almeno diecimila download puoi considerarti fuori dalla SendMeLove.»
«Ma…» provai a ribattere senza sapere cosa dire.
«Niente ma… Dimmi: quanto vali per me, Marcus? Quanto vale il tuo contributo per questa società?»
Non risposi, mi limitai a tenere la testa bassa.
«Vale zero Marcus, ZERO» scandì lentamente, unendo pollice e indice della mano, gesto che in un contesto positivo sarebbe potuto significare un OK, ma in quella situazione era proprio uno ZERO.
«Mi impegnerò» ripetei con voce tremante ed ebbi nuovamente voglia di piangere. Ma non lo feci e non potevo farlo, davanti al mio capo… che razza di figura avrei fatto?
Non avevo ancora capito che in realtà era quello il mio problema. Mi vergognavo di piangere, di farmi vedere per come ero realmente, di far vedere ciò che provavo.
Uscii dall’ufficio e mi diressi alla postazione, cercando di ignorare i risolini di Daniele Moretti. Lui godeva nel vedermi affondare, aveva fatto una scalata formidabile pubblicando solo stronzate sui segni zodiacali. A ogni segno accoppiava una frase nella quale tutti gli utenti di SendMeLove si ritrovavano e così aveva migliaia di download ogni giorno. Era contento di vedermi cadere, di sapermi a rischio del posto, era come se fosse una gara tra noi due e lui stesse vincendo 10-0. Mi sforzai di ignorarlo e per non vederlo buttai lo sguardo fuori dalla finestra.
Mi misi a riflettere sul mio futuro nel tentati...