Notti senza sonno
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Notti senza sonno

  1. 468 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Notti senza sonno

Informazioni su questo libro

Harry Bosch, il detective creato da Michael Connelly, riscopre la paternità mentre indaga sulla morte di un bambino. Attraverso gli occhi di un vecchio carcerato, James Lee Burke dipinge un Sud degli Stati Uniti lussureggiante e disperato. Una vedova si ritrova sola in casa con un pazzo omicida nel racconto di Alice Munro, mentre Joyce Carol Oates scrive di una madre angosciata che lascia una lettera al marito rivelandogli una sconvolgente verità. Jeffery Deaver sceglie il meglio del thriller americano per presentare ai suoi lettori una sequenza di istantanee che raccontano un'America spietata.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2021
Print ISBN
9788817049962
eBook ISBN
9788831802833

Beanball

di Ron Carlson
Oh, grandioso: adesso la strada era tutta solchi che facevano sbandare a destra e a sinistra la Volkswagen; Driscoll afferrò il volante con entrambe le mani, senza rallentare, mentre veniva sballottato di qua e di là, con un sorriso, un sorriso quasi antico, stampato sul volto. La strada accidentata stava finendo: era vicino. Il fatto che quei posti esistessero ancora rianimava Driscoll, cancellava gli oltre milleduecento chilometri percorsi da Houston, e lo faceva stare seduto a schiena dritta. Poi, mentre procedeva, a una trentina di chilometri orari, le ruote si incanalarono in solchi diversi e la piccola auto si inclinò da una parte, si capovolse all’improvviso e finì in un cespuglio. Anche Driscoll fece un breve volo e batté leggermente la fronte contro il parabrezza, come gli era già capitato almeno una decina di volte nei quattro anni che era stato in America Centrale. Si appoggiò allo schienale, immobile. Spense il motore e scese. Sapeva già quali erano i danni: il paraurti anteriore, il cofano del bagagliaio, le valigie stipate. Aveva smesso di trasportare le attrezzature sul davanti dopo la sua prima strada sterrata in Messico. Adesso sul davanti metteva i suoi effetti personali e le scartoffie. La serratura del baule era rotta da più di due anni, e l’aveva rimpiazzata con un gancio di metallo che si era fatto da sé. Aveva il portatile, la videocamera e il rilevatore laser nel sedile posteriore, dentro un vecchio borsone da baseball.
Scese dall’auto, una gamba alla volta. Era solo un cespuglio, una pianta tropicale dolce e profumata, quello in cui si era infilato, ed era ora di fare una sosta. Driscoll appoggiò le grandi mani sul tetto della vettura e, facendo leva con esse, distese le ginocchia e sentì tirare la vecchia ferita alla spalla sinistra. Portò con delicatezza la mano alla tempia. Attese per accertarsi che la vista non gli si stesse annebbiando. Era divertente. Ogni ragazzino sarebbe stato felicissimo di vederlo, di giocare e poi fare lanci di cui il rilevatore laser avrebbe misurato la velocità. Driscoll avrebbe lasciato nel villaggio due dozzine di palle da baseball e avrebbe scritto la sua paginetta di relazione. Un ragazzo su venti avrebbe avuto la possibilità di andare al Nord. Due delle scoperte di Driscoll giocavano nel campionato americano, e avrebbero continuato ancora a lungo. Uno dei due era il primo guatemalteco che aveva scovato. Alberto Molinas, diciannove anni. Driscoll sarebbe stato ospite della sua famiglia, probabilmente; gli piaceva che il suo arrivo rappresentasse uno dei pochi eventi positivi nella vita di quella gente. Parlava uno spagnolo approssimativo e accoglieva la loro ospitalità esuberante con franco realismo. No conseguir tus esperanzas para arriba. Era una frase sciocca, perché traboccava già di speranza, ma lui si opponeva a quelle illusioni in modo onesto. Era gentile e spediva sempre regalini – giubbotti della squadra, cartoni di palle da baseball – accompagnati da una lettera.
È stato un onore conoscervi ed essere ospite della vostra meravigliosa famiglia. Sono spiacente di non potervi offrire l’opportunità di fare una prova con la nostra squadra, per il momento. Come ricorderete dalla nostra conversazione, siamo al completo di lanciatori. Vi faccio i miei migliori auguri di un futuro nel baseball nel vostro Paese. Credo ancora che sia il gioco più bello del mondo. Dio vi benedica,
G. Driscoll
La cosa buffa era che, anche se le lettere erano quasi sempre simili, Driscoll ogni volta credeva a ogni parola che vi era scritta.
All’improvviso si levò un rumore nella giungla; all’inizio gli parve un sibilo proveniente dagli pneumatici. Poi lo stridio si fece più acuto e crebbe fino a quando non sentì vibrare il suolo: si avvicinavano dei veicoli. Driscoll rimase in piedi accanto alla sua piccola automobile e attese. Una cinquantina di metri di fronte a lui un convoglio sbucò dagli alberi, alla velocità di circa ottanta chilometri orari su una strada che sembrava in migliori condizioni e che lui non aveva visto. Di sicuro non era segnata sulla mappa. C’erano quasi una ventina di mezzi tra jeep e altri veicoli assemblati alla bell’e meglio, e un carro, molto malandato, su cui viaggiavano delle persone. Rimase sbalordito e si accovacciò. Percepì un movimento nel cespuglio di fronte e si materializzarono due ragazzetti a torso nudo, che si alzarono al passaggio dell’ultima jeep e cominciarono a scagliarle contro dei sassi. Due piccoli esterni che lanciavano verso la casa base. Per un attimo, dopo il passaggio del convoglio, tutto tacque nella giungla, e poi gli uccelli ricominciarono a lanciare i loro richiami dagli alberi.
«Ehi.» Driscoll chiamò i due ragazzini, la cui schiena scura fremette, in allarme. Bastò che sventolasse il berretto da baseball per farsi accompagnare al villaggio di Rio Palisades e alla casetta di Alberto Molinas.
Driscoll non era mai stato in una città più piccola. La giungla equatoriale cresceva praticamente a ridosso degli edifici intonacati di bianco allineati sulla stradina affollata. C’era una fontana bassa in quella che doveva essere la piazza, e il cielo era solcato da un groviglio di centinaia di cavi elettrici. Sentiva il ronzio dei generatori tra i cespugli mentre seguiva i due ragazzi, Ernesto e Larry, fino a casa di Molinas, dopo aver parcheggiato l’auto di fronte alla locanda a un solo piano. Non fu sorpreso quando vide un’antenna parabolica sul tetto: tutto il mondo è paese. I due ragazzi fecero una gran fatica a portare il borsone di Driscoll dalla parte opposta del villaggio e poi su per una stradina a una sola carreggiata, per circa duecento metri, fino a un gruppo di piccoli cottage, ognuno con giardino antistante. Il giovane senza camicia all’ombra di una delle piccole case con indosso pantaloni militari e anfibi e che leggeva in inglese una copia del Libro delle liste, era Alberto Molinas.
Molinas e Driscoll lanciarono per un’ora. Poche cose piacevano al ragazzo come giocare a baseball; era chiaro che era nato per quello sport. Il braccio di Driscoll era in forma e i lanci gli liberarono la mente dalle fatiche del viaggio di tre giorni. Non parlarono, si limitarono a concentrarsi sui lanci. Molinas scoprì che il rilevatore laser era rotto, quindi Driscoll improvvisò e, dopo aver visto quello che gli premeva, prese tre delle quattro palle da baseball che avevano usato e le lanciò al piccolo crocchio di ragazzini che avevano assistito impalati allo spettacolo, e loro le afferrarono al volo. Driscoll passeggiò nella piazza fino a quando non ottenne il segnale sul cellulare e inviò un messaggio al presidente della squadra, Morgan Winchester: Sto portando su qualcuno per un provino.
Quella sera dai Molinas la cena fu un evento: due polli e bottiglie ghiacciate di Moza. La madre e la sorella di Alberto servivano a tavola; tortillas e ciotole di salsa, piatti di avocado e pomodori, un pentolone nero di frijoles borrachos, un gran vassoio di ceramica con il riso e un secondo con i due polli, arrostiti e tenuti al caldo. A tavola erano seduti la nonna di Alberto, i suoi genitori e la sorella maggiore, Lucinda. I genitori di Alberto si chiamavano Gloria e Juvenal, e quando fu loro presentato, Driscoll disse all’uomo, più anziano di lui, nel suo spagnolo approssimativo: «Suo padre doveva essere un erudito, per averle dato il nome del grande poeta romano».
Juvenal sorrise. «Mio padre era un insegnante, ma aveva anche un gran senso dell’umorismo. Quando gli ho chiesto del romano, mi ha detto che aveva letto il nome in un libro quando era all’Avana, e pensò che calzava a pennello per il sottoscritto.» Driscoll rise. La cena era cominciata.
Durante il pasto si rese conto che aspettavano un segno da lui, ma lo facevano con discrezione. Alberto aveva detto una sola cosa, e in inglese, dopo i lanci in giardino: «Vorrei con tutto me stesso giocare nei campionati americani». E ora, nonostante le loro ardenti speranze, tutti erano riguardosi, calorosi, ospitali. Gli avevano messo davanti i piatti pieni di cibo invitandolo amichevolmente a servirsi di nuovo. Alla fine la sorella non ce la fece più e disse: «L’abbiamo vista giocare, signor Driscoll».
«Sì?» disse lui.
«Lei è molto bravo.»
«Giocare mi piaceva moltissimo.» Compresero tutti il tono della sua risposta, e così, nel silenzio, aggiunse: «Avete visto la mia ferita?».
«Sì» confermò il padre.
«Adesso è in forze» disse Lucinda.
«Sono in forze» ripeté Driscoll, e di nuovo qualcosa nel tono della sua voce cambiò l’atmosfera, al punto che Lucinda si sporse da dove era seduta, accanto a lui, e gli toccò il viso.
«¿Pero no sonríes?»
«Non proprio» rispose, voltandosi verso di lei e prendendo l’espressione che, dai giorni della ferita, sostituiva il sorriso. «Ma riesco a masticare», e sollevò di nuovo la forchetta.
«Lei era molto bravo» intervenne Juvenal. «È un peccato che la sua carriera nel baseball sia stata...» Qui si fermò per trovare la parola giusta e concluse: «Abbreviata».
«Sto bene» disse Driscoll, parlando lentamente. «Incontro tanti giovani giocatori talentuosi.»
«E poi quali altri progetti ha?» gli chiese Juvenal.
La nonna di Alberto posò le mani aperte davanti a sé e guardò Driscoll dritto negli occhi dall’altro capo del tavolo. Teneva il mento sollevato e il suo spagnolo era scandito e attento. Juvenal reagì con una certa ruvidezza, mentre la sorella di Alberto disse «nonna», come se la stesse rimproverando.
«Gradisce un po’ di caffè, signor Driscoll?» chiese Juvenal, e sua moglie si alzò.
La nonna parlò ancora a Driscoll, con un tono di voce gentile. Aveva gli occhi umidi e sorrideva coraggiosamente. Juvenal cominciò a protestare di nuovo quando Driscoll si intromise, allungando la mano sul tavolo e appoggiandogliela sul polso. «Alberto è un ottimo giocatore di baseball. È un buon lanciatore.»
«Non c’è bisogno che me lo ricordi. Nessuno lo sa meglio di me» rispose la donna.
«Lasci che mi spieghi meglio» disse Driscoll. «Rimarrò in contatto con Alberto, anche se forse tutto finirà in un nulla di fatto. Capisce?»
«Siamo realisti» ribatté lei.
«È un forte lanciatore destro, giovane, con una mira insolitamente accurata e notevole velocità. Lancia con un destro più forte di tutti quelli che ho trovato. È vero.»
«E lei è un esperto in materia» disse la vecchia come se fosse un dato di fatto.
«Sono un esperto» ripeté Driscoll, sorridendo. «Ma rimangono lo stesso molte variabili.» Si voltò verso Juvenal, poi verso Alberto. «Organizzerò un provino» disse. «Sarebbe possibile un viaggio al Nord tra due settimane?»
«¿Todos nosotros?» chiese la nonna.
«No» rispose Driscoll. «Solo Alberto. Per lanciare con gli allenatori. Penserò io ai preparativi per il viaggio.»
«Verrò» accettò il giovane.
«Tieni presente che potresti non ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Notti senza sonno
  4. Prefazione. di Otto Penzler
  5. Introduzione. di Jeffery Deaver
  6. N. J. AYRES. Ruggine
  7. TOM BISSELL. Appuntamento con il Vendicatore
  8. ALAFAIR BURKE. Averla vinta
  9. JAMES LEE BURKE. Big Midnight Special
  10. RON CARLSON. Beanball
  11. MICHAEL CONNELLY. La festa del papà
  12. DAVID CORBETT. Piccolo delizioso parassita
  13. M. M. M. HAYES. A tempo perso, Quentin Ghlee
  14. CHUCK HOGAN. Duemila volt
  15. CLARK HOWARD. Manila Burning
  16. ROB KANTNER. Down Home Blues
  17. ROBERT McCLURE. Mio figlio
  18. ALICE MUNRO. Radicali liberi
  19. JOYCE CAROL OATES. Caro marito
  20. NIC PIZZOLATTO. Ricercato
  21. GARRY CRAIG POWELL. Kamila e il re di Kandy
  22. RANDY ROHN. L’uomo che si innamorò del ceppo di un albero
  23. KRISTINE KATHRYN RUSCH. G-MEN
  24. JONATHAN TEL. Bola de la fortuna
  25. VU TRAN. In questo o in altri deserti
  26. Crediti
  27. Gli Autori
  28. Copyright

Domande frequenti

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