La storia dei proverbi dice che, dato un proverbio, c’è sempre pronto un proverbio opposto. L’esempio più semplice: è vero che chi fa da sé fa per tre, ma è anche vero che l’unione fa la forza. Così la saggezza è salva, e in più i due proverbi sono anche particolarmente adatti al rapporto tra vincitori e cinquine di finalisti allo Strega. Ma si tratta d’intendersi. Così, nonostante la verità del noto adagio “la storia la scrivono i vincitori”, si può anche sostenere che la storia non la scrive nessuno o che la scrivono tutti, dal momento che il passato è qualcosa di più vario della storia: ha una molteplicità e una ricchezza di sfumature che la storia, come ogni narrazione, deve per forza di cose trascurare o accantonare. In più, il secolo andato, in particolare nella seconda metà, si è dato molto da fare a raccontare la storia dalla parte degli sconfitti. In generale, si può dire che raccontare la storia è revisionarla. In altra chiave – proprio come in musica – l’intonazione della storia è tutto, e tale intonazione rende conto del nostro rapporto col passato.
Una parola si è insinuata a rendere in sintesi tale questione in sede letteraria. È la parola “canone”. Il canone è sostanzialmente la storia scritta dai vincitori; ma è noto che il canone è lì per essere contraddetto e cambiato a ogni nuova tendenza o metodo o gusto. Lo ha insegnato proprio il suo massimo cantore, Harold Bloom. Diremo che “canone” è parola da evitare se si vuole descrivere la varietà delle cose. Al massimo è uno strumento utile al confronto, una specie di quadro statistico, ma tutto da interpretare.
Per esempio: una cosa è dare conto di che cosa sia stato lo Strega dal secondo dopoguerra, ovvero dalla sua nascita a oggi, ripercorrendo soltanto i nomi dei vincitori; un’altra cosa è darne conto ripercorrendo le cinquine finaliste; un’altra cosa ancora sarebbe andare a vedere quali libri, semplicemente, abbiano concorso allo Strega. Si può cominciare da questo ultimo caso per subito passare agli altri due. I libri che hanno concorso allo Strega sono quei libri che per qualcuno (l’autore, l’editore, i lettori) potevano identificarsi con un ipotetico modello Strega come libri adatti a costituire a loro volta un modello. Ma è vero? Lo è nelle intenzioni, meno nei fatti, perché sono solo i libri vincitori a potersi porre quali modelli: la storia magari non è scritta solo dai vincitori, ma i vincitori tuttavia ci sono.
Direi dunque che le uniche cose che possono farsi sono le altre due. Ragionare sui nomi e sui titoli vincenti; e misurare la portata delle cinquine in relazione al libro premiato, ben considerando che se ci sono degli sconfitti, nel nostro caso specifico nessuno è sconfitto per sempre. E che se ci sono premiati, e lo sono per sempre, anche in quanto premiati potrebbero essere o essere stati dimenticati dal corso degli eventi. Si tenga presente che per vincere lo Strega càpita di perderlo almeno una volta. Si tratta di una tradizione inaugurata da Pavese, sconfitto nel 1948 e nel 1949 e vincitore nel 1950, e immediatamente continuata da Alvaro e da Moravia.
Un’ultima considerazione preliminare. Andrà considerato inindagabile che libri notevoli nel quadro letterario non abbiano né vinto né partecipato al Premio: il discorso sarebbe solo un campo di supposizioni, dovendo investigare sul perché ciò sia successo: volontà degli autori, gioco editoriale, polemica, antipatia pura e semplice però reciproca. Meglio accantonare, anche se vi accenneremo in seguito, giacché il fatto esiste e crea interferenze. Si tratta di uno sfondo troppo affollato. Si può dire solo che sì, è vero, ci sono autori e libri che avrebbero arricchito il già non trascurabile elenco, ma che l’elenco così com’è basta a se stesso, ed è di invidiabile ricchezza.
Autori e libri: lo Strega è un Premio per singoli romanzi, ma, nonostante la morte degli autori, presunta e proclamata, gli autori esistono ed entrano in gioco, come dicono i cronisti sportivi, con molta decisione, ai limiti del regolamento. Così come entrano in gioco gli editori. Ma diversamente che nel gioco del calcio, il pubblico che assiste non è un pubblico di spettatori. Per sgombrare il campo dagli equivoci su quest’ultimo punto: non c’è anno che sui giornali non si strologhi, con debito anticipo, su quale sarà il vincitore del prossimo turno. È un esercizio che sta dentro la libertà d’informazione, certe volte molto divertente. Spesso le previsioni sono vere, e i vincitori, così, sono vincitori annunciati. Questo può voler dire molte cose. Ma occorre vedere la questione anche da un altro punto di vista. È perfino ovvia la previsione che se un romanzo, nel corso dell’anno, riscuote un certo successo di critica e di pubblico, quel romanzo provi a vincere e magari vinca lo Strega. Nessuno sosterrà che il Premio debba andare a un romanzo del quale nessuno si è accorto. Ci sono romanzi del cui valore imprescindibile per le sorti delle patrie lettere nessuno si accorge? Forse ogni tanto capita; ma il ruolo del Premio non è quello. Così non sempre, ma di frequente, quello premiato è il romanzo dell’anno: perché nel corso dell’anno se ne è discusso e lo si è letto. Si tratta di libri di qualità. Fatto che non esclude che nel corso dell’anno ce ne siano altri di qualità. Ma, per statuto, il Premio prevede ogni anno un solo vincitore.
Così, certo, coloro che non hanno vinto lo Strega sono di più di coloro che lo Strega l’hanno vinto. Come potrebbe essere altrimenti? E se vincono i romanzi, dal momento che lo Strega non è, almeno nelle intenzioni, un Premio alla carriera, non si può recriminare che certi autori non l’abbiano vinto. Ci sono annate di diabolica congiuntura di qualità e altre di diabolica debolezza. Nessuno può prevedere dove capiterà. Stare in una o in un’altra annata, certo, determina scacchi e vittorie ma si può credere che quella che è una sfortuna per certi autori sia anche sfortuna per il Premio. Certe volte la sfortuna è maggiore per il Premio che per l’autore, almeno vista da qui e da oggi. Non aver premiato Gadda è stata cattiva sorte per tutti, ma le edizioni alle quali Gadda ha partecipato sono state quella del 1952 con Il primo libro delle favole, del 1953 con le Novelle del ducato in fiamme, del 1970 con La meccanica. Non ha partecipato né col Pasticciaccio né con La cognizione del dolore. Nel 1952 vinse Moravia con I racconti, nel 1953 Bontempelli con L’amante fedele, nel 1970 Piovene con Le stelle fredde. Si può discutere, ma non si può parlare di usurpatori. Tra l’altro la schiera del 1952 recava l’esordio di Parise, Il ragazzo morto e le comete, e Il deserto della Libia di Tobino. Il 1953 recava Casa d’altri di D’Arzo, Il sergente nella neve di Rigoni Stern, Tiro al piccione di Giose Rimanelli: nessuno dei tre in cinquina. Nel 1970 l’annata fu debole, ma Gadda fu secondo. Ipoteticamente, tra 1957 e 1958, il Pasticciaccio avrebbe avuto di fronte, come vincitori, Buzzati coi Sessanta racconti, o la Morante con L’isola di Arturo: anche qui si può discutere ma non si può parlare di usurpatori. La Cognizione avrebbe fatto i conti con Lessico famigliare di Natalia Ginzburg: due idee di letteratura diverse per cui anche il contrario sarebbe da valutare. Nel 1963 entra solo in cinquina Fenoglio con Un giorno di fuoco: un altro non premiato di lusso (l’elenco non si può fare. Fenoglio aveva già partecipato nel 1959 con Primavera di bellezza, quando fu escluso anche Testori col Ponte della Ghisolfa). Per inciso: nel 1963 è presente nientemeno che Pizzuto con Ravenna, precedente il suo sperimentare più radicale. Comunque: ciò che è assente nell’albo dei vincitori è il tratto sperimentale, ma lo Strega funziona come l’università, dove i metodi sperimentali vengono acquisiti alla didattica dopo la sperimentazione, una volta comprovatane la validità. Diversamente dall’università, lo Strega non si pone come centro di ricerca. E per concludere su Gadda e ciò che Gadda significa bisogna accennare alla funzione Gadda: anche se Gadda non ha vinto, non esiste forse quella funzione mirabilmente delineata da Contini? E, contro, se è vero che lo Strega indica un gusto e delinea un canone, allora perché poi ci si è accaniti e ci si accanisce contro quella funzione, visto che la vittoria sarebbe già acquisita?
Ad ogni modo, tra gli scrittori che hanno agito sul linguaggio in maniera più o meno radicale, il catalogo degli assenti annovera alfabeticamente, per esempio: Arbasino, Berto, Bianciardi, Celati, D’Arrigo, Malerba, Manganelli, Mastronardi, Meneghello, Ottieri, Testori. Però Volponi l’ha vinto due volte. Se tra gli sperimentali, iperletterari ecc. possono essere annoverati Landolfi (1958, 1963, premiato nel 1975), Bufalino (1981, premiato nel 1988) e Consolo (premiato nel 1992), c’è da dire che alcuni non hanno mai neanche partecipato, dal momento che la sperimentazione linguistica comporta spesso anche la contestazione non solo dello Strega ma dei premi letterari in genere. Però non l’hanno vinto neanche scrittori di opposto tono stilistico, come Bilenchi o Sciascia. L’altro elemento mancante del catalogo dei vincenti è il comico: e qui il rammarico più grande, forse l’unico, è ovviamente quello di Campanile. Tolto Eco, assenti i gialli, da Chiara a Camilleri, passando per Fruttero e Lucentini e ancora una volta Sciascia.
Il quadro, lo dico a scanso di equivoci, è che la qualità delle prime annate, fino agli anni Sessanta, era maggiore e che poi è andata scendendo. Però ci si deve chiedere se le cose stiano davvero così o se non si tratti di un’illusione prospettica dovuta all’effetto di quadro assestato, nel senso che più le cose si allontanano più sembrano essere chiare e più chiari sembrano essere i valori. Ritengo che, per qualche automatismo, siamo portati a considerare il passato meglio di quanto non sia e il presente peggio di quanto non sia. Nel passato vediamo autori meglio delineati dal complesso della loro opera: figure compiute. Nel presente autori in corso di definizione. Questo getta un’ombra su tutto, così come l’ombra degli autori mette in diversa posizione e prospettiva le singole opere. In più – ed è il discorso più complicato, che per questo solo si enuncia e non si può svolgere – è cambiata non solo la figura dei letterati, ma l’idea stessa (e l’importanza) della letteratura, ed è cambiata in maniera vertiginosa.
Inoltre, in quanto premio, lo Strega ha dei tratti ludici che in sede di storia letteraria non sono contemplati; perciò lo Strega non scrive la storia. Semplicemente scrive la propria storia. E siccome è una storia non trascurabile, è il momento di passare a qualche considerazione sull’albo d’oro. Parleremo insieme degli autori che hanno vinto e delle singole opere vincenti. E, per amore di completezza, si pone, ma resterà inevasa, la domanda se, in rapporto con i vincenti, abbiano maggior peso gli sconfitti o gli scrittori che non hanno mai partecipato.
Per quanto accennato, la prima edizione dello Strega (1947), vinta da Flaiano con Tem...