I giardini degli altri
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I giardini degli altri

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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I giardini degli altri

Informazioni su questo libro

Olivier si trasferisce in campagna per le vacanze estive e lì incontra Nina. Lei gli appare all'improvviso, seduta sul ramo di un tiglio. Assomiglia a una creatura del bosco e quasi non sembra vera. E invece è vera come vere sono le loro corse tra i campi, i bagni al fiume, le cacce al tesoro. Un giorno, nel misterioso Podere dei Tigli, Nina e Olivier scoprono un quaderno ingiallito, che contiene una storia. È una storia di scritti segreti e di Camere delle Meraviglie, una storia vecchia più di cento anni, che tra le loro mani torna a essere viva e più vicina che mai. Torna in una nuova edizione il secondo romanzo per ragazzi di Marta Barone, dedicato a un'estate incantata, a un'amicizia che nasce, alle storie che sono sempre ritorni.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2021
Print ISBN
9788817149204
eBook ISBN
9788831802727

Capitolo 1

Ogni viaggio, diceva la mamma, è un ritorno. Olivier non capiva bene cosa volesse dire. Ritorno a cosa? Ritorno dove? Per quello che ne sapeva lui, ogni ritorno era un ritorno, e questo sì che aveva senso. Ma quando aveva chiesto spiegazioni, lei si era limitata a sfarfallare una mano con aria ispirata.
“Anzi” aveva aggiunto, come colpita da un’illuminazione, “ogni storia è un ritorno.”
Poi lo aveva guardato e gli aveva chiesto perché diamine non fosse già uscito per andare a scuola che erano le otto. Olivier era fuggito a lavarsi i denti e il discorso era caduto lì.
Ogni tanto però ci pensava ancora. Anche adesso che stavano andando alla casa che la mamma aveva affittato per l’intera estate. “Un Posto Tranquillo”, aveva detto, e Olivier aveva sentito le maiuscole sferzargli le orecchie. Mentre guardava il paesaggio scorrere fuori dal finestrino, le curve dolci delle colline e le nuvole che galoppavano sopra i campi verde e oro, si era chiesto a cosa stessero tornando, esattamente, visto che lì non ci erano mai stati. Non lo chiese ad alta voce, però. Olivier non diceva quasi niente ad alta voce.
La casa si trovava ai margini di un piccolo bosco non troppo fitto, poco lontano da un paese – comunque abbastanza perché fosse il Posto Tranquillo che la mamma voleva. Sbucò dagli alberi all’improvviso e probabilmente prese alla sprovvista anche la mamma, che infatti frenò piuttosto bruscamente.
«Caspita» disse, dopo essere rimbalzata sul sedile. «Tutto bene, tu?»
«Tranquilla, non sei riuscita a uccidermi neanche oggi» rispose lui, dandole una pacca sul braccio. Lei gli lanciò un’occhiataccia e parcheggiò proprio davanti alla veranda.
La casa era dipinta di verde e le tegole del tetto e le imposte erano di un marrone brunito; Olivier pensò che sembrava cresciuta dalla terra come le cose che la circondavano. Ai margini dello spiazzo di fronte alla veranda si intrecciavano arbusti di lavanda, rose di macchia e rosmarino officinale. Un gruppo di alberi era un po’ discosto dagli altri.
«Che alberi sono quelli?» domandò Olivier, indicandoli.
«Tigli» disse la mamma. «Non sono boschivi, significa che sono stati piantati. Ora però aiutami a scaricare, scioperato!»
Passarono le due ore successive ad arieggiare, pulire e sistemare le loro cose. Intanto, Olivier ne approfittò per esplorare un pochino. La casa era meno grande di quanto sembrasse da fuori: al pianoterra c’erano un soggiorno enorme, una cucina piena di luce col pavimento di cotto e uno spazio che secondo la mamma doveva essere stato, un tempo, quello della dispensa; al primo piano, due camere da letto, un piccolo studio e due bagni. Olivier scelse la camera con il letto sotto la finestra perché i rami dell’albero più vicino arrivavano quasi a toccarla. Se tendeva la mano, poteva accarezzare le foglie.
«E questo che albero è?» non poté fare a meno di chiedere.
«Un sorbo» sorrise la mamma, affacciata alla porta.
Cenarono in veranda, con la tavola che avevano portato fuori dal soggiorno. La mamma tagliò dei pomodori e del pecorino e il pane che si era fermata a comprare nel piccolo negozio di alimentari del paese prima di arrivare. Mangiarono annusando gli odori della sera. Un maggiolino venne a passeggiare sul tavolo e poi ronzò via nella luce del tramonto.
«Sei contento di essere qui?» chiese la mamma in tono un po’ ansioso, mentre gli passava la ciotola dell’insalata.
«Sì» rispose Olivier, netto. Lei continuava a guardarlo, accigliata. Forse si sentiva in colpa, ma lui era contento davvero. Erano lì perché sua madre aveva bisogno di un posto dove scrivere; aveva una consegna importante a settembre ed era paurosamente in ritardo, perciò necessitava della massima pace. Certo, lei era un’egoista, ma Olivier amava il suo egoismo ingenuo. E poi, quel luogo gli piaceva. Gli dava proprio la sensazione di ritorno di cui lei aveva parlato quella volta, anche se non avrebbe saputo spiegare perché.
Rimasero in silenzio qualche minuto. Olivier finì di mangiare, mentre sua madre guardava fuori sorseggiando lentamente un bicchiere di vino.
«Facciamo una passeggiata?» propose di colpo. «Dai, i piatti li laviamo dopo.»
Si incamminarono lungo il sentiero che andava verso i campi e poi in direzione del paese, una mulattiera ombreggiata dal grano ormai alto. C’era ancora luce, una luce morbida, ambrata, nostalgica. La mamma si tolse le scarpe e se le lanciò oltre la spalla, reggendole per i lacci con due dita. I suoi lunghi piedi forti si appoggiavano sul terreno con grazia.
«Non mi sentivo così bene da mesi» disse dolcemente.
La mamma di Olivier era nata in Francia, in Normandia, vicino al mare grigioverde del Nord, e benché se ne fosse andata molto piccola, seguendo i suoi genitori, conservava in sé qualcosa di quello spirito selvatico, del vento che piega l’erica nella landa, dell’intimità con la terra. Era nascosto dentro di lei, in un posto che rimaneva irraggiungibile persino a Olivier, ma c’era. Il suo cuore aveva bisogno di quel cielo e di quei campi.
A volte Olivier si chiedeva se non fosse stato quello stesso animo segreto e libero da vincoli ad aver infine allontanato suo padre. Ma sapeva anche che non poteva essere quella l’unica ragione.
Arrivarono fino a una piccola altura e Olivier si arrampicò su una roccia.
«Un giorno, mia cara» disse a sua madre, allargando le braccia sul panorama «un giorno tutto questo sarà tuo.»
Lei lo guardò sardonica.
«Spero che sia il giorno in cui ti farai furbo, Olivier.»
Lui ignorò risolutamente quei tentativi di sciupare il suo umorismo.
«Domani cominci subito a scrivere?»
«Sì, certo» sbuffò la mamma, già angosciata. «Se non prendo il ritmo non finisco più. Dio, quanto odio le scadenze!»
Scriveva libri per ragazzi e a volte articoli sulla letteratura per l’infanzia – dipendeva da quanti seminari aveva tenuto durante l’anno. Sin da piccolo, Olivier era abituato a vedere per casa, in mezzo a tutti gli altri libri, volumi con il nome di sua madre scritto in stampatello maiuscolo sul dorso. Anzi, probabilmente era stata la prima cosa che aveva imparato a leggere perché la vedeva in continuazione. LÉOPOLDINE NEMEY. LÉOPOLDINE NEMEY. LÉOPOLDINE NEMEY. C’erano due mamme: la sua, quella che scriveva in casa in ciabatte pelose e capelli appuntati sulla cima della testa con una matita, e quella delle interviste e delle presentazioni, che gli sembrava distante e artefatta anche se conservava dei tratti conosciuti. In quei momenti era più LÉOPOLDINE NEMEY che la sua mamma, insomma.
Olivier era cresciuto in mezzo alle parole, parole di ogni colore, parole nel latte della colazione, parole che si arrampicavano sui muri, che si nascondevano sotto le lenzuola, che scrocchiavano sotto i suoi piedi come foglie secche in autunno. Per questo conosceva il valore del silenzio. E per questo il silenzio era il suo habitat naturale. Era rimasto in silenzio anche quando suo padre se n’era andato, ormai così tanti anni prima che il ricordo era quasi sbiadito. E rimaneva in silenzio ogni volta che lui rimandava un incontro con una telefonata sbrigativa, con voce lontana, annoiata, quasi infastidita dal fatto di doversi scusare.
Lui, pensò Olivier tristemente e non senza una punta di colpevole perfidia verso sua madre, non doveva aver sentito parlare del fatto che ogni storia è un ritorno. Forse, in quel caso, si sarebbe sentito obbligato a tornare un po’ più spesso.

Capitolo 2

La mattina dopo Olivier si svegliò presto. Fuori la brezza muoveva le foglie del sorbo, che proiettavano sul pavimento della stanza le loro ombre impazzite. Aprì la finestra e provò un curioso brivido di eccitazione: l’aria sembrava fremere di attesa, così satura che avrebbe potuto esplodere all’improvviso insieme a lui, un turbinio di molecole variopinte che sarebbero schizzate in tutte le direzioni. Non sapeva perché si sentisse così, ma rimase in ginocchio sul letto, affacciato alla finestra, ancora per qualche minuto; voleva conservare quell’attesa esaltante, simile a quella della vigilia di Natale, ma ancora più concentrata e decisamente fuori stagione.
Poi scese dabbasso. La mamma naturalmente era già sveglia e già vestita; Olivier non riusciva a capire come facesse, ma non dormiva mai oltre le sei del mattino. Lei diceva di essere un’anziana con trent’anni di anticipo.
«Buongiorno» gli disse. «Che testa che hai!»
Lui cercò di sistemarsi i capelli con la mano, con l’unico risultato di arruffarli ancora di più.
«Non scocciarmi di prima mattina. Che ore sono?»
«Le otto e mezza. Sei mattiniero oggi! Ti fai un giro dopo colazione?»
Olivier ammiccò. Era una domanda non certo priva di secondi fini. Sicuramente la mamma aveva intenzione di lavorare, e non voleva che lui le stesse fra i piedi.
«No, voglio restare con te tutto il giorno perché ti voglio tanto bene.»
«Che essere spregevole» commentò lei prendendo il latte dal frigo.
Mezz’ora dopo Olivier era fuori. La mamma si era installata nel soggiorno perché diceva che lo studio al primo piano era troppo piccolo e la soffocava. Accanto al portatile aveva messo un piattino di biscotti e una bottiglia d’acqua, aveva inforcato gli occhiali e il suo sguardo era improvvisamente diventato assente: Olivier sapeva che da quel momento in poi – c’era ancora un passaggio in realtà, la formazione di una rughetta in mezzo alla fronte che segnava la chiusura definitiva al mondo esterno – sua madre era scollegata. Meglio così: l’avrebbe lasciato in pace fino all’ora di pranzo.
Fuori, la rugiada si era già asciugata ma aveva lasciato il suo odore segreto sulle foglie e sui fiori, che si tendevano golosamente verso il sole dolce del mattino. I tigli mandavano un profumo stordente. Olivier si sarebbe aspettato di sentire delle cicale, ma c’era invece un grande silenzio, rotto soltanto dai rumori del bosco e dagli uccellini. Si fermò un po’ incerto sotto un tiglio. Non sapeva da dove cominciare.
Uno scricchiolio sopra la testa gliela fece sollevare di scatto. Su un ramo solido dell’albero, a una certa altezza da terra, era seduta una bambina. Olivier non la poteva vedere bene da lì; portava scarpe da tennis sdrucite e aveva gambe altrettanto sdrucite, un reticolo di lividi e croste.
«E tu che ci fai qui?» chiese lei allegramente.
«E tu, invece?» le rispose, seccato dal dislivello tra di loro. Lei rise, una risata bizzarra che sembrava il verso di un chiurlo, e saltò giù dal suo ramo.
Olivier fece un passo indietro d’istinto. La bambina-albero sorrideva. Aveva capelli lisci e scuri tagliati corti, che le accarezzavano i lobi delle orecchie, e una frangetta morbida e disordinata che le lasciava scoperta metà fronte. Era piena di lentiggini: sul naso a patata, sulle guance, sulle braccia, persino sulle clavicole delicate che sbucavano dalla t-shirt. Gli occhi sembravano proprio quelli di un gatto, con il loro taglio obl...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Capitolo 1
  4. Capitolo 2
  5. Capitolo 3
  6. Capitolo 4
  7. Capitolo 5
  8. Capitolo 6
  9. Capitolo 7
  10. Capitolo 8
  11. Capitolo 9
  12. Capitolo 10
  13. Capitolo 11
  14. Capitolo 12
  15. Capitolo 13
  16. Capitolo 14
  17. Copyright