Sono utilizzati qui due testi, entrambi editi e tradotti a cura di K. Meyer in appendice al libro di A. Nutt: The Celtic Doctrine of Re-birth (1897).
Il primo testo, molto breve, porta il titolo Tucait Baile Mongáin (L’occasione della «Follia di Mongan») scritto forse nel VII secolo, conservato in un codice del XII secolo, il Lebor na hUidre. Riferisce come la storia (ora perduta) intitolata Baile Mongáin fosse stata narrata in stato di ebbrezza da Mongan stesso alla moglie in una fortezza dell’altro mondo in cui s’erano rifugiati: Mongan narrò le sue molte avventure per una notte intera, ma per un intero anno secondo il computo del nostro mondo.
Il secondo testo, che occupa quattordici pagine a stampa, porta il titolo Compert Mongáin ocus serc Duibne Lacha do Mongán (Il concepimento di Mongan e l’amore di Duv Lacha per Mongan); venne scritto attorno al XIV secolo ed è conservato in un codice del XV secolo, il Libro di Fermoy.
Il primo testo è usato da Stephens come cornice per il secondo, ma egli vi aggiunge un’ulteriore cornice di sua invenzione: la circostanza cioè che la storia di Mongan sia riferita da un narratore di professione a san Finnian.
Ciò che Mongan, vieppiù ebbro, racconta, trapassa dal tono serio all’umorismo, alla comicità, alla risata. Ma l’attenzione di Stephens si sposta soprattutto sulla struttura «a scatole cinesi» della narrazione: non per puro gioco formale ma per tessere implicitamente l’elogio del prezioso rito del narrare. (Straordinaria è qui tanto l’occasione in cui Mongan si decide a rivelare il suo passato alla gelosissima moglie, quanto l’occasione in cui l’ultimo depositario di quella rivelazione la riferisce a chi finalmente avrà cura di affidarla alla scrittura).
L’abate1 del monastero di Movilla aveva fatto circolare la voce tra i narratori di storie d’Irlanda che, se si fossero trovati nelle vicinanze, avrebbero dovuto recarsi al monastero, perché desiderava raccogliere e trascrivere storie che altrimenti correvano il pericolo di venir dimenticate.
«Anche queste cose meritano di essere raccontate» diceva.
In special modo desiderava raccogliere le storie che narravano fatti avvenuti prima che il Vangelo giungesse in Irlanda.
«Perché anche tra quelle ci sono storie molto belle» diceva «e sarebbe un peccato se chi verrà dopo di noi dovesse ignorare ciò che successe tanto tempo fa e le imprese degli antenati.»
Così, appena un narratore di storie capitava da quelle parti, lo si indirizzava al monastero, dove era ben accolto e gli veniva offerto a volontà quel che v’era di meglio.
I contenitori dei manoscritti dell’abate cominciarono a stiparsi, ed egli osservava quella quantità crescente con gioia e orgoglio. Di sera, quando le giornate erano corte e la luce se ne andava presto, chiedeva che gli portassero uno di quei manoscritti, e a lume di candela se lo faceva leggere per potersi rassicurare che la storia fosse bella come gli era sembrata al primo ascolto.
Un giorno arrivò al monastero un narratore di storie; fu, come gli altri, accolto con calore e gli si offrì assai più di quanto potesse desiderare.
Disse che il suo nome era Cairidè e che aveva da raccontare una storia come migliori non ne esistevano tra le storie d’Irlanda. Udendo queste parole, all’abate scintillarono gli occhi; si fregò le mani e sorrise all’ospite.
«Come è intitolata la tua storia?» domandò.
«La follia di Mongan2.»
«Non l’ho mai sentita prima» disse l’abate tutto contento.
«Sono l’unica persona che la conosca» confermò Cairidè.
«Com’è possibile?» domandò l’abate.
«Perché appartiene alla mia famiglia» rispose il narratore di storie. «Quando Mongan andò nel regno fatato, c’era con lui un Cairidè della mia stirpe. E questo Cairidè ascoltò la storia il giorno in cui fu raccontata per la prima volta. Poi la raccontò a suo figlio, e suo figlio la raccontò a suo figlio, e il figlio del trisnipote di questo figlio la raccontò al figlio di suo figlio, e costui la raccontò a mio padre e mio padre la raccontò a me.»
«E tu la racconterai a me!» esclamò l’abate esultante.
«Certo» disse Cairidè.
Portarono cartapecora e penna d’oca. Gli amanuensi si sedettero ai loro tavoli. Vicino al narratore fu messa della birra ed egli raccontò all’abate questa storia.
Disse Cairidè:
A quel tempo moglie di Mongan era Brótiarna, la Donna Ardente. Era fiera e passionale e fu chiamata Donna Ardente perché il sangue le affluiva improvvisamente alle guance mentre la stavi guardando, e quella ch’era sembrata un giglio si trasformava in una rosa. Amava Mongan con trasporto e abbandono: e anche per questo lui la chiamava Donna Ardente.
Eppure anche nei momenti più sfrenati ci doveva essere in lei qualcosa che la tratteneva: se infatti era felice del suo amore, provava in esso anche tormento, come tutte le persone che amano i grandi della Terra e si sforzano di esserne all’altezza, quando è impossibile riuscirci. Perché suo marito era a un tempo di più e di meno di se stesso. Meno di se stesso essendo ora Mongan. Più di se stesso essendo per lungo tempo scomparso dal mondo degli uomini. Molti molti anni addietro, per lui era stato cantato il lamento e si erano svolti i giochi funebri: e Brótiarna sentiva che in quell’uomo c’erano segreti, esperienze, conoscenze di cui lei non era partecipe e per le quali provava molta gelosia.
Soppesava tutto ciò che Mongan diceva, su qualsiasi argomento, e quando Mongan parlava nel sonno, lei stava ad ascoltare il sogno. E quello che, così ascoltando, raccoglieva, la tormentava molto più di quanto non l’appagasse, perché sulle labbra di Mongan c’erano continuamente nomi di altre donne, con accenti a volte di grande affetto, altre di rabbia o sconforto, e nel sonno parlava con familiarità di gente morta ormai da secoli e ricordata solo dai narratori di storie. Brótiarna era molto turbata e veniva presa da accessi di curiosità.
C’era un nome, tra quelli pronunciati da suo marito, cui pensava più spesso che ad altri per l’insistenza con cui ritornava e il tono di angoscia, amore e desiderio di chi lo pronunciava: quel nome era Duv Laca. Pur chiedendo e richiedendo a Cairidè, il suo narratore di storie, non riuscì a scoprire nulla di una donna che fosse stata conosciuta con il nome di «Anatra Nera».
Ma una notte Mongan, mentre sembrava parlasse con Duv Laca, pronunziò il nome del padre di lei: Fiachna Duv mac Demain. Il narratore di storie disse che quel re era morto da moltissimi anni.
Brótiarna ebbe allora l’audacia di chiedere a suo marito di raccontarle la storia di Duv Laca, ed egli, sotto l’impulso del loro amore, promise che un giorno gliel’avrebbe raccontata. Quando però lei gli rammentava la promessa, si turbava e diceva che l’avrebbe raccontata un’altra volta. Con il passar del tempo la povera Donna Ardente divenne sempre più gelosa di Duv Laca e sempre più persuasa che solo scoprendo quello che era accaduto avrebbe potuto trovare un po’ di requie per il suo cuore tormentato e un po’ di pace per la sua curiosità perfettamente naturale. Perciò non perdeva occasione di ricordare a Mongan la sua promessa, e sempre lui gliela rinnovava, ma rimandava il racconto a una volta successiva.
Nell’anno in cui morì Ciaran figlio del Carpentiere, in cui Tuathal Maelgariv venne ucciso e in cui Diarmait figlio di Cerrbel diventò re d’Irlanda, insomma nell’anno 538 della nostra era, si tenne un grande raduno degli uomini d’Irlanda alla collina di Uisnach,1 nella regale contea di Meath.
Oltre al convegno che si doveva tenere, ovunque si svolsero giochi e tornei con un fantastico spiegamento di schiere, festeggiamenti e divertimenti.
Il raduno era durato una settimana, e l’ultimo giorno Mongan si trovò a passare tra la folla con la moglie, sette guardie e il suo narratore di storie, Cairidè.
Era stata una giornata bellissima, con un sole splendente e tanta allegria, ma d’improvviso in cielo le nubi cominciarono ad addensarsi verso occidente mentre altre avanzavano nere da oriente. Quando queste nuvole si scontrarono, il mondo per un poco si oscurò e dal cielo cadde un rovescio di chicchi di grandine, così grossi che tutti rimasero stupefatti, così pesanti e veloci che le donne e i ragazzi nella folla gridavano per il dolore dei colpi ricevuti.
Gli uomini del seguito di Mongan si fecero tetto con gli scudi, ma la grandine colpiva gli scudi in modo tanto violento che essi provavano paura anche standoci sotto. Si allontanarono dagli altri cercando riparo ma, poco lontano, dopo aver oltrepassato il limite di una collinetta e un gruppo di alberi, si trovarono in un batter d’occhio nel sereno.
Un minuto prima avevano udito il risuonare e cozzare della grandine, l’urlo spaventoso del vento, le grida delle donne, l’agitarsi della folla sulla collina di Uisnach; un minuto dopo non udivano più nessuno di quei rumori, non vedevano più nessuna di quelle scene: perché nel medesimo istante erano usciti dal mondo degli uomini ed entrati in quello fatato.
C’è una differenza tra questo mondo e il mondo fatato, ma non la si coglie immediatamente. Là c’è tutto quello che c’è qui, ma le cose che sono là sono migliori di quelle che sono qui.
Tutto ciò che è brillante, là è più brillante. C’è più bellezza negli uomini e più tenerezza nelle donne. Ogni cosa nel mondo fatato è superiore per quel grado di meraviglia: solo per questa migliore qualità potrete capire di essere là, se vi capiterà di andarci.
Mongan e i suoi compagni erano passati dal mondo in tempesta a un mondo soleggiato e pieno di profumi. Appena ebbero messo piede rimasero immobili, sconcertati, guardandosi l’un l’altro in silenzio con aria interrogativa, poi insieme si voltarono a osservare da dove erano venuti.
Ma alle loro spalle non c’era tempesta: là dietro, come di fronte a loro, la luce del sole indugiava, dolce inondazione di vivido oro. Vedevano i lineamenti del paesaggio cui i loro occhi erano abituati, riconoscevano i ben noti punti di riferimento, ma sembrava che le alture in lontananza fossero un po’ più alte e la distesa d’erba che le copriva fosse più verde, più vellutata, che gli alberi avessero un manto più bello e, sparsi su tranquille pianure, fossero p...