Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Deluxe)
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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Deluxe)

  1. 144 pagine
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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Deluxe)

Informazioni su questo libro

Nella notte di Londra, un uomo calpesta volutamente una bambina, non curandosi delle sue grida. Rincorso da un passante, il demoniaco signor Hyde accetta di risarcirla con del denaro: ma l'assegno che produce ha la firma del distinto Jekyll, un medico stimato da molti. È l'inizio della caduta di Jekyll in un vortice di stranezze: si isola, pare tormentato da angosce violente, e soprattutto fornisce a Hyde - che ispira orrore istintivo, e che è accusato di delitti ripugnanti - non solo denaro, ma anche protezione in casa sua. Quale diabolico patto può unire due personalità tanto diverse? Ambientata in una Londra allucinata e circospetta (nel 1886, quando il romanzo fu pubblicato, in città era attivo Jack lo Squartatore), questa fantasia nera di Stevenson ha dato corpo all'idea della doppia personalità. E nel condurre il lettore in una trama che ha il ritmo del romanzo giallo e la tensione dell'horror, porta a galla verità che non appartengono solo allo sventurato, ambizioso Jekyll, ma che parlano ai lati oscuri di ognuno di noi. Le illustrazioni di S.G. Hulme Beaman, profondamente intrise delle coeve atmosfere del cinema espressionista tedesco, rievocano l'oscurità, le ombre e il fumo della Londra di fine Ottocento, restituendoci la dimensione cupa e inquietante di uno dei più indelebili classici della letteratura nero-fantastica di tutti i tempi.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2020
Print ISBN
9788817102384
eBook ISBN
9788831802468
Argomento
Literature
Categoria
Classics
Capitolo VIII

L’ULTIMA NOTTE

Il signor Utterson era seduto accanto al camino, una sera dopo cena, quando fu sorpreso di ricevere la visita di Poole.
«Santo cielo, Poole, cosa vi porta qui?» esclamò; poi guardandolo di nuovo: «Cosa c’è?» chiese. «Il dottore sta male?»
«Signor Utterson» disse l’uomo, «c’è qualcosa che non va.»
«Prendete una sedia, e qui c’è un bicchiere di vino per voi» disse l’avvocato. «E, ora, calmatevi, e ditemi chiaro quello che volete.»
«Voi conoscete i modi del dottore, signore» rispose Poole, «e come se ne stia chiuso in casa. Ebbene, ora è di nuovo chiuso nel suo gabinetto; e la cosa non mi va, vorrei poter morire se mi va. Signor Utterson, io ho paura.»
«Brav’uomo,» disse l’avvocato «siate esplicito. Di cosa avete paura?»
«Ho avuto paura per una settimana» rispose Poole, trascurando completamente la domanda «e non posso più resistere.»
L’aspetto dell’uomo confermava ampiamente le parole; le sue maniere erano penosamente mutate; e, tranne nel momento in cui aveva per la prima volta rivelato il suo terrore, non aveva ancora guardato in faccia l’avvocato. Anche ora, sedeva con il bicchiere di vino intatto posato sul ginocchio, e con gli occhi fissi in un angolo del pavimento.
«Non resisto più» ripeté.
«Su, su,» disse l’avvocato «capisco che dovete avere una buona ragione, Poole; capisco che ci deve essere qualcosa di serio. Cercate di dirmi di che si tratta.»
«Credo che ci sia qualcosa di vergognoso» disse Poole con voce rauca.
«Di vergognoso!» esclamò l’avvocato alquanto allarmato e piuttosto incline a irritarsi, di conseguenza. «Di che parlate? Cosa volete dire?»
«Io non oso parlare, signore,» fu la risposta «ma, se volete venire con me, lo vedrete voi stesso.»
Il signor Utterson per tutta risposta si alzò, prese il cappello e il soprabito, con meraviglia osservò il grande sollievo che apparve sul volto del maggiordomo, e, con non minore sorpresa forse, il fatto che il bicchiere di vino fosse ancora intatto, quando l’altro lo depose per seguirlo.
Era una brutta, fredda e ventosa notte di marzo, con una pallida luna, che se ne stava coricata come se il vento l’avesse inclinata, e con una fuga di nubi leggere e trasparenti. Il vento rendeva difficile parlare, e faceva affiorare il sangue in faccia. Pareva aver spazzato le strade, insolitamente vuote di passanti; il signor Utterson pensò che non aveva mai veduto quella parte di Londra tanto deserta. Avrebbe desiderato il contrario; mai in vita aveva provato un così acuto desiderio di vedere e toccare i propri simili; perché, per quanto lottasse, nella sua mente si era insinuato un cupo presentimento di calamità. La piazza, quando vi giunsero, era tutta piena di vento e di polvere, e i sottili alberi nel giardino si piegavano sotto l’inferriata. Poole, che per tutta la strada aveva camminato uno o due passi avanti, ora si ritrasse nel mezzo del marciapiede, e, nonostante il freddo pungente, si tolse il cappello e si asciugò la fronte con un fazzoletto rosso. Sebbene avessero camminato in fretta, quello non era sudore di fatica, era un’estrema angoscia a imperlargli la fronte; infatti la faccia di Poole era bianca e la sua voce, quando parlò, suonò aspra e rotta.
«Ebbene, signore, eccoci qui,» disse «e Dio voglia che non sia accaduto nulla di male.»
«Speriamo, Poole» disse l’avvocato.
Così detto il maggiordomo bussò alla porta in modo molto discreto; la porta si aprì con la catena di sicurezza, poi una voce chiese dall’interno:
«Siete voi, Poole?»
«Sono io, aprite pure» disse Poole.
L’ingresso, quando entrarono, era chiaramente illuminato; il fuoco ardeva con una bella fiamma; intorno al focolare tutta la servitù, uomini e donne, se ne stava raggruppata come un gregge. Nel vedere il signor Utterson, la cameriera scoppiò in un isterico piagnisteo; e la cuoca esclamando: «Dio sia benedetto! È il signor Utterson!» si slanciò in avanti, come per abbracciarlo.
«Cosa succede? Che c’è? Siete tutti qui?» chiese l’avvocato con disappunto. «Non è regolare, il vostro padrone ne sarebbe tutt’altro che contento.»
«Sono tutti spaventati» disse Poole.
Seguì un profondo silenzio, nessuno protestava; solo la cameriera alzò la voce, ora piangeva forte.
«Tacete!» le disse Poole, con un tono cattivo che denotava come avesse i nervi tesi; infatti, quando la ragazza aveva improvvisamente alzato il tono del suo pianto, tutti avevano sussultato, si erano voltati verso la porta della sala con espressione di terrore e attesa.
«E ora,» continuò il maggiordomo rivolgendosi a uno sguattero «portami una candela, e mettiamo a posto subito questa faccenda.» Poi pregò il signor Utterson di seguirlo, e lo condusse verso il cortile interno.
«Adesso, signore,» disse «camminate più piano che potete. Voglio che sentiate, ma che non vi facciate udire. E badate, signore, se per caso vi dicesse di entrare, non entrate.»
I nervi del signor Utterson, a quella inattesa conclusione, ebbero una tale scossa che quasi perse l’equilibrio; ma l’avvocato si riprese, e seguì il domestico nel laboratorio e attraverso la sala anatomica, fra tutte le casse e le bottiglie, sino ai piedi della scala. Qui Poole gli fece segno di fermarsi da un lato, e di mettersi in ascolto; intanto lui, depositando la candela e raccogliendo tutto il proprio ardire, salì sulla scala e bussò con mano malsicura sulla stoffa rossa della porta del gabinetto privato.
«Signore, c’è il signor Utterson che vuole vedervi» disse; e così dicendo, ancora una volta fece cenno con forza, all’avvocato, di ascoltare.
Una voce rispose dall’interno in tono lamentoso:
«Ditegli che non posso vedere nessuno.»
«Grazie, signore» rispose Poole, con accento quasi di trionfo, e, prendendo la candela, riaccompagnò il signor Utterson attraverso il cortile nella grande cucina, ove il fuoco era spento e gli scarafaggi correvano sul pavimento.
«Signore,» disse guardando negli occhi il signor Utterson «vi pare che quella fosse la voce del mio padrone?»
«Sembrava molto cambiata» rispose l’avvocato, molto pallido in faccia; ma ricambiò l’occhiata di Poole.
«Cambiata? Ebbene, sì, lo credo anch’io» disse il domestico. «Da vent’anni mi trovo in questa casa, posso forse ingannarmi sulla voce del mio padrone? No, signore. Il mio padrone non c’è più. Non c’è da otto giorni, da quando lo udimmo gridare il nome di Dio; ma chi è lì dentro, al suo posto, e perché se ne sta lì, è una cosa che grida vendetta al cielo, signor Utterson!»
«Questo è un caso stranissimo, Poole; è una storia incredibile, amico mio» disse il signor Utterson, mordicchiandosi un dito. «Supponendo che sia come pensate, supponendo che il dottor Jekyll sia stato… ebbene, sia stato assassinato, cosa potrebbe indurre l’assassino a starsene qui? È una cosa assurda, contraria alla logica.»
«Ebbene, signor Utterson, siete difficile da persuadere, ma mi proverò» disse Poole. «Tutta la scorsa settimana, dovete sapere, lui, o chiunque sia quello che vive nel gabinetto, ha gridato notte e giorno per avere una certa specie di medicina, che non riusciva a ottenere. A volte soleva – il mio padrone, cioè – scrivere i suoi ordini su un foglio di carta e gettarlo poi sulla scala. Questa settimana non abbiamo avuto altro: solo fogli di carta, la porta chiusa, i pasti li lasciava lì, e li ritirava solo quando non c’era nessuno che potesse vederlo. Ebbene, signore, sì, ogni giorno, e anche due o tre volte al giorno, ci sono stati ordini e lamentele, e io venivo mandato da tutti i farmacisti della città. Ogni volta che portavo a casa una cosa, trovavo un altro foglio che mi diceva di restituirla, perché non era pura, e un altro ordine per un’altra ditta. Quella medicina doveva essere molto necessaria, signore, di qualsiasi cosa si tratti.»
«Avete conservato qualcuno di quei fogli?» chiese il signor Utterson.
Poole si frugò in tasca e ne estrasse un biglietto gualcito, che l’avvocato, chinandosi più vicino alla fiamma della candela, esaminò attentamente. Il foglietto portava scritto «Il dottor Jekyll porge i suoi omaggi ai signori Maw. Li assicura che il Loro ultimo campione è impuro e del tutto inutile al suo scopo attuale. Nell’anno 18.., il signor J. acquistò una considerevole quantità di materiale dai signori M. Ora egli li prega di cercare con il massimo scrupolo e, se restasse ancora un poco dello stesso preparato, di mandarglielo immediatamente. La spesa non ha importanza. La necessità di questo preparato per il dottor Jekyll è vitale». Sin qui la lettera proseguiva abbastanza normalmente, ma a questo punto, con un improvviso scatto di penna, l’emozione dello scrivente apparve chiara. «Per amore di Dio,» aggiungeva «trovatemi un poco di quella sostanza.»
«È uno strano biglietto» disse il signor Utterson; poi, severamente: «Come mai l’avete aperto?»
«Il commesso di Maw s’irritò, signore, e me lo restituì in malo modo» rispose Poole.
«Questa è indubbiamente la scrittura di Jekyll, vero?» riprese l’avvocato.
«Mi pare di sì» disse il domestico piuttosto arcigno; poi, con un altro tono di voce: «Ma comunque sia, io l’ho veduto!».
«L’avete veduto?» ripeté il signor Utterson. «L’avete visto bene?»
«Certo!» disse Poole. «È andata così: sono arrivato all’improvviso nella sala anatomica dal cortile. Mi è parso che lui fosse sgusciato fuori per cercare quella droga, o quello che era; infatti, la porta del gabinetto era aperta, e lui era lì, in fondo alla stanza, che frugava tra le casse. Quando entrai alzò gli occhi, gettò una specie di grido, e scomparve di sopra, nel suo gabinetto. Solo per un minuto, l’ho visto, ma i capelli mi si erano drizzati sulla testa come aculei. Signore, se quello era il mio padrone, perché portava una maschera sulla faccia? Se quello era il mio padrone, perché aveva gridato come un sorcio in trappola, ed era fuggito davanti a me? Io sono stato tanto tempo al suo servizio. E poi…» S’interruppe, e si passò una mano sul viso.
«Queste sono tutte circostanze molto strane» disse il signor Utterson. «Ma credo di cominciare a vederci chiaro. Il vostro padrone, Poole, è semplicemente vittima di una di quelle malattie che torturano e deformano il malato; questa è la causa, a quanto mi sembra, dell’alterazione della voce; di quella maschera e dell’allontanamento dagli amici; della sua ansia di trovare il medicamento, per mezzo del quale il poveretto ha speranza di guarigione, e Dio voglia che non resti deluso! Questa è la mia spiegazione: è abbastanza triste, Poole, sì, e pauroso a pensarci, ma è chiaro e naturale, logico, e ci libera da ogni esagerato allarme.»
«Signore,» disse il domestico con una sorta di pallore in viso «quello non era il mio padrone, è certo. Il mio padrone…» (e qui si guardò intorno e cominciò a parlare a bassa voce) «è un uomo alto e ben fatto, e quello era poco più di un nano.»
Utterson tentò di protestare.
«Oh, signore,» esclamò Poole «credete che io non conosca il mio padrone dopo vent’anni? Credete che non sappia dove arriva la sua testa, sulla porta della sua stanza, dove l’ho veduto ogni mattina della mia vita? No, signore, quella persona con la maschera non era il dottor Jekyll… Dio solo sa chi era, ma non era affatto il dottor Jekyll; e sono profondamente convinto che ci sia stato un assassinio.»
«Poole,» ribattè l’avvocato «se voi affermate questo diverrà mio dovere accertarmene. Per quanto io desideri rispettare i sentimenti del vostro padrone, per quanto sia messo in imbarazzo da questo biglietto che sembra provare la sua esistenza, considererò mio dovere sfondare quella porta.»
«Ah, signor Utterson, questo si chiama parlare!» esclamò il maggiordomo.
«E ora viene la seconda questione» riprese Utterson. «Chi la sfonderà?»
«Ebbene, voi ed io, signore» fu la risposta pronta.
«Molto ben detto,» riprese l’avvocato «e qualsiasi cosa avvenga, farò il possibile perché voi non dobbiate avere noie.»
«C’è un’ascia, nella sala anatomica;» continuò Poole «e voi potrete prendere l’attizzatoio.»
L’avvocato prese quel rozzo ma pesante strumento, e lo bilanciò nel pugno.
«Sapete, Poole,» disse, alzando gli occhi «che voi e io stiamo per cacciarci in una posizione pericolosa?»
«Potete be...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione di Oreste Del Buono
  4. LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE
  5. I. Storia della porta
  6. II. Alla ricerca del signor Hyde
  7. III. Il dottor Jekyll era proprio tranquillo
  8. IV. L’assassinio Carew
  9. V. Il caso della lettera
  10. VI. Lo strano incidente del dottor Lanyon
  11. VII. L’episodio della finestra
  12. VIII. L’ultima notte
  13. IX. Il racconto del dottor Lanyon
  14. X. La relazione di Jekyll sul caso
  15. Cronologia della vita e delle opere
  16. Bibliografia
  17. Copyright

Domande frequenti

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