La malattia americana
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La malattia americana

Quattro lezioni sulla libertà

  1. 192 pagine
  2. Italian
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La malattia americana

Quattro lezioni sulla libertà

Informazioni su questo libro

Il 3 dicembre 2019 lo storico americano Timothy Snyder si presenta in un ospedale di Monaco, in Germania, con forti dolori addominali. Viene ricoverato, ma il mattino successivo lo dimettono. Di lì alla fine del mese si trova a lottare tra la vita e la morte: un'appendicite non diagnosticata per tempo ha causato un'infezione grave, che gli ha prima aggredito il fegato e poi si è trasmessa al sangue. Entro il marzo 2020 Snyder gira cinque ospedali, tra Europa e Stati Uniti, e viene operato più volte. Mentre riflette sulla propria condizione - tra rabbia ed empatia, paura e voglia di vivere - mette in fila pian piano i tasselli di un ragionamento più ampio. La salute è uno dei diritti umani fondamentali, eppure non sempre e non dappertutto è riconosciuta come tale; al contempo, le libertà civili di cui l'America e l'Occidente vanno tanto fieri non hanno alcun valore se i cittadini stanno troppo male per goderne. In altre parole, un governo che non si preoccupa di fornirci cure adeguate ci priva non solo della salute, ma anche della libertà.
Nel frattempo esplode la pandemia del nuovo coronavirus e le considerazioni di Snyder si caricano di un senso più profondo, allargandosi a tutta l'umanità. I pazienti affetti da Covid-19 hanno messo in crisi gli ospedali di ogni Paese. Decine di migliaia di persone hanno perso la vita per la mancanza di personale medico, strumenti, farmaci o attrezzature; ma anche perché troppi politici hanno affrontato l'emergenza con un misto letale di ignoranza, calcolo personalistico e disonestà.
Posto di fronte a un periodo decisamente buio della propria vicenda umana e della storia mondiale, Timothy Snyder riflette sulla condizione in cui ci troviamo, sui mali che affliggono le nostre «società avanzate» e sui fattori che ci hanno portati dove siamo. Il risultato è un appassionato grido d'allarme per il nostro futuro, ma anche un insieme di «lezioni» per poter uscire da questa impasse. Con la speranza di creare un mondo in cui tutti siano veramente liberi.

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Lezione 1

L’assistenza sanitaria è un diritto umano
Ero in Germania quando mi sono sentito male. Nella tarda serata del 3 dicembre venni ricoverato in un ospedale di Monaco con forti dolori addominali e dimesso il mattino successivo. Il 15, in Connecticut, fui operato di appendicite, e dimesso dopo neanche ventiquattro ore. Il 23 dicembre, mentre mi trovavo in Florida, in ferie, andai nuovamente in ospedale, lamentando formicolio e intorpidimento di mani e piedi, e anche quella volta fui dimesso il giorno dopo. Da allora cominciai a stare peggio: avevo una forte emicrania e mi sentivo sempre più affaticato.
Il 27 dicembre decidemmo di rientrare a New Haven. Non ero soddisfatto delle cure ricevute in Florida e preferivo essere a casa. Ma fu mia moglie Marci a prendere la decisione e a occuparsi di ogni cosa. Il mattino del 28 fece le valigie e preparò i nostri due figli per il viaggio. Io ero un peso. Mi dovevo sdraiare per riprendermi dopo essermi lavato i denti o aver indossato ogni singolo capo di vestiario. Marci si premurò di farmi avere assistenza in aeroporto e di farci passare da una zona riservata.
All’aeroporto di Fort Myers aspettai su una sedia a rotelle con i bambini sul marciapiede, mentre lei restituiva la macchina che avevamo preso a noleggio. Riparlando del viaggio di ritorno, Marci mi disse: «Hai rischiato di perdere la vita durante il volo». Atterrati a Hartford mi portò dall’aereo direttamente alla macchina di un’amica, quindi andò al nastro ad aspettare i bagagli. La nostra amica non sapeva cosa stesse accadendo; mi vide sulla sedia a rotelle e mi chiese in polacco: «Cosa ti hanno fatto?». Poi mi aiutò a sistemarmi sul sedile anteriore. Mi sdraiai mentre lei correva verso New Haven, perché disteso la testa mi faceva meno male.
Accedere al pronto soccorso fu un’impresa. Dovetti usare una sedia a rotelle per andare dal parcheggio all’accettazione, dove un’altra amica, un medico, mi stava aspettando. Sebbene non ne fossi consapevole in quel momento, avevo una gravissima infezione al fegato che stava progressivamente entrando in circolo per tutto il corpo. Ero in una condizione chiamata sepsi, o setticemia: ero in pericolo di vita. Le infermiere dell’accettazione non sembravano prendermi sul serio; forse perché non mi lamentavo, o forse perché l’amica che si stava occupando di me, pur essendo un medico, era un’afroamericana.1 Disse che avevo bisogno immediato di cure. Ma nessuno le diede ascolto.
Dopo quasi un’ora trascorsa tra la sedia a rotelle e un tavolo in sala d’attesa, riuscii finalmente a entrare al pronto soccorso. Ma non successe molto, per cui mi misi a riflettere su ciò che avevo visto mentre dall’accettazione passavo a un letto in corsia. Sono stato in molti pronto soccorso in sei Paesi diversi, quindi una certa idea me l’ero fatta. Come la maggior parte dei reparti d’emergenza americani, questo era stracolmo, con le brandine allineate lungo i corridoi. In Florida, sei giorni prima, il sovraffollamento era stato ancora più grave. Mi sono sentito fortunato a New Haven, quella notte, per aver avuto un piccolo spazio tutto mio: non una stanza, ma una specie di nicchia, separata con una tendina gialla dalle decine di altri letti all’esterno.
Poco dopo, però, la tendina si rivelò un fastidio. Farsi notare in un pronto soccorso significa individuare i membri del personale e attirarne l’attenzione. Ma con la tendina tirata non riuscivo a vedere chi passava, quindi era difficile distinguere il colore della divisa, il nome sul badge e chiedere aiuto. La prima specializzanda che aprì la tendina pensò che fossi stanco o che avessi l’influenza e mi somministrò dei liquidi. La mia amica, sconcertata, cercò di spiegare che la mia condizione era ben più grave. «Quest’uomo è uno che ha corso diverse gare podistiche» precisò, «e adesso non riesce a stare in piedi.» Aggiunse che era il mio secondo pronto soccorso in pochi giorni e che per questo era richiesta un’attenzione in più. La specializzanda se ne andò poco convinta, lasciando la tendina parzialmente aperta. Intravidi allora le due infermiere che mi avevano fatto l’accettazione e sentii quello che dissero mentre passavano: «Ma chi è quella?», «Dice di essere un medico». Stavano parlando della mia amica. Ridevano. Non lo potei scrivere allora, ma lo feci in seguito: il razzismo ridusse le mie possibilità di sopravvivenza quella notte, e riduce le possibilità di sopravvivenza di molti altri. Continuamente.
A New Haven, come nel resto del Paese, di sera il pronto soccorso è pieno di vecchi alcolisti e di giovani che sono stati accoltellati o a cui hanno sparato. Il sabato notte è duro per medici, infermieri, personale sanitario e pazienti. Quella notte era un sabato. Cercando di fermare i violenti tremori, tirai su le lenzuola e richiamai alla memoria un altro sabato sera in quello stesso pronto soccorso, una scena che si era svolta nella nicchia vicina.
Circa otto anni prima mi ero recato in quello stesso luogo con mia moglie incinta, che si era tagliata malamente due dita mentre affettava il pane. Mancavano due settimane al termine della gravidanza e i suoi movimenti erano meno coordinati del solito. Avevo sentito le urla e mi ero precipitato al piano di sotto, avevo cercato di tamponare il sangue e chiamato l’ambulanza. Quando giunsero i soccorsi, temettero di avere a che fare con un caso di violenze domestiche. Ci trovarono entrambi in cucina, in ginocchio sul pavimento, con sangue ovunque e io che tenevo la mano di Marci all’altezza del suo cuore mentre cercavo di spiegare con calma a nostro figlio di due anni cosa stesse accadendo. A quella vista i paramedici si mossero con circospezione e ci fecero alcune domande di prassi con voce controllata.
Una volta in ambulanza, i paramedici si rilassarono e dissero a mia moglie che nostro figlio era molto carino. Io rimasi a casa con lui fino a quando alcuni amici non vennero a prenderlo per la notte, in modo da poter raggiungere mia moglie in ospedale. Attendemmo diverse ore uno specialista (a quanto pare alcuni chirurghi plastici evitano i turni al pronto soccorso il sabato sera) e, quando finalmente arrivò, fu sollevato dal fatto che le dita non fossero recise di netto, come invece si aspettava. Mentre uscivamo per tornare a casa ci accorgemmo che Marci aveva lasciato la sciarpa annodata alla sponda del letto. Tornai indietro per prenderla, ma al suo posto vidi un paio di manette che serravano il polso di un uomo con una profonda ferita da taglio. Aveva la sciarpa al collo. Lasciai perdere.
Nelle prime ore del mattino del 29 dicembre, che trascorreva lento in quella specie di alcova del pronto soccorso, ebbi parecchio tempo per ricordare. Con molta calma, mi fecero gli esami per escludere che avessi l’influenza, poi test per questo e quello, ma con scarsi risultati. Mi ero sottoposto all’appendicectomia nello stesso ospedale due settimane prima, ma nessuno al pronto soccorso sembrava interessato a guardare la mia cartella clinica elettronica. Avevo con me i referti e un CD dell’ospedale della Florida ed ebbi appena la presenza di spirito sufficiente per farlo presente ai dottori. Ma non erano interessati. «Facciamo le cose a modo nostro» mi rispose la specializzanda. I medici e gli infermieri parevano incapaci di completare una frase, figuriamoci collegare il mio caso alla mia storia clinica.
Potevo vedere, o meglio ascoltare, il motivo della loro distrazione. Il vociare al di là della tendina richiamava anche la mia attenzione, sebbene i miei parametri vitali fossero in peggioramento e l’infezione si stesse ormai diffondendo nell’intero corpo attraverso il sangue. Un’ubriacona alla mia destra, che dalla voce sembrava un’anziana, continuava a gridare: «Dottore! Infermiera!». Un altro, sulla sinistra, era un chiacchierone senza fissa dimora. Chiedendo che gli rendessero la cintura la associava alla «Cintura di Orione», paragonandosi al cacciatore e stupratore della mitologia greca. Appena veniva avvicinato da una dottoressa o un’infermiera diceva: «Tu appartieni a me, non provare a scappare». Una gli rispose che lei non apparteneva a nessuno. Quando venne dimesso gli fu posta la domanda di routine se si sentisse al sicuro in casa sua. La cosa era abbastanza ridicola, visto che era un senzatetto e stava per tornarsene in strada al freddo. E fu anche una conversazione oscena, in quanto le sue risposte contenevano dettagli sulla violenza sessuale che immaginava di poter perpetrare nei confronti dell’infermiera che gli stava facendo il questionario.
Due poliziotti sedevano proprio al di là della tendina a piantonare due giovani feriti. Non avendo altro da fare, si avvicinarono l’un l’altro e si misero a parlare a voce alta per tutta la notte a pochi centimetri da me. Imparai come il dipartimento di polizia organizza i turni. Li ascoltai scambiarsi racconti su guidatori ubriachi, veicoli abbandonati, violenze domestiche e, tema preferito, risse in strada che gli agenti non riuscivano a fermare. Alcune storie erano divertenti, come quella di una donna arrestata con una vanga in mano e le ginocchia sporche di terra mentre distruggeva il giardino che il vicino aveva appena rimesso a posto.
I due poliziotti prediligevano argomenti di conversazione diversi: uno si concentrava più sugli aspetti burocratici, l’altro su quelli più propriamente criminali. Quest’ultimo, in particolare, usava i termini «nonpersona» o «nonpersone». Nel romanzo di George Orwell 1984, una nonpersona è qualcuno a cui la memoria è stata cancellata dallo Stato. Sembrava, però, che il poliziotto, parlando di criminali, avesse in mente gli afroamericani. Avrei voluto intervenire, ma mi mancò la forza.2
Mi stavo spegnendo. Dopo tre ore su quella brandina la febbre era salita a 40 e mezzo. La pressione era crollata: 90 su 50, 80 su 40, 75 su 30, 70 su 30. Ero come sospeso da qualche parte. La setticemia uccide, e la mia non la stavano curando.
Mentre mi trovavo in quello stato, i rumori dall’altra parte della tendina continuavano incessanti. I miei sensi assorbivano tutto, il mio cervello formulava per conto suo le parole pronunciate intorno a me e non ero più in grado di selezionare gli stimoli. Non avevo il controllo di me stesso, anche se, in effetti, non era rimasto molto di me su cui esercitare un controllo. La conversazione tra i poliziotti continuava, così come le urla degli ubriachi, lo scalpiccio delle scarpe sul pavimento, il fruscio di una porta automatica, il rumore della manata sul pulsante che l’apriva o di un letto che ci sbatteva contro. La tendina della mia nicchia seguiva i corpi dei passanti o danzava mossa da uno spiffero.
Quando chiusi gli occhi, di primo mattino, potevo ancora vedere la tendina muoversi. L’increspatura divenne ipnotica, regolare, da destra a sinistra, come una creatura marina invertebrata mossa dalle onde. Il colore da giallo si faceva ocra. Un alone nero come inchiostro attorno ai bordi sostituiva il bianco fluorescente delle luci esterne.
Per cinque ore, dall’una alle sei circa, ebbi difficoltà a rimanere cosciente. Appena chiudevo gli occhi l’increspatura ocra della tendina sembrava sfiorarmi. Cercai di tenerli aperti. Mi concentrai sui valori della pressione sanguigna segnati sul monitor dietro di me. Ogni volta che spostavo lo sguardo dai miei segni vitali alla tenda, ero costretto a chiudere gli occhi. A quel punto il colore della tendina si scuriva ancora, il suo ondeggiare diventava cupamente voluttuoso, e io ripensavo al passato.
Non vidi la vita scorrermi davanti agli occhi. Fu piuttosto come se fosse venuta meno la mia capacità di arginare i ricordi. Alcune immagini della mia infanzia mi colpirono con una forza devastante. Non ero in grado di scacciarle per far posto ad altri ricordi o pensieri. Fu strano essere spettatore del reale, anziché arbitro.
I ricordi dell’età adulta erano legati più a cosa avevo imparato dagli altri che a quello che mi era successo. Quando mi concentravo sulle mie letture, i ricordi erano nitidi. La maggior parte dei miei trenta e quarant’anni l’avevo passata a leggere testimonianze della Shoah e altri crimini nazisti, delle esecuzioni di massa sotto Stalin e della grande carestia, di pulizie etniche e atrocità varie. Ora riaffioravano alla memoria, come migliaia di scatti: uno dopo l’altro, libro dopo libro, documento dopo documento, fotografia dopo fotografia.
Un bambino ucraino chiede di morire di fame per strada anziché in un nascondiglio sottoterra. Un ufficiale polacco si toglie la fede nuziale perché non gliela rubino, una volta ucciso. Una ragazza ebrea lascia un messaggio per la madre, incidendolo sul muro di una sinagoga: «Ti baciamo ancora e ancora». Qualcosa mi richiamò alla mente un’orfana ebrea accolta da contadini ucraini senza figli. «Sarai come una figlia per noi» dissero. Così ricordò lei, così ricordai io. Qualcosa in me indugiava sulla storia di una donna il cui dono speciale, mentre nascondeva alcuni ebrei nel suo appartamento, era comportarsi come se non stesse accadendo nulla di straordinario. Compostezza. Compostezza esistenziale. Una fotografia che avevo osservato spesso per venticinque anni apparve di nuovo davanti ai miei occhi: un’ebrea polacca di nome Wanda, piena di autocontrollo. Nel 1940, Wanda si era rifiutata di eseguire l’ordine dei tedeschi di recarsi nel ghetto di Varsavia e aveva tenuto al sicuro i suoi due figli per tutta la guerra. Suo marito, il loro padre, era stato assassinato.
Andava avanti così: il bianco e nero delle parole e delle immagini ricordate, il sipario ocra che ondeggiava sullo sfondo, né vicino né lontano, né da una parte né dall’altra. Ero con gli altri. All’inizio ero a disagio con il mondo dei morti, ma poi quella sensazione passò. Avevo imparato da loro. In qualche modo, ricordavo ciò che avevano ricordato loro. Il figlio minore di Wanda era cresciuto ed era diventato uno storico, era stato il relatore della mia tesi cinquantacinque anni dopo che la madre l’aveva salvato dal ghetto. Venti anni più tardi avevo trovato le prove di cosa aveva fatto sua madre e ne avevo scritto al riguardo. La vita non è dentro le persone; passa loro attraverso.
Era la tendina ocra che non mi piaceva: rappresentava il passaggio verso la morte, attraente e ripugnante, che temevo. Non l’ho mai segnato sul diario, lo ricordo troppo bene.
Il mio corpo non venne curato come si deve durante le prime ore del 29 dicembre. I liquidi avevano rialzato la pressione, ma non era stato intrapreso alcun trattamento specifico. Medici e infermieri passavano con me pochi secondi alla volta e raramente incrociavano i miei occhi. Fecero gli esami del sangue, dimenticarono i risultati, li riportarono male,3 corsero via. La distrazione permanente di medici e infermieri è uno dei sintomi della malattia americana. Ogni paziente ha una storia, ma nessuno se ne cura.
Due settimane prima, quando ero stato operato di appendicite, altri medici avevano notato una lesione al mio fegato, trascurando di occuparsene e anche solo di approfondire la cosa, prescrivere un accertamento, o addirittura di menzionare il problema. Ero stato dimesso dall’ospedale il giorno dopo l’intervento, il 16 dicembre, con troppi pochi antibiotici e nessuna informazione riguardante quella seconda infezione. Quando venni ricoverato in Florida, il 23, con il formicolio e il tremore delle membra, non sapevo cosa dire ai medici rispetto al mio fegato. Ancora una volta venni dimesso il giorno dopo. Il 29 dicembre, al pronto soccorso di New Haven, nessuno prese in considerazione la possibilità che la mia condizione avesse un qualche rapporto con l’appendice e la recente operazione. Ai medici sembrava impensabile che i colleghi del loro stesso ospedale potessero aver fatto qualcosa di sbagliato. Questo modo di ragionare, tipico dell’appartenenza a un clan, è un errore elementare, quel tipo di errore che tutti noi facciamo sotto stress.
I medici di New Haven ritenevano che forse l’errore l’avessero commesso quelli della Florida. Appena fu chiaro che avevo una forma di infezione batterica, sospettarono si trattasse di meningite causata dall’uso maldestro dell’ago per un esame lombare a cui ero stato sottoposto in Florida. La specializzanda fece un errore ovvio, inserendo un nuovo ago nel foro che mi era stato praticato allora, ossia nel punto che si riteneva potesse essere stato la porta d’ingresso dell’infezione. La dottoressa di guardia dovette dirle di estrarre l’ago. Le persone sono molto meno attente a quel che fanno quando sono vicine al loro cellulare;4 entrambe le dottoresse avevano tenuto il loro acceso, e vicino. Ero rannicchiato su un letto con la faccia contro un muro, ma lo so perché i loro telefoni suonarono tre volte durante la procedura. Il primo squillo fu il più memorabile. Dopo aver reinserito un lungo ago in un altro punto della mia spina dorsale, la specializzanda reagì alla chiamata con uno scatto improvviso. Girato verso la sponda del letto, feci del mio meglio per non muovermi.
Il mio corpo era alla mercé della costante distrazione dei medici. La mia amica, intanto, aveva chiamato il chirurgo che mi aveva operato di appendicite; ma non si ricordava del fegato lesionato e, né allora né dopo, menzionò che era scritto nella cartella clinica. Se la specializzanda e la dottoressa di guardia del pronto soccorso non fossero state distratte, forse avrebbero trovato un attimo per guardare loro stesse la cartella della mia operazione, notare il problema al fegato e risparmiarmi la seconda puntura lombare. Se solo mi avessero parlato un momento in più, avrei mostrato loro i referti della Florida, che indicavano un’alta concentrazione di enzimi nel fegato, un segnale importante per capire cosa stesse accadendo. Avevo addirittura cerchiato il dato sul foglio, ma non riuscii ad avere la loro attenzione. Se avessero silenziato i cellulari prima di inserire l’ago, avrebbero potuto portare a termine la procedura che pensavano necessaria senza scuoterlo nella mia schiena. C...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La malattia americana
  4. Prologo. Solitudine e solidarietà
  5. Introduzione. La nostra malattia
  6. Lezione 1. L’assistenza sanitaria è un dirittoumano
  7. Lezione 2. Il rinnovamento comincia dai bambini
  8. Lezione 3. La verità ci renderà liberi
  9. Lezione 4. I medici devono avere potere decisionale
  10. Conclusione. La nostra guarigione
  11. Epilogo. Rabbia ed empatia
  12. Ringraziamenti
  13. Note
  14. Copyright