Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde
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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

NUOVA TRADUZIONE DI MICHELE MARI

  1. 128 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

NUOVA TRADUZIONE DI MICHELE MARI

Informazioni su questo libro

Nella notte di Londra, un uomo calpesta volutamente una bambina, non curandosi delle sue grida. Rincorso da un passante, il demoniaco signor Hyde accetta di risarcirla con del denaro: ma l'assegno che produce ha la firma del distinto Jekyll, un medico stimato da molti. È l'inizio della caduta di Jekyll in un vortice di stranezze: si isola, pare tormentato da angosce violente, e soprattutto fornisce a Hyde - che ispira orrore istintivo, e che è accusato di delitti ripugnanti - non solo denaro, ma anche protezione in casa sua. Quale oscuro patto può unire due personalità tanto diverse? Riproposta qui in una nuova e ispirata traduzione dello scrittore e poeta Michele Mari, che coglie sapientemente le atmosfere inquietanti del testo originale, questa fantasia nera di Stevenson ambientata in una Londra allucinata e circospetta (nel 1886, quando il romanzo fu pubblicato, in città era attivo Jack lo Squartatore) ha dato corpo all'idea della doppia personalità. E nel condurre il lettore in una trama che ha il ritmo del romanzo giallo e la tensione dell'horror, porta a galla verità che non appartengono solo allo sventurato, ambizioso Jekyll, ma che parlano ai lati oscuri di ognuno di noi.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2020
Print ISBN
9788817149006
eBook ISBN
9788831802444

PIENA CONFESSIONE DEL CASO RILASCIATA DA HENRY JEKYLL

Sono nato nell’anno 18.., erede di un’ampia fortuna, dotato inoltre di eccellenti requisiti, portato per natura alla laboriosità, desideroso del rispetto delle persone sagge e buone e quindi, a quanto si poteva prevedere, con ogni garanzia di un futuro onorato e distinto. Di fatto il peggiore dei miei difetti era un’impaziente vivacità, quella che ha fatto la felicità di molti, ma che io trovavo difficile conciliare con il mio imperioso desiderio di andare a testa alta, e di mantenere in pubblico un sembiante singolarmente austero. Da qui il fatto che io tenessi nascosti i miei piaceri; e quando, giunto all’età della riflessione, incominciai a guardarmi intorno e a fare l’inventario dei miei progressi e della mia posizione nel mondo, mi ritrovai già segnato da una profonda doppiezza di vita. Molti uomini si sarebbero addirittura vantati di trasgressioni come quelle di cui ero colpevole; ma dall’alto delle mie ambizioni, le custodivo e nascondevo con un senso di vergogna quasi morboso. Fu quindi l’esosa natura delle mie aspirazioni, più che un particolare accentuarsi dei miei difetti, a far di me quel che ero, separando in me, con un solco più profondo che nella maggioranza degli uomini, quelle regioni del male e del bene che dividono e formano la duplice natura del composto umano. Di conseguenza, fui portato a riflettere profondamente e incessantemente su quella dura legge di vita che è alle radici della religione ed è una delle più copiose fonti di angoscia.
Pur essendo così profondamente scisso, non ero affatto un ipocrita; entrambe le mie componenti erano sincere; quando perdevo ogni ritegno e sprofondavo nell’onta ero me stesso non meno di quando mi dedicavo, alla luce del giorno, all’accrescimento della conoscenza o a lenire il dolore e la sofferenza. Andò così che il tenore delle mie ricerche scientifiche, che puntavano interamente al mistico e al trascendentale, reagisse diffondendo una forte luce sulla consapevolezza del perenne conflitto fra le mie parti. Ogni giorno di più, e con entrambi gli aspetti della mia intelligenza, quello morale e quello intellettuale, mi avvicinavo risolutamente a quella verità, dalla cui parziale scoperta sono stato condannato a un naufragio così spaventoso: e cioè che l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due. Dico due, perché il livello della mia conoscenza non va oltre questa soglia.
Altri verranno, altri mi supereranno sulla stessa strada; io mi limito ad azzardare che alla fine l’uomo sarà visto come una mera aggregazione di inquilini multiformi, incongrui e indipendenti. Per parte mia, data la natura della mia esistenza, ho infallibilmente progredito in una direzione e in una soltanto. È stato dal lato morale, e nella mia stessa persona, che imparai a riconoscere la radicale e primitiva dualità dell’uomo. Capii che, fra le due nature che combattevano nel campo della mia coscienza, se potevo ritenermi a pari diritto l’una o l’altra era solo perché io ero fondamentalmente entrambe; e da moltissimo tempo, ben prima che il corso delle mie scoperte scientifiche incominciasse a suggerirmi la mera ipotesi di un simile miracolo, mi abituai a indugiare con piacere al pensiero della separazione di quegli elementi, come si trattasse di un delizioso sogno ad occhi aperti. Se ognuno di essi, mi dissi, potesse albergare in un’identità separata, la vita sarebbe alleggerita di quanto è insopportabile; l’ingiusto potrebbe andare per la sua strada, libero dalle aspirazioni e dai rimorsi del suo gemello più retto; e il giusto potrebbe procedere sicuro e tranquillo nel suo cammino verso l’alto, facendo quel bene su cui fonda il proprio diletto, e non più esposto alla vergogna e al pentimento a causa di un male che gli è estraneo. Era la maledizione dell’umanità che quelle incompatibili fascine fossero legate assieme così strettamente; che nel grembo tormentato della coscienza quei poli gemelli fossero sempre in lotta fra di loro. E allora, come riuscire a dissociarli?
Mi ero spinto fin qui nelle mie riflessioni, come ho detto, quando dalle mie ricerche di laboratorio una luce trasversale incominciò a illuminare la questione. Gradualmente, più in profondità di quanto fosse mai stato asserito da alcuno, percepii la tremolante immaterialità, la vaporosa transitività di questo corpo apparentemente solido dal quale siamo rivestiti. Scoprii che certi agenti hanno il potere di scuotere e rimuovere l’involucro corporeo, come un colpo di vento solleva le cortine di un padiglione.
Non approfondirò questa parte scientifica della mia confessione per due buoni motivi. Primo, perché ho imparato a mie spese che il destino e il fardello della nostra vita gravano per sempre sulle spalle dell’uomo, e che quando si cerca di liberarsene ritornano su di noi con un peso ancora più estraneo e spaventoso. Secondo, perché, come il mio racconto, ahimè, renderà fin troppo evidente, le mie scoperte erano incomplete.
Basterà dire allora che non solo considerai il mio corpo naturale come mera aura ed emanazione di determinati poteri che costituivano il mio spirito, ma anche che riuscii a preparare una sostanza grazie alla quale quei poteri avrebbero perso la loro supremazia per essere rimpiazzati da una seconda forma e da un secondo aspetto non meno naturali per me perché, recandone l’impronta, erano l’espressione degli elementi più infimi del mio spirito. Esitai a lungo prima di sottoporre questa teoria a una verifica pratica. Sapevo bene di rischiare la morte; perché una droga che controlla così potentemente e scuote lo stesso baluardo dell’identità poteva, per un impercettibile sovradosaggio o per il minimo errore al momento dell’esperimento, cancellare del tutto l’immateriale tabernacolo che io stavo cercando di modificare.
Ma alla fine la tentazione di una scoperta così singolare e rivoluzionaria prevalse sulle remore della prudenza. Già da tempo avevo preparato la mia soluzione; acquistai subito, da una ditta di forniture chimiche all’ingrosso, un cospicuo quantitativo di un sale speciale che sapevo essere, in seguito ai miei esperimenti, l’ultimo ingrediente necessario; e una notte maledetta, a tarda ora, mescolai gli elementi, li guardai bollire e fumare nel bicchiere, e finita l’ebollizione, ricorrendo a tutto il mio coraggio, trangugiai la pozione. Provai delle fitte lancinanti: uno scricchiolio nelle ossa, una nausea mortale, e un orrore dello spirito che non può essere maggiore nemmeno al momento della nascita o della morte. Poi quelle sofferenze incominciarono a diminuire velocemente, e mi ripresi come dopo una grave malattia. C’era qualcosa di strano nelle mie sensazioni, qualcosa di indescrivibilmente nuovo e, per la sua stessa assoluta novità, incredibilmente dolce. Mi sentivo più giovane, più leggero, più tonico nelle membra; al contempo avvertivo una potente irrequietezza, un flusso di disordinate immagini sensuali che correvano nella mia fantasia come la gora di un mulino, uno scioglimento dalle pastoie del dovere, una sconosciuta ma non per questo innocente libertà di spirito. Al primo respiro di questa nuova vita mi accorsi di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, venduto come uno schiavo al mio male originale; ma tale pensiero, in quel momento, mi rassicurò e deliziò come fosse vino. Tesi le braccia, esultando nell’ebrezza di quelle sensazioni; e così facendo, mi accorsi improvvisamente di essere diventato più basso.
A quell’epoca non c’era uno specchio nel mio studio; quello che ho di fianco mentre scrivo fu portato in seguito proprio in funzione di queste trasformazioni. In ogni caso alla notte stava già succedendo l’alba – anche scura com’era, era matura per la concezione del giorno – e gli inquilini di casa mia erano immersi nelle ore più pesanti del sonno; e decisi, inondato com’ero da un senso di speranza e trionfo, di avventurarmi fino alla mia camera da letto nella mia nuova forma. Attraversai il cortile, dove mi parve che le costellazioni guardassero stupite verso di me, la prima creatura di quel genere svelata alla loro veglia incessante. Strisciai per i corridoi, straniero in casa mia; e arrivato in camera da letto, vidi per la prima volta l’aspetto di Edward Hyde.
Qui devo parlare solo in termini teorici, dicendo non ciò che so ma ciò che ritengo più probabile. La parte malvagia della mia natura, alla quale avevo ora trasferito il potere di plasmarmi, era meno robusta e meno sviluppata di quella onesta appena dismessa. Del resto nel corso della mia vita, che dopo tutto era stata per nove decimi una vita di sacrifici, di virtù e di disciplina, essa era stata molto meno esercitata e molto meno sfruttata. Da qui, credo, il fatto che Edward Hyde fosse molto più piccolo, più leggero e più giovane di Henry Jekyll. E mentre il bene riluceva nell’aspetto dell’uno, il male era ampiamente ed esplicitamente scritto sulla faccia dell’altro. Inoltre il male (che devo continuare a ritenere il lato mortale dell’uomo) aveva lasciato su quel corpo un’impronta di deformità e di corruzione. Eppure quando osservai allo specchio quell’orrendo simulacro non avvertii alcuna ripugnanza, ma al contrario uno slancio di benvenuto.
Anche quello ero io. Sembrava naturale e umano. Ai miei occhi rappresentava una più viva immagine dello spirito, sembrava più semplice e definito rispetto all’espressione imperfetta e divisa che fino a quel momento ero abituato a considerare come la mia. E in questo avevo senza dubbio ragione. Ho notato che quando avevo l’aspetto di Edward Hyde, nessuno poteva avvicinarsi a me senza una palese e fisiologica diffidenza. Questo, per come la vedo, perché tutti gli esseri umani che incontriamo sono commisti di bene e di male: Edward Hyde, unico nelle fila dell’umanità, era puro male.
Indugiai davanti allo specchio solo un attimo: il secondo e conclusivo esperimento doveva ancora essere effettuato, perché restava ancora da vedere se avessi perso la mia identità al di là della possibilità di ripristinarla, e dovessi fuggire prima del giorno da una casa che non era più la mia. Affrettatomi al mio gabinetto, preparai un’altra volta la pozione e la bevvi, un’altra volta soffrii lo spasmo della dissoluzione, e un’altra volta tornai a me stesso con il carattere, la statura e il volto di Henry Jekyll.
Quella notte ero arrivato al crocevia fatale. Se mi fossi accostato alla mia scoperta con uno spirito più nobile, se avessi corso il rischio dell’esperimento sotto la spinta di aspirazioni generose o pie, sarebbe stato tutto diverso, e da quelle agonie di morte e di vita sarei uscito come angelo e non come demone. La droga non aveva un potere discriminante, non era né diabolica né divina; si limitava a scardinare le porte della prigione in cui erano rinchiusi i miei desideri: e come i prigionieri di Filippi, chi era dentro poteva fuggire via1.
A quell’epoca la mia virtù sonnecchiava, mentre il male, tenuto sveglio dall’ambizione, era all’erta e pronto a cogliere l’occasione: e la cosa che ne venne fuori era Edward Hyde. Pertanto avevo ora due personalità così come avevo due aspetti, una interamente malvagia, mentre l’altra era ancora il vecchio Henry Jekyll, quell’incongruo composto della cui riforma e del cui miglioramento avevo già imparato a disperare. Così il cambiamento andava per intiero verso il peggio. A quel tempo non avevo ancora vinto la mia avversione per l’aridità di una vita di studio. A volte avevo ancora voglia di divertirmi, ma poiché i miei piaceri erano a dir poco disdicevoli, e io non solo ero ben conosciuto e altamente considerato, ma andavo anche verso un’età rispettabile, questa incoerenza di vita mi stava diventando giorno dopo giorno sempre più pesante.
Fu sotto questo aspetto che il mio nuovo potere mi tentò fino a farmi cadere in schiavitù. Mi bastava bere la soluzione per abbandonare subito il corpo del rispettabile professore e rivestire, come uno spesso mantello, quello di Edward Hyde. Sorridevo al solo pensarci; mi sembrava anche una cosa divertente; e facevo i miei preparativi con la massima cura. Presi e arredai la casa di Soho, dove la polizia sarebbe venuta a cercare Hyde; e assunsi come custode una creatura che sapevo bene sarebbe stata silenziosa e priva di scrupoli.
Sull’altro fronte, annunciai alla mia servitù che un certo signor Hyde (che descrissi) aveva piena libertà e facoltà di movimento nella mia casa sulla piazza; e, per evitare imprevisti, feci delle visite a me stesso per rendermi familiare anche nella mia seconda personalità. Successivamente stilai il testamento sul quale avete avuto tanto da ridire, in modo che se mi fosse successo qualcosa nella persona del dottor Jekyll sarei potuto subentrare in quella di Edward Hyde senza perdita di denaro. Così, premunito per ogni evenienza (almeno pensavo), incominciai ad avvalermi delle singolari impunità della mia posizione. In passato gli uomini ingaggiavano degli sgherri per compiere i loro crimini, mentre la loro persona e reputazione rimanevano al riparo. Io fui il primo a potermi procurare personalmente i miei piaceri. Fui il primo a potere incedere in pubblico con il proprio carico di affabile rispettabilità, e in un momento, come uno scolaretto, spogliarsi di quel prestito e gettarsi a capofitto nel mare della libertà. Ma per me, sotto il mio impenetrabile mantello, la salvezza era certa. Pensateci… Non esistevo nemmeno! Mi bastava rifugiarmi nel mio laboratorio, darmi due o tre secondi per mescolare la pozione che tenevo sempre pronta; e qualsiasi cosa avesse fatto, Edward Hyde scompariva come un alone di fiato su uno specchio; mentre al suo posto, tranquillamente a casa, intento a regolare la lampada notturna del suo studio, ci sarebbe stato un uomo in grado di ridere di ogni sospetto: ci sarebbe stato Henry Jekyll.
I piaceri che mi affrettavo a procurarmi sotto il mio mascheramento erano, come ho detto, disdicevoli; non riuscirei ad usare un termine più duro. Ma in mano a Edward Hyde, incominciarono a diventare mostruosi. Quando tornavo indietro da quelle escursioni ero spesso pervaso da una specie di meraviglia per la depravazione del mio alter ego. Questo personaggio familiare che avevo evocato dalla mia stessa anima, e mandato in giro da solo a soddisfare i propri piaceri, era un essere intimamente maligno ed infame; tutte le sue azioni, tutti i suoi pensieri erano egoistici; con bestiale avidità trovava piacere in ogni tipo di tortura inflitta agli altri, spietato come un uomo di pietra. A volte Henry Jekyll rimaneva inorridito alle gesta di Edward Hyde; ma la situazione esulava talmente dalla legislazione ordinaria, da rilassare subdolamente la presa della coscienza. Dopo tutto era Hyde, e solo Hyde, a essere colpevole. Jekyll non era peggiorato; al suo risveglio ritrovava le proprie buone qualità, apparentemente intatte; anzi si affrettava, quando possibile, a rimediare al male fatto da Hyde. Così la sua coscienza sonnecchiava.
Non ho intenzione di entrare nei dettagli delle infamie di cui fui corresponsabile (perché ancora adesso non riesco ad ammettere di averle commesse). Voglio solo evidenziare le avvisaglie e i passi successivi con i quali il mio castigo si avvicinava. Mi capitò un incidente cui, non avendo avuto conseguenze, mi limiterò ad accennare. Un atto di crudeltà verso una bambina sollevò contro di me l’ira di un passante, che giorni dopo riconobbi come un vostro parente; un dottore e la famiglia della bambina lo raggiunsero; ci furono attimi in cui temetti per la mia vita; e alla fine, per placare il loro più che giusto risentimento, Edward Hyde dovette portarli fino alla porta d’ingresso, e pagarli con un assegno firmato da Henry Jekyll. Per il futuro tuttavia questo pericolo fu facilmente eliminato, grazie all’apertura, in un’altra banca, di un conto intestato allo stesso Edward Hyde. E quando, inclinando all’indietro la mia mano, ebbi fornito il mio doppio di una firma, pensai di essermi messo al riparo dalla sorte.
Circa due mesi prima dell’omicidio di sir Danvers, dopo essere uscito per una delle mie avventure, ero rientrato a tarda ora, e l’indomani mi ero svegliato nel mio letto con delle sensazioni piuttosto strane. Invano mi guardavo intorno; invano osservavo il bell’arredamento e le ampie dimensioni della mia camera che dava sulla piazza; invano riconoscevo la trama delle cortine del letto e il disegno della struttura di mogano: qualcosa insi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE
  4. Storia della porta
  5. In cerca del signor Hyde
  6. Il dottor Jekyll era alquanto tranquillo
  7. Il caso del delitto Carew
  8. L’episodio della lettera
  9. Il grave episodio del dottor Lanyon
  10. L’episodio della finestra
  11. L’ultima notte
  12. Il memoriale del dottor Lanyon
  13. Piena confessione del caso rilasciata da Henry Jekyll
  14. Cronologia della vita e delle opere
  15. Bibliografia
  16. Copyright