Venerdì 6 aprile
Svegliata nel panico, con la bocca secca e il cuore a mille, convinta di non aver sentito la sveglia e che i traslocatori fossero già arrivati. Non era vero, ovviamente: erano le 3.43 del mattino. Ma era anche la sesta volta che mi svegliavo a quel modo, le possibilità di non sentire la sveglia per davvero salivano a ogni risveglio e il panico cresceva in modo proporzionale. Peraltro, nei brevi intervalli di sonno che ero riuscita a strappare all’ansia avevo sognato che i traslocatori erano arrivati prima che io preparassi anche un solo scatolone e quindi non avevamo potuto traslocare; poi, in un altro sogno ancora più tremendo, avevo impacchettato tutto in modo impeccabile e dirigevo le operazioni con perfetto aplomb solo per scoprire con orrore, mentre sorvegliavo due energumeni che trasportavano il divano, che ero completamente nuda e nessuno me l’aveva fatto notare per educazione; poveri traslocatori dei miei sogni, traumatizzati a vita dalla vista di una quarantacinquenne con le tette al vento che intimava loro di fare piano con quella credenza perché era un cimelio di famiglia.
In realtà non so bene che cosa ci facesse la credenza nel mio sogno. Non ce l’ho neanche più. Era della nonna di Simon, quindi è andata a lui. A dirla tutta, Simon nemmeno la voleva: la detesta in modo irragionevole da quella volta in cui, nel pieno della mia fase shabby chic, l’ho ridipinta di un delizioso verde Nilo. Ma ero determinata a fare le cose per bene e così avevo insistito affinché la prendesse. Era decisamente la correttezza il sentimento che mi aveva animata, non il pensiero che la credenza avrebbe rovinato l’effetto minimal tanto desiderato da Simon per il suo nuovo appartamento, e di quanto si sarebbe incazzato a non potersene liberare mai più perché era appartenuta alla sua cara nonnina.
Quando Simon ha annunciato che se ne andava di casa per “prendersi un po’ di spazio”, non sono rimasta con le mani in mano. Ho visto troppe persone in quella posizione, mollate dal partner che assicurava che era “solo temporaneo”, una “pausa di riflessione”. E il risultato della “riflessione” era che un mese dopo i conti in comune erano prosciugati e c’era la lettera di un avvocato sullo zerbino e un agente immobiliare attaccato al campanello che sosteneva di avere un appuntamento per una valutazione. La “pausa temporanea” non era che un trucco per andarsene di casa con il minimo sforzo e temporeggiare mentre si sistemavano le questioni finanziarie a discapito della persona mollata.
Ma io non mi sarei lasciata fregare tanto facilmente. Il giorno dopo ho controllato il nostro conto in banca scoprendo che Simon aveva prelevato una somma considerevole; per pagare l’affitto, a quanto pare, visto che Geoff non gli aveva lasciato l’appartamento gratis come aveva cercato di darmi a intendere. Al telefono, Simon si era giustificato dicendo che il conto comune era per le “spese essenziali”, al che io gli ho fatto notare che trasferirsi in un appartamento costoso era una sua scelta e quindi per quale cazzo di motivo avrei dovuto cofinanziarla? Appena dopo aver riagganciato ho fatto un paio di chiamate – un agente immobiliare, un avvocato – ho girato la mia parte di quel che restava del conto comune su quello intestato a me; insomma, ho dato il calcio d’inizio alla separazione. Purtroppo casa nostra era aumentata di valore da quando l’avevamo comprata e nessuno dei due poteva permettersi di acquistare la metà dell’altro, così abbiamo dovuto vendere. Il tutto mentre Simon piagnucolava che ero troppo precipitosa e che non era sicuro che la separazione sarebbe stata definitiva.
Ma le villette unifamiliari dal prezzo concorrenziale nel bacino di utenza delle scuole migliori della zona si vendono in fretta; più in fretta di quanto pensassi, in realtà, tanto che ho dovuto trovare alla svelta una nuova sistemazione per me e i ragazzi. Ed ecco come sono arrivata qui, a fissare il soffitto con gli occhi sbarrati, contemplando un futuro nel quale non invecchierò insieme a Simon in un piccolo cottage di pietra con un cespuglio di rose intorno alla porta. Tuttavia, il lato positivo è che almeno io invecchierò in un piccolo cottage di pietra con un cespuglio di rose intorno alla porta. È su questo che mi devo concentrare: sui pro, non sui contro. Sì, perché Simon si è sempre rifiutato di assecondare la mia visione di un cottage rustico e pittoresco, borbottando di fasce di efficienza energetica, mancanza di doppi vetri e soffitti troppo bassi (di certo i soffitti bassi avrebbero ridotto i consumi per il riscaldamento, gli facevo notare io). Ma no, lui storceva il naso ed evidenziava tutti i difetti nelle descrizioni delle Case Dei Sogni che gli mostravo, mugugnando di muffa e infiltrazioni, marcescenza e intonaci sgretolati, urlando: «Trappola mangia soldi! Trappola mangia soldi!» mentre io gridavo di rimando: «Anima e carattere! Che cosa sarà mai un po’ di muffa quando una casa ha ANIMA e CARATTERE?».
Da architetto, Simon ha sempre avuto l’ultima parola (mentre io ero solo «una che lavora con i computer», come diceva lui) su tutto quel che riguardava la casa, sfoggiando termini tecnici e citando il costo proibitivo di un nuovo tetto (a sentire lui, ognuna delle case di cui mi innamoravo aveva bisogno di un tetto nuovo, anche se il grazioso tetto spiovente d’epoca aveva fatto il suo lavoro per un secolo e passa) e così, uno a uno, i miei sogni erano rimasti schiacciati sotto il peso di barbose considerazioni pratiche.
Ma finalmente, libera dall’infedele bastian contrario distruttore delle mie fantasie immobiliari fatte di cucine in pietra lavica e finestre inglesine, ho trovato il cottage dei miei sogni. Be’, non che sia esattamente il Cottage dei Miei Sogni. Il mio conto in banca non poteva arrivare a tanto, nemmeno dopo la decisione di quella pazza furiosa della mia ex cognata Louisa, che ha deciso di sferrare l’ennesimo colpo al patriarcato diventando lesbica e trasferendosi in una comune di sole donne con la sua nuova compagna, Isabel, e ha finalmente liberato la casa che la famiglia di Simon mi aveva convinto (dopo estenuanti ricatti emotivi) a comprare per lei diversi anni prima. Il risentimento per aver dovuto finanziare le sue inconcludenti avventure con i guadagni dell’unica iniziativa economicamente riuscita della mia vita, la mia bellissima app Un gin tonic per la mamma, era durato per anni; non che questo avesse contribuito alla crisi del mio matrimonio, figuriamoci. Ma Louisa se n’è andata, la sua (mia) casa è stata venduta e la risultante iniezione di liquidità mi ha permesso di comprare un Cottage Quasi dei Sogni con un mutuo non insostenibile. Evviva! Sarà magico. A patto di non guardare troppo da vicino le chiazze d’umidità, che si potranno certamente coprire con una bella mano di bianco, e il fatto che per permettermi una casa con il giardino per Giudicane, il cane giudicone, e tre camere da letto per me e i ragazzi ho dovuto spostarmi in periferia. Estrema.
Ma che importa! Mi prenderò cura del mio orto con un adorabile paio di stivali di gomma e una quantità imbarazzante di tessuti fantasia firmati Cath Kidston (be’, probabilmente non proprio “firmati”, dal momento che costano un occhio e io sono ormai una Madre Single, ma sono certa che eBay mi fornirà ben più abbordabili versioni taroccate). Avrò anche un pollaio: galline Sussex tricolori, ho deciso, perché mi piace il nome e quando le ho googlate ho letto che sono una razza chiacchierona. Che bisogno c’è di un uomo se hai delle galline chiacchierone? Spero solo che Giudicane non cerchi di mangiarsele. Gli ho già fatto un discorsetto intimidatorio, ma lui ha reagito con uno dei suoi sguardi da «non presto attenzione alle tue ciarle insensate, donna, e farò quel che ritengo più opportuno». Per fortuna Giudi è sempre stato il mio cane, sin da quando l’ho adottato tra le proteste di Simon, e anche se con il tempo Simon gli si è affezionato quasi quanto me, non c’è mai stato alcun dubbio che sarebbe rimasto con me dopo il divorzio. Gli avrei anche lasciato Peter e Jane se proprio li avesse voluti, ma avrei lottato fino all’ultimo per l’affidamento esclusivo di Giudi…
Peter e Jane non hanno accolto con grande entusiasmo il mio Magnifico Piano di trasferimento in campagna. Sebbene, a dire il vero, non ci trasferiamo in aperta campagna e anzi, rientriamo ancora (per un soffio) nel bacino di utenza della loro scuola, e quindi gli sarà risparmiato il trauma ulteriore di cambiare scuola oltre a quello di avere una Famiglia Divisa a Metà (si dice ancora? Mi ricordo Tracy Barlow di Coronation Street strepitare che lei veniva da una Famiglia Divisa a Metà quando Ken e Deirdre attraversavano uno dei loro frequenti divorzi; non che importasse, tanto sarebbero tornati insieme entro la replica del sabato).
Ciò nonostante, i ragazzi non hanno accolto bene l’idea di andare a vivere “in culo al mondo”, soprattutto vista la mancanza di autobus notturni che li riportino a casa dalle loro feste da alcolisti in erba. Ho il sospetto che almeno Jane, che ha quindici anni, ogni tanto si scoli qualche Bacardi Breezer, o qualsiasi altra schifezza iperzuccherata vada per la maggiore tra i Giovani di Oggi. Peter ne ha solo tredici, quindi spero di avere ancora un annetto prima che anche lui imbocchi la strada della perdizione. Non smetto di sperare, però, che si dichiarino entrambi astemi convinti, avendo una madre che serve più da Terribile Monito che da Buon Esempio quanto agli Effetti Nocivi Dell’Alcol. Ho tentato di rabbonirli promettendo che li andrò a prendere ogni qual volta ne avranno bisogno e gli ho ricordato allegramente che ogni due weekend si fermeranno a dormire a casa di loro padre in città, e quindi sarà a) un problema suo e b) facilissimo tornare a casa dalle feste e dai pub poco raccomandabili che servono drink ai minorenni. Simon era presente a questo annuncio e devo dire che dalla sua espressione non trapelava puro entusiasmo.
Lui, intanto, ha trovato l’Appartamento Dei Suoi Sogni, la Candida Scatola Minimal a cui ha anelato per anni e anni. Quando guardava Grandi progetti in TV, praticamente sbavava ogni volta che qualcuno si costruiva una casa che aveva tutto l’aspetto di un cubo spoglio, contemplando con sconforto il nostro salotto incasinato. Abbiamo litigato anche su questo quando gli ho fatto notare che non poteva comprare un loft open space ma che doveva prevedere un posto dove i suoi FIGLI potessero dormire quando si fermavano da lui (non ci aveva pensato, poverino). Alla fine, a malincuore, ha trovato un compromesso: un appartamento con una camera da letto di dimensioni normali, un’altra più piccola che avrebbe usato come studio e in cui avrebbe messo un futon per Jane (io non sapevo nemmeno che i futon esistessero ancora, pensavo che fossero scomparsi negli anni Novanta insieme alla mia giovinezza e allo slancio verticale delle mie tette) e quello che Simon chiamava ottimisticamente uno «stanzino» per Peter e che io e Peter chiamavamo con il suo nome: un armadio. A parte il fatto che Simon deve chiudere il suo unico erede e figlio maschio in un armadio a weekend alternati, devo ammettere che dalle foto l’appartamento sembra carino. Se non altro la credenza sarà un vero pugno in un occhio!
Be’, tanto vale che mi alzi a bere una tazza di tè in santa pace, prima di dare inizio al lungo e penoso processo di estrarre due adolescenti dalle rispettive tane. Da una parte mi chiedo se non sarebbe più semplice lasciarli nei loro letti e dire ai traslocatori di caricarli sul camion e installarli ancora addormentati nelle loro nuove camere. Quanto ci metterebbero ad accorgersi di trovarsi in un’altra casa? A dire il vero, Peter lo noterebbe quasi subito perché al risveglio punterebbe il frigorifero come un sonnambulo, pronto a inalarne l’intero contenuto nel nome di uno “spuntino”, e scoprirebbe che non è più al solito posto, il che ritarderebbe il suo “spuntino” di trenta fatali secondi.
Che strano pensare che questa è l’ultima volta in cui mi sveglio in questa casa. Nei giorni scorsi ci sono state un sacco di “ultime volte”. Alcune sono state malinconiche, come dare l’ultima buonanotte ai ragazzi nelle camerette in cui hanno dormito da quando erano piccoli. Peter e Jane non sembravano molto turbati quando ho lacrimevolmente cercato di rimboccargli le coperte. Mi hanno detto che mi stavo comportando da sciroccata e mi hanno mandata via. Altre ultime volte sono state meno tristi. Nascondere per l’ultima volta con un angolo del tappeto il segno sul parquet dove Giudi ha vomitato e i suoi succhi gastrici hanno rimosso la vernice dal legno. Sbattere per l’ultima volta contro quello stramaledetto spigolo sporgente del mobile della cucina. Pulire per l’ultima volta il tavolo e ignorare il buco creato dal coltello che Jane ha lanciato a Peter in un momento di rabbia, probabilmente per un’offesa imperdonabile come averla guardata in faccia.
Ma non è il momento di soffermarsi sulle ultime volte. È una giornata di PRIME volte e nuovi inizi! Spero tanto che Giudicane non rimanga t...