La fattoria degli animali
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La fattoria degli animali

  1. 160 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La fattoria degli animali

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817154451
eBook ISBN
9788831802949

La libertà di stampa

Ho ideato questo libro nel 1937, almeno quanto alla sua idea di base, ma non l’ho scritto fino alla fine del 1943.1 A quel punto, dopo aver finito, mi è diventato chiarissimo che avrei avuto enormi problemi a pubblicarlo (nonostante la grande fame di libri in quel periodo, per cui qualsiasi cosa si fosse stampata avrebbe “venduto bene”), e infatti all’inizio è stato rifiutato da ben quattro editori. Uno solo aveva motivi ideologici per farlo. Degli altri, due pubblicavano da anni libri contro la Russia,2 mentre l’ultimo non sembrava avere alcun colore politico. In realtà, all’inizio uno aveva accettato di pubblicarlo, ma dopo aver preso i primi accordi decise di chiedere un parere al ministero dell’Informazione inglese3 che, a quanto pare, gli proibì o quantomeno gli sconsigliò fortemente di pubblicarlo. Trascrivo qui un brano della lettera inviatami da quell’editore su tutta la vicenda.
Le accennavo al riscontro che ho avuto da parte di un importante funzionario del ministero dell’Informazione a proposito della Fattoria degli animali. La sua presa di posizione, le confesso, mi dà parecchio da pensare… Mi sono reso conto che, al momento, la pubblicazione del suo libro potrebbe essere assai sconsigliabile. Se la storia si riferisse ai dittatori e alle dittature in generale non ci sarebbero problemi ma, capisco solo ora, segue così da vicino le vicende della dittatura dei Soviet russi da potersi riferire soltanto alla Russia e a nessun’altra dittatura. E poi: se la casta dominante nella storia non fosse composta da maiali, il libro risulterebbe meno offensivo.4 Secondo me la scelta dei maiali come classe dirigente offenderà senz’altro diverse persone, in particolare le più suscettibili, come i russi sono senza alcun dubbio.
Questo è un brutto segnale. Non è auspicabile che un dicastero governativo abbia poteri di censura (a meno che non sia per motivi di sicurezza, fatto su cui in tempo di guerra nessuno ha da ridire) su libri nei confronti dei quali non ha alcun legame. Ma il rischio principale per la libertà di parola e di pensiero in un momento storico come questo non è rappresentato da un’interferenza diretta del ministero dell’Informazione, o di qualsiasi altro organo istituzionale. Se editori e redattori insistono a non voler pubblicare alcuno scritto su certi temi è per la paura che hanno dell’opinione pubblica. Nel nostro Paese, il peggior nemico di scrittori e giornalisti è la vigliaccheria intellettuale, e secondo me di questo argomento non si parla abbastanza.
Chiunque abbia una certa esperienza di giornalismo e un animo imparziale ammetterà che durante questa guerra la censura ufficiale non è stata particolarmente molesta. Non siamo stati messi sotto il genere di “tutela” totalitaristica che ci si poteva ragionevolmente aspettare. Giornali e riviste avrebbero qualche giustificato motivo di lagnanza, ma tutto sommato il governo si è comportato bene, mostrando grande tolleranza nei confronti delle opinioni minoritarie. La cosa inquietante della censura in Inghilterra è che in gran parte è autocensura. Le idee impopolari possono essere ridotte al silenzio, i dati di fatto imbarazzanti si possono tenere nascosti senza bisogno di vietarli in via ufficiale. Chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo in un Paese straniero sarà a conoscenza di casi in cui una notizia sensazionale – un episodio che di per sé avrebbe meritato un titolone in prima pagina – è rimasta fuori dalla stampa inglese non per intervento del governo, ma per via di un tacito accordo secondo cui parlarne “non stava bene”. Nel caso dei grandi quotidiani, la ragione è facile da capire. La stampa britannica è molto centralizzata e appartiene quasi per intero a uomini ricchissimi che hanno tutto l’interesse a manipolare alcune tematiche fondamentali. Ma la stessa censura velata esiste anche su libri e periodici, così come a teatro, al cinema e alla radio. Si è sempre, in ogni momento, in presenza di una certa ortodossia, ossia di un insieme di idee che si pensa ogni persona giudiziosa debba accettare senza questionare. Non è che sia proprio vietato dire una determinata cosa, è solo che “non si fa”, proprio come verso la metà dell’Ottocento “non si faceva” di nominare un paio di pantaloni in presenza di una signora. E chiunque metta in discussione questa ortodossia dominante si vedrà ridotto al silenzio con sorprendente efficacia. A un’opinione fuori moda non si lascia mai abbastanza spazio per essere ascoltata senza preconcetti, né sulla stampa popolare né sui periodici intellettuali.
In questo momento, l’ortodossia dominante richiede un’ammirazione acritica della Russia sovietica. Lo sanno tutti, e quasi tutti ci si attengono. Ogni critica rigorosa contro il regime sovietico, ogni rivelazione che quel governo preferirebbe tenere nascosta, è pressoché impubblicabile. E per di più questa corsa a livello nazionale per adulare il nostro alleato russo avviene invece, stranamente, in un quadro generale di una certa tolleranza. Infatti, pur non essendo consentito criticare il governo sovietico, si è abbastanza liberi di criticare il nostro. Praticamente nessuno pubblicherà un attacco contro Stalin, ma non c’è alcun rischio nell’attaccare Churchill,5 se non altro in libri e periodici. Lungo l’intero arco dei cinque anni di guerra, durante due o tre dei quali combattevamo per la sopravvivenza stessa della nostra nazione, una quantità inenarrabile di libri, articoli e pamphlet in cui si caldeggiava una pace purchessia è stata pubblicata qui da noi senza nessuna restrizione. Anzi, quasi senza che si sia levata alcuna voce di protesta. Fintanto che il prestigio dell’URSS6 non viene messo in discussione, il principio della libertà di parola viene abbastanza preservato. Esistono anche altri argomenti tabù, è vero, di alcuni dei quali parlerò tra poco, ma l’atteggiamento dominante nei confronti dell’URSS è senza dubbio il caso più grave. Sorge spontaneo, per così dire, senza l’intervento di alcun gruppo di pressione.
Il servilismo con cui gran parte degli intellettuali inglesi si sono bevuti e hanno ripetuto a pappagallo la propaganda russa dal 19417 in poi sarebbe stupefacente, se non fosse che ne avevano già dato prova più volte in precedenza. Di fronte a ogni questione controversa, il punto di vista russo è stato preso per buono senza alcuna verifica, e quindi propagandato in barba a ogni verità storica e onestà intellettuale. Per fare solo un esempio, la BBC ha festeggiato il venticinquesimo anniversario dell’Armata Rossa senza nemmeno fare il nome di Trockij.8 Un po’ come celebrare la battaglia di Trafalgar senza menzionare Nelson,9 ma questo non ha provocato alcuna protesta da parte degli intellettuali inglesi. Per quanto riguarda le lotte di liberazione nei vari Paesi occupati dai nazifascisti, la stampa inglese si è praticamente sempre allineata con la fazione preferita dai russi e ha diffamato le fazioni contrarie, a volte occultando i dati di fatto. Un caso davvero emblematico è quello del capo dei cetnici iugoslavi, il colonnello Draža Mihailović. I russi, che appoggiavano il maresciallo Tito, accusarono Mihailović di collaborare con i nazisti. Quest’accusa fu subito ripresa dalla stampa inglese: i seguaci di Mihailović non ebbero mai alcuna possibilità di difendersi e le notizie contrarie a questa versione dei fatti furono semplicemente tenute fuori dai giornali.
Nel luglio 1943 i tedeschi offrirono una taglia di centomila marchi per la cattura di Tito e un’uguale ricompensa per quella di Mihailović. La stampa inglese “sbatté” in prima pagina la notizia su Tito, ma un solo giornale parlò (a caratteri piccoli) della taglia su Mihailović: e le accuse di collaborazionismo contro di lui continuarono indisturbate. Episodi molto simili erano avvenuti già prima, durante la Guerra civile spagnola. Anche allora le fazioni repubblicane antifasciste che i russi avevano deciso di schiacciare vennero calunniate in modo orrendo dalla stampa inglese di sinistra, e ci si rifiutava di pubblicare qualsiasi intervento in loro difesa perfino nella rubrica della posta dei lettori. Adesso, alla fine della guerra, non soltanto ogni critica rigorosa contro l’URSS viene considerata riprovevole, ma in alcuni casi la si nasconde addirittura. Per esempio Trockij, poco prima di morire, aveva scritto una biografia di Stalin. Magari non sarà proprio un libro imparziale, ma sarebbe senz’altro spendibile. Un editore americano aveva deciso di pubblicarlo e quando l’URSS entrò in guerra il libro era già in stampa; credo fossero addirittura partite le copie per i recensori. Ma a quel punto fu subito ritirato. La stampa inglese non ne ha mai fatto parola, benché l’esistenza di un libro del genere, nonché il suo ritiro, valesse senz’altro qualche riga sui quotidiani.
È importante saper distinguere tra il tipo di censura messa in atto dai letterati inglesi su se stessi e quella imposta a volte dai gruppi di pressione. Se di certi argomenti non si può parlare è perché, si sa, cozzano contro qualche “interesse acquisito”. Il caso più famoso riguarda il giro dei brevetti farmaceutici. Anche la Chiesa cattolica ha parecchia influenza sulla stampa ed è in grado di mettere a tacere le critiche contro di sé, almeno entro certi limiti. Non viene data molta pubblicità, ai nostri tempi, agli scandali sui preti cattolici, mentre se ci va di mezzo un prete anglicano (per esempio nel caso del parroco di Stiffkey)10 è roba da prima pagina. È anche molto raro vedere una commedia teatrale o un film che abbia anche solo un orientamento anticattolico. Come qualunque attore sa, una commedia, un film che attacchi o ridicolizzi la Chiesa cattolica verrà certo boicottato dalla stampa e finirà con ogni probabilità per essere un fiasco. Ma non è così grave, o quantomeno è comprensibile. Ogni grande organizzazione protegge i propri interessi come può, e non ha senso contrastare chi fa propaganda apertamente. Nessuno pensa che l’organo del Partito comunista inglese, il “Daily Worker”, darà risalto a notizie sfavorevoli all’URSS, non più di quanto ci si aspetti che un importante quotidiano cattolico come il “Catholic Herald” denunci pubblicamente il papa. Ma qualsiasi persona in grado di intendere e di volere sa da che parte stanno questi due giornali. La cosa allarmante è che per quanto riguarda l’URSS e la sua politica non si riesca a trovare una critica intelligente, anzi spesso nemmeno un minimo di onestà intellettuale, da parte di scrittori e giornalisti progressisti che non hanno mai subìto pressioni di sorta perché falsificassero le proprie opinioni. Stalin è intoccabile e basta, e di certi aspetti della sua politica è vietato parlare con cognizione di causa. Questa regola viene osservata in maniera quasi universale fin dal 1941, ma era in vigore già dieci anni prima, e in modo molto più ampio di quanto si tenda a pensare. Per tutti questi anni, una critica al regime sovietico proveniente da sinistra ha sempre trovato difficoltà di ascolto. È uscita moltissima letteratura contro la Russia, ma quasi tutta da una prospettiva conservatrice ed evidentemente disonesta, disinformata e mossa da sordide motivazioni. D’altra parte, c’è stato un flusso quasi altrettanto disonesto di propaganda russofila e un vero e proprio boicottaggio contro chiunque provasse a discutere di problematiche fondamentali in modo non infantile. Non che non si potessero pubblicare libri contro la Russia, ma farlo equivaleva a essere ignorati o travisati da quasi tutta la stampa intellettuale. Sia in pubblico sia in privato ti avvertivano che “non si fa”. Magari dicevi anche cose vere, ma erano “inopportune” e giocavano a favore di questo o di quell’interesse reazionario. Di solito questo atteggiamento veniva giustificato con la situazione internazionale e l’urgente bisogno di un’alleanza russo-britannica; ma era lampante che si trattava di scuse a posteriori. Gli intellettuali inglesi, o quantomeno la loro maggioranza, avevano sviluppato una sorta di lealtà nazionalistica nei confronti dell’URSS, per cui sollevare dubbi sulla saggezza di Stalin equivaleva, nel segreto dei loro cuori, a una specie di bestemmia. Gli stessi eventi erano giudicati in modo diverso a seconda che avvenissero in Russia o altrove. L’infinita serie di esecuzioni nelle purghe del 1936-3811 è stata applaudita in modo entusiastico da persone da sempre contrarie alla pena di morte, ed era considerato altrettanto giusto dar notizia di una carestia se capitava in India e nasconderla se capitava in Ucraina. E se già prima della guerra era così, nel frattempo la temperie intellettuale non è migliorata.
Ma torniamo a questo mio libro. La reazione di molti intellettuali inglesi nei suoi confronti sarà semplicemente: “Non andava pubblicato”. Certo, i recensori che di denigrazione se ne intendono non lo attaccheranno sulla base di ragioni politiche, bensì letterarie. Diranno che è un libro stupido e piatto, un triste spreco di carta. Il che magari è verissimo, ma ovviamente non è tutto. Non si può dire che un libro “non andava pubblicato” solo perché è brutto. Alla fin fine stampiamo tutti i giorni ettari di immondizia e non si lamenta nessuno. La maggior parte dell’intellighenzia britannica si schiererà contro questo libro solo perché parla male del suo Grande Capo e (sempre secondo gli intellettuali) perché nuoce alla causa progressista. Se fosse di contenuto opposto nessuno gli darebbe addosso, nemmeno qualora i suoi difetti letterari fossero dieci volte più evidenti di quanto già non siano. Il grande successo di cui per quattro o cinque anni ha goduto il Left Book Club,12 tanto per dirne una, la dice lunga su quanto gli intellettuali siano pronti a mandar giù una scrittura sciatta e scurrile, purché dica quello che vogliono sentire.
La questione è semplice: “Bisogna o no prestare ascolto a qualsiasi opinione, per quanto impopolare, o perfino stupida?”. Messa così, praticamente ogni intellettuale britannico si sentirà in dovere di rispondere: “Sì”. Ma se poniamo la domanda in modo più concreto, se per esempio domandiamo: “E se si trattasse di un attacco contro Stalin? Bisognerebbe dare spazio anche a una cosa del genere?”, allora la risposta sarà quasi sempre: “No”. In questo caso, infatti, il principio della libertà di parola decade: metterebbe in discussione l’ortodossia del momento. Certo, nessuno pretende libertà di stampa e di parola in senso assoluto. Un certo grado di censura dovrà esserci, o comunque esisterà, in qualsiasi società organizzata. Ma la libertà, come ha scritto Rosa Luxemburg, è la «libertà di chi la pensa diversamente».13 Lo stesso principio è contenuto nella famosa frase di Voltaire: «Detesto quello che dici; difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo».14 Se la libertà di pensiero – senza alcun dubbio uno dei tratti distintivi della civiltà occidentale – significa ancora qualcosa, è il diritto di chiunque di dire e pubblicare quello in cui crede, a patto di non nuocere alla società. Sia il capitalismo democratico, sia il socialismo in versione occidentale, fino a poco tempo fa davano questo principio per scontato. Il nostro governo, l’ho già sottolineato, lo rispetta a tutt’oggi, o almeno così pare. L’uomo comune – forse in parte perché le ideologie ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Capitolo uno
  4. Capitolo due
  5. Capitolo tre
  6. Capitolo quattro
  7. Capitolo cinque
  8. Capitolo sei
  9. Capitolo sette
  10. Capitolo otto
  11. Capitolo nove
  12. Capitolo dieci
  13. La libertà di stampa
  14. Poter parlare di Daniele Petruccioli
  15. La libertà di stampa di George Orwell
  16. Ringraziamenti
  17. Copyright