Un colpo al cuore
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Un colpo al cuore

  1. 516 pagine
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Un colpo al cuore

Informazioni su questo libro

"Occhio per occhio, dente per dente" è la regola del serial killer che ha deciso di riparare i torti del sistema giudiziario. Dove non arrivano le giurie, arriva lui, rapendo, torturando ed eliminando i criminali che l'hanno fatta franca. Indossa una maschera dai tratti demoniaci, e si fa annunciare ogni volta da un video intitolato La Legge sei tu in cui chiede alla gente di pronunciarsi in giudizio tramite votazioni anonime e irrintracciabili. A colpi di clic il richiamo alla giustizia sommaria diventa virale. Vendicatore spietato come il conte di Montecristo, villain incendiario al pari del Joker che sollevò Gotham City, il Giustiziere gioca la sua partita mortale. L'indagine sul caso che sta scuotendo l'Ita- lia è affidata al vicequestore Vito Strega, esperto di psicologia e filosofia, tormentato criminologo dall'intuito infallibile, avvezzo alla seduzione del Male. Lo affiancano le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce. Diverse come il giorno e la notte, le due formano una coppia d'eccezione: i modi bruschi e l'impulsività di Mara sono compensati dall'acutezza e dal riserbo sfuggente di Eva. Tra la Sardegna e Milano, i tre poliziotti dovranno mettere in gioco tutto per affrontare un imprendibile nemico dai mille volti e misurarsi ciascuno con i fantasmi del proprio passato. Piergiorgio Pulixi compone un viaggio nell'incubo di questo tempo rabbioso segnato dall'odio, dal furor di popolo e dalla gogna mediatica, fino alla scoperta di una verità che illumina di luce sinistra il senso stesso del fare giustizia.

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Informazioni

PRIMA PARTE

Verità sommerse

Chi pensa che la legge abbia
qualcosa a che fare con la giustizia?
La legge è ciò che abbiamo
perché non possiamo avere giustizia.
William McIlvanney, Come cerchi nell’acqua

1

Waterfront, Belfast, Irlanda del Nord

Non era più abituata a passare inosservata. Da quando si era fatta ricrescere i capelli, tornando al suo colore naturale – un lucente rosso Tiziano –, a Cagliari la fissavano come se fosse un’aliena o un elfo saltato fuori da un romanzo fantasy. In quelle settimane trascorse in Irlanda, invece, aveva sperimentato la sensazione opposta: l’invisibilità. Nessuno indugiava più di mezzo secondo a guardarla. Era solo una tra tante. Ed era ciò di cui Eva Croce aveva bisogno. Anonimato e solitudine. Tornare a casa, alle proprie radici, per ritemprarsi in vista di un nuovo inverno dell’anima, perché di lì a poche settimane sarebbe caduto il suo anniversario. Il secondo. Era incredibile pensare come fossero trascorsi veloci quei due anni. Ma a essere ancora più inconcepibile era il fatto che lei fosse sopravvissuta a quella perdita. Questo, più di tutto, la tormentava: essere riuscita ad andare avanti, nonostante quel dolore. Il tempo non lo aveva smorzato. L’aveva reso solo più silente. Ma c’era. Croce sapeva che era un male imperituro, e che l’avrebbe seguita ovunque fosse andata. Il segreto era smettere di scappare e accettarlo.
Correndo sulla passeggiata che costeggiava il fiume Lagan, Eva fu colpita dal cambiamento architettonico che aveva investito quell’area di Belfast. Fino a qualche decina di anni prima era stata una zona di fabbriche e cantieri; ora invece era un simbolo di modernità, con un waterfront avveniristico. Si fermò e si appoggiò al parapetto. Osservò i resti del cantiere navale in cui era stato costruito il transatlantico più tragico della storia, riprendendo fiato. Il tramonto lumeggiava come un incendio tra i grattacieli del Titanic Quarter, incoronandoli di fiamme violacee. Si perse in quel cielo commovente, che solo l’Irlanda riusciva a regalare.
Stava per rimettersi in marcia e terminare i suoi dodici chilometri quotidiani di corsa quando il cellulare vibrò e la musica dei Muse s’interruppe. Eva osservò l’apparecchio nella fascia da braccio e sorrise vedendo il nome di chi la stava chiamando. Aveva registrato quel numero come “Pitbull Rais”, Squadra mobile, Cagliari. Si aggiustò le cuffiette Bluetooth e rispose.
«Buonasera, ispettrice.»
«Buonasera una sega. Quando diavolo torni? È quasi un mese che sei via.»
«Sono appena due settimane, Rais. Cosa c’è? Ti manco?»
«Certo, come no. Si sta così bene senza di te. Il punto è che… Aspetta un secondo. Ovviamente dovevo imbattermi nell’animale mitologico in doppia fila.»
«L’animale mitologico?» domandò confusa Eva.
«Certo: corpo di uomo e testa di cazzo» rispose Rais, accanendosi sul clacson.
Le labbra di Croce si distesero in un sorriso. Non gliel’avrebbe mai confessato, ma l’ironia ruvida e il carattere aspro della partner le erano mancati.
«Allora. Quanti folletti hai catturato finora?» riprese la sarda.
«Smettila e vieni al punto. Immagino che non sia una telefonata di cortesia, o sbaglio?»
«No, non sbagli. Ho bisogno di un parere.»
«Oh, finalmente hai deciso di curarti. Conosco una brava psichiatra che prende poco, hai carta e penna?»
«Ah ah, molto divertente.»
«Chi di spada ferisce…»
«Touché. Allora: abbiamo ricevuto una strana segnalazione, questa mattina. Ti avviso che se hai mangiato da poco, quello che sto per dirti potrebbe farti vomitare il cibo che hai ingurgitato.»
«Addirittura?»
«Senti qua. Stamani ci chiama una donna. A quanto pare, quando ha aperto la porta di casa per uscire e andare al lavoro, si è trovata un sacchetto sullo zerbino. E dentro il sacchetto di tela c’erano… Rullo di tamburi…»
«Finiscila, Rais.»
«C’erano ventotto denti umani.»

2

Titanic Quarter, Belfast, Irlanda del Nord

Eva si sentì accapponare la pelle.
«Ho sentito bene?»
«Hai sentito benissimo. Ventotto denti, lavati in maniera superficiale, tanto che in alcuni c’erano ancora filamenti e pezzetti di tessuto gengivale… Una roba da schifo, credimi.»
Eva storse le labbra in un’espressione disgustata e disse: «Va’ avanti».
«Ovviamente, a chi potevano dare un caso del genere? Alla pecora nera della Mobile, no? Così ho portato il sacchetto a Medicina legale. Un regalino di Natale anticipato. Hanno bestemmiato come se il Cagliari fosse tornato in serie B… Hai mai sentito parlare di “accertamento autoptico odontoiatrico”?»
«Ti sei dimenticata che lavoriamo insieme alla Omicidi?»
«Avevo rimosso per non affrontare la consapevolezza di questa sfiga.»
Eva sbuffò. «Rais…»
«… comunque, è in corso l’autopsia orale. L’odontoiatra forense si sta divertendo a ricomporre l’arcata dentale. Da un primo esame pare che i denti appartengano alla stessa persona. Un uomo non troppo avvezzo a spazzolino e dentifricio, se ti può interessare. Ne mancano quattro. In teoria, i denti del giudizio.»
«Cristo.»
«Già. Ma aspetta, perché il bello deve ancora arrivare. Secondo quello che dice lo specialista, i denti presentano delle scanalature, dei graffi e delle microfratture tali da far pensare che qualcuno li abbia estratti in maniera poco ortodossa, per usare un eufemismo, quando la vittima era ancora viva. Uno per uno.»
«Che cosa? Ne è sicuro?»
«No. Ma dice che ha una sensazione parecchio forte al riguardo e sta lavorando per irrobustire questa tesi con prove scientifiche. Ha parlato di esami con la luce ultravioletta, laser e diavolerie tecnologiche che non ho capito.»
«Porca puttana…»
«Hai visto le sorprese che può riservare la bella e sonnolenta Cagliari?»
«Come ti stai muovendo?»
«Ho allertato il PM di turno e mi ha dato un minimo di libertà di movimento. Un biologo forense si sta occupando della comparazione genetica per il DNA, ma ci vorrà un po’ di tempo. L’odontoiatra vorrebbe la scheda del dentista curante o anche solo qualche fotografia che mostri la posizione dei denti, per un raffronto.»
«Questo significa che ne conosci già l’identità?»
«No. Però… Sai com’è. Mi sono chiesta perché proprio quella ragazza abbia ricevuto un omaggio del genere, così ho controllato il suo status legale. Dai riscontri di background è saltato fuori che è stata vittima di abusi sessuali da parte del convivente della madre quando era una bambina. È appena uscita da un processo contro il suo violentatore, che è durato quasi quindici anni. Lei ora ne ha ventidue.»
«L’hanno ingabbiato?»
«In un Paese normale, forse… No. L’hanno lasciato andare per cavilli tecnici e prescrizione.»
«E questo ti ha fatto rizzare le antenne.»
«Ci puoi giurare. Il tipo però non risponde al telefono né al citofono.»
«Una bella coincidenza.»
«Puoi ben dirlo.»
«Persone a lui vicine?»
«Zero. Il figlio di puttana vive, ma forse a questo punto sarebbe meglio dire viveva, da solo.»
«Sei già riuscita a trovare il dentista che l’aveva in cura?»
«Non sono una dilettante, Croce. Ho messo cinque dei nostri al telefono a contattare tutte le segreterie degli studi dentistici della città, a partire da quelli più vicini alla sua abitazione e al suo ufficio. Beccato dopo nemmeno un’ora. Uno dei miei sta andando a ritirare la scheda dentale e forse qualche vecchia radiografia, per accertarci che i denti trovati siano i suoi.»
Eva annuì tra sé e sé. Mara Rais non era proprio una donna dai modi soavi e non rientrava nemmeno nel classico stereotipo della rassicurante funzionaria di polizia Giudiziaria, ma era un’investigatrice davvero in gamba. Non sempre però questo ampliava gli orizzonti professionali di una poliziotta, anzi: nel suo caso li aveva ristretti, facendola finire nella lista nera della questura cagliaritana. Eva lo sapeva bene, perché in quella lista ci si era trovata pure lei.
«La ragazza. Hai verificato se…»
«… alibi a prova di bomba, e lo stesso vale per le persone a lei più vicine.»
«Ok. Dove sei ora?»
«Sto andando a casa di lui.»
«Sei sola?»
«Sola con la mia Beretta .9 mm.»
«Non mi piace.»
«Prometto di chiamare i rinforzi se dovessi notare qualcosa di strano. Appena chiudo con te, chiedo un’approvazione telefonica al magistrato per un provvedimento di perquisizione urgente. Direi che le circostanze sono abbastanza impellenti per autorizzarmi a entrare, no?»
Croce rifletté in silenzio per qualche secondo. Fissò una barca di quattro canottieri fendere il placido specchio d’acqua che rifletteva i colori del tramonto. Pareva che l’imbarcazione stesse attraversando un fiume di lava.
«Ci sei ancora?»
«Sì. Nessun dubbio sul fatto che la ragazza fosse la reale destinataria di questo regalo?» domandò Eva, prendendo tempo. Stava cercando di riportare alla memoria un particolare che aveva studiato in un corso di specializzazione sulla profilazione criminale: riguardava i denti, ma al momento non ricordava altro.
«Apparentemente no. La sua è un’abitazione indipendente e vive con la madre. Quindi il campo si restringerebbe a una delle due. Comunque ieri, dopo l’assurda sentenza, hanno trascorso la giornata insieme a casa di alcuni parenti.»
«Ok. Ascolta, ho una brutta sensazione. Domani prendo il primo aereo disponibile e torno giù. Tu vedi di stare attenta e non…»
«… ehi, non ti ho chiamata per questo. Volevo solo avere un tuo parere a caldo per…»
«Sarei rientrata comunque. Ora scrivo anche al dirigente. Ripeto: ho una brutta sensazione, Rais. Quindi ascoltami per una volta, e non entrare in quella casa da sola.»
«Al massimo potrei trovare un cadavere…»
«O un pazzoide che potrebbe farsi una collanina con i tuoi denti.»
Questa volta fu la cagliaritana a rimanere in silenzio.
«Sai cosa significa estrarre ventotto denti? Hai idea di quanto tempo ci si impieghi e di quale freddezza uno debba avere? Chiunque sia stato, non è un criminale qualunque» continuò Eva, sperando di intimorirla.
«Chiamerò qualcuno dei nostri» si risolse a dire Mara.
«Aggiornami subito. Io vado a fare i biglietti.»
Eva chiuse prima che la collega potesse controbattere. Riprese a correre, diretta in albergo. Chiese all’assistente vocale del cellulare di fornirle una panoramica sui voli per la Sardegna. Ne trovò uno all’alba che, dopo uno scalo a Londra, le avrebbe permesso di essere a Cagliari nel primo pomeriggio. Lo acquistò. Mandò un messaggio vocale al dirigente della Mobile dicendogli che avrebbe ripreso servizio l’indomani, in anticipo di una settimana rispetto al piano ferie. Risolte quelle questioni, accelerò il passo e lasciò che Starlight dei Muse cadenzasse la sua falcata col ritmo adrenalinico di basso e batteria.

3

Quartiere Barracca Manna, Cagliari

Se le avessero chiesto qual era la parola che più qualificava il lavoro di un investigatore, Mara Rais avrebbe risposto: l’attesa. Certo, un’indagine poteva riservare degli sporadici minuti – e più raramente ore – di turbolenza e adrenalina a mille, ma al novantanove per cento il suo lavoro era caratterizzato da tempi morti, burocrazia, caffè scadente, appostamenti infiniti e attese snervanti. Questo, per un carattere pragmatico e impulsivo come il suo, rappresentava una tortura kafkiana.
La telefonata al PM di turno non era andata come aveva previsto.
«In tutta sincerità, la sua ipotesi mi pare tirata coi denti, giusto per stare in tema. Non vi è sussistenza di qualsiasi connessione tra…»
Dopo quelle parole d’esordio, Mara aveva smesso di ascoltare il magistrato, ben consapevole di dove sarebbe andato a parare.
«Per quanto ne sappiamo al momento, potrebbe trattarsi di uno scherzo di cattivo gusto» aveva concluso il sostituto procuratore.
“Il solito codardo con le palle mosce” aveva pensato Rais.
«Mi ha sentito, dottoressa?»
«Certo. Quindi?» aveva replicato piccata l’ispettrice.
«Quindi aspettiamo di avere qualche elemento certo, per esempio un’identificazione sicura da parte dell’odontoiatra forense. Se dovesse arrivare, mi richiami e l’autorizzerò a entrare.»
“Come puoi biasimarlo?” si era detta Mara, chiudendo la comunicazione. “D’altronde il bastardo è un pedofilo. Se qualcuno gli ha fatto il servizio, ha avuto quello che si m...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Un colpo al cuore
  4. Prologo
  5. PRIMA PARTE. Verità sommerse
  6. SECONDA PARTE. L’illusione del bene
  7. TERZA PARTE. Nessuna giustizia
  8. Epilogo
  9. Copyright