A Sergio la casa di nonna Rosa era sempre piaciuta e la prospettiva di trasferircisi per qualche mese lo riempiva di felicità. L’aria preoccupata e quasi colpevole con cui sua madre gli aveva comunicato quel proposito gli risultava del tutto incomprensibile: a lui andare a Fiume pareva proprio una bellissima idea!
«Sìììììì» aveva detto soltanto, quando lei glielo aveva proposto, gettandole le braccia al collo e baciandola sulla guancia.
Sdraiato sul divano, stava contando tra sé i riquadri a fiori della striscia più alta della carta da parati. Sapeva già che ce n’erano trentadue, ma gli piaceva lo stesso contarli ogni pomeriggio, quando si metteva a riposare in soggiorno e dalla cucina arrivava il rumore dei piatti che la mamma stava lavando. In genere non riusciva a contarli tutti e si addormentava prima, gustando in bocca il sapore dell’ultima cosa che aveva mangiato per pranzo, che quel giorno era una fetta del delizioso strudel-ricetta-segreta della casa. Ma se per caso non succedeva, passava a contare le foglie della decorazione verticale o dei piccoli fiorellini rossi e alla fine il sonno non tardava ad arrivare.
Da quando aveva imparato a contare, alcuni anni prima, aveva preso l’abitudine di farlo in molte diverse occasioni e a volte neppure più se ne accorgeva.
Contava quando si annoiava. Contava quando doveva aspettare. Oppure, come in quel caso, contava prima di addormentarsi. Provava a indovinare i passi che ci volevano per arrivare da un muro a un altro, il numero di mattonelle in cucina o le forchettate occorrenti per finire la pastasciutta. A volte faceva delle scommesse con se stesso: ce ne vorranno tredici, pensava, e poi si faceva i complimenti se indovinava o ci andava almeno vicino.
«Tesoro, sei sveglio?» gli aveva domandato Gisella sedendosi sul divano accanto a lui.
«Sì, mamma, che c’è?»
Lei gli aveva carezzato piano i capelli.
«Pensavo… ti piacerebbe andare a trovare la nonna e le cuginette? Potremmo partire domani e rimanere un po’ con loro, cosa ne pensi?»
Sergio amava Napoli e il suo quartiere, il Vomero, quella collina fitta di case, alberi e tornanti da cui si vedeva tutta la città e la ferita sempre aperta di Spaccanapoli che pareva dividere i napoletani in due fazioni opposte, buoni e cattivi, abitanti dell’est e dell’ovest, simpatici e antipatici. Fantasticava spesso, appoggiato alla ringhiera del belvedere, sul perché quella strada fosse stata costruita così dritta e imperiosa e sul motivo per cui avesse un’aria così divisiva, tipicamente sua e di nessun’altra. Si poteva percorrere e attraversare, certo, eppure dall’alto aveva l’aria di un confine invalicabile. Chi era nato da una parte si ritrovava per sempre diviso e opposto a chi si trovava dall’altra. Senza altro motivo che quella strada dritta e severa come un ordine.
Gli piaceva la piccola casa al piano rialzato di via Morghen 65 Bis in cui vivevano e trascorreva ore felici a giocare nel suo giardinetto, stando sempre attento – questo era il patto – a rimanere dove la mamma potesse vederlo. A volte invitava un amico, ma più spesso trascorreva il tempo scavando buche e costruendo fortini con la terra, impilando pietre o cercando di catturare qualche lucertola. Gisella di tanto in tanto si affacciava alla finestra e rimaneva a guardarlo finché lui, sentendosi osservato, tirava su gli occhi e incontrava i suoi. Allora gli sorrideva, lo salutava con la mano e tornava alle sue faccende.
Negli ultimi mesi però la vita non era più quella di prima.
Da quando era iniziata la guerra e suo padre era stato fatto prigioniero, lui e la mamma stavano quasi sempre da soli o al massimo trascorrevano qualche ora pomeridiana a parlare con i vicini nel loro noiosissimo salottino. Gisella era spesso nervosa e di cattivo umore, la sera ascoltava la radio e trascorreva ore immersa nella scrittura di interminabili lettere indirizzate a sua madre Rosa e sua sorella Mira.
Persino la sua ottima cucina era peggiorata, il che per Sergio, che era molto goloso, era forse la cosa più triste.
La guerra in generale aveva peggiorato tutto. Aveva reso le persone più diffidenti, al punto che quelle che incrociavano per strada a volte tiravano dritto senza neanche salutarli.
Capitavano cose assurde.
«Non devi più giocare con quel bambino, hai capito bene?» aveva gridato un giorno al figlio il padre di Antonio, uno dei suoi migliori amici.
Si erano incontrati al giardino comunale e stavano scavando un percorso per le biglie. Lui però l’aveva afferrato per un braccio tirandolo via con violenza come se fossero stati sul punto di tirare un sasso contro una vetrina: «Mai più!» aveva gridato. «Mi hai sentito? Mai più!»
Antonio si era messo a piangere e anche a Sergio erano venute le lacrime agli occhi. Cosa avevano fatto di sbagliato? Perché se l’era presa così?
Tornato a casa ne aveva parlato con la madre.
«Sono tutti nervosi tesoro, è colpa della guerra» aveva detto Gisella carezzandogli la spalla e cercando di minimizzare l’accaduto.
«Ma mamma… non stavamo facendo niente di male, te lo giuro… abbiamo giocato a biglie tante altre volte e il papà di Antonio mi conosce bene…»
«Non è colpa tua, non ci pensare più» aveva tagliato corto Gisella. «Vedrai che vi capiterà ancora di giocare insieme. Adesso che ne dici piuttosto di aiutarmi a fare dei biscotti?»
Sergio l’aveva accompagnata in cucina senza molta convinzione.
Per via della guerra i negozi erano ormai vuoti, e senza ingredienti anche per una supercuoca come Gisella era impossibile cucinare bene. La spesa si faceva con le tessere, una grigia e una verde, che davano diritto a certe quantità di cose da mangiare. Una volta aveva sentito una signora chiamarle “le tessere della fame” e non gli erano servite altre spiegazioni per capire cosa intendesse. Per usarle in un negozio bisognava fare lunghe file e spesso capitava di entrare e trovare solo sacchi di farina, pasta o riso poggiati per terra, in cui il commerciante affondava un contenitore di metallo per tirare fuori la quantità prevista dalla tessera e pesarla sulla bilancia. Zucchero, pane e latte erano razionati e carne, uova e formaggi erano ormai quasi introvabili. A Fiume – pensava Sergio – sarebbe stato tutto diverso!
La casa di nonna Rosa era grande e allegra, sempre piena di gente e profumata di cibo in cottura. Lì non ci si annoiava mai!
Anche se la vedeva di rado, Rosa era la sua nonna preferita. Gli altri nonni erano di Napoli e poteva vederli più spesso, ma questo accadeva solo quando c’era suo padre: quando lui non era in città i loro contatti si riducevano a qualche sporadica e formale visita e a dirla tutta a Sergio questa distanza non dispiaceva affatto, almeno da quando aveva scoperto il soprannome che i nonni avevano dato a sua madre: “l’ebrea”. Non gli era del tutto chiaro cosa intendessero con quel nomignolo, dal momento che la mamma andava a pregare santa Rita e a volte andavano insieme in chiesa, ma avevano un modo di pronunciare quella parola – ebrea! – che faceva capire chiaramente che non apprezzavano Gisella e non la consideravano neppure parte della famiglia.
Se non le vogliono bene – aveva pensato Sergio la prima volta che li aveva sentiti rivolgersi a lei in questo modo – neanche io ne vorrò a loro. La mamma era intoccabile: nessuno doveva mancarle di rispetto o farle del male e in mancanza del padre toccava a lui fare l’uomo e difenderla. Persino dai loro stessi parenti.
Gisella sembrò sollevata dall’entusiasmo di Sergio per la partenza e iniziò subito a preparare le valigie. Una fu interamente dedicata ai regali che avrebbero portato a zia Mira, a nonna Rosa e alle cuginette Andra e Tati: cappelli all’ultima moda che aveva realizzato con le sue mani. Gisella aveva studiato da modista ma a Napoli non aveva molto lavoro e da quando era iniziata la guerra le cose andavano sempre peggio. Quei regali erano stati una fortuna, perché l’avevano tenuta occupata evitandole di rimuginare continuamente sulla sua situazione e sul senso di insicurezza che cresceva in lei. Sergio amava guardarla mentre lavorava intorno alle forme, costruendo un’intelaiatura di rafia che poi rendeva più bella con l’aggiunta di raso, paglia e feltro. Com’era brava, pareva danzare! E quando era assorta nel lavoro tornava a sorridere.
In una seconda valigia, molto più grande dell’altra, non avendo deciso quanto si sarebbero fermati a Fiume, misero un po’ di tutto: vestiti estivi e invernali, costumi da bagno, sciarpe, denaro, qualche giocattolo e alcune fotografie. Più che un viaggio, pareva un trasloco.
«Ciao, Sergio!» esclamò Tati vedendolo entrare.
«Ciao, Sergio!» le fece eco Andra, che aveva solo quattro anni e in quel periodo imitava tutto quello che faceva la sorella maggiore.
Aveva la febbre e la faccia piena di puntini rossi perché Tati le aveva attaccato la varicella, eppure malgrado avessero due anni di differenza lei e Tati sembravano gemelle.
«Ciao…» aveva risposto lui un po’ in imbarazzo, mezzo affogato tra i vari “ma quanto sei cresciuto!” e “incredibile come sei diventato grande” della nonna e della zia Mira, che facevano a gara per avvicinarglisi.
Poi Tati lo aveva preso per mano: «Vieni, andiamo di là a giocare». E in un attimo era stato come se fosse sempre stato lì.
Con Andra e Tati si poteva giocare a qualsiasi gioco. A lui piaceva inventarne sempre di nuovi e loro non si tiravano mai indietro: gli indiani, marito e moglie, il mercatino, maestra e alunni, il circo… i loro preferiti erano almeno una decina e le varianti, con o senza piume in testa, addirittura infinite.
Quando non giocavano, a Sergio piaceva farsi raccontare qualche storia dalla nonna. Lei era una donna piuttosto seria e sorrideva poco. Durante il giorno era sempre indaffarata, ma all’imbrunire si sedeva in poltrona e se alla radio non c’era niente di interessante si prestava volentieri alle richieste del nipote. I tre bambini allora si sedevano tutti insieme su una poltrona di fronte a lei e si mettevano ad ascoltare mentre nelle loro menti, come e meglio che sullo schermo di un cinema, prendevano vita luoghi e personaggi sconosciuti.
I racconti iniziavano quasi sempre allo stesso modo: «C’erano una volta in un paese lontano lontano sei bambini bellissimi che si chiamavano Sonia, Gisella, Aaron Ernesto, Mira, Paula e Jossi». Sergio li conosceva tutti: erano sua madre e i suoi cinque fratelli e questo paese era la Bielorussia. Per essere rigorosi – sapeva anche quello – Jossi non sarebbe dovuto mai comparire in quelle storie perché era nato dopo, ma la nonna alla fine aveva ceduto alle rimostranze dei nipoti e aveva accettato di mettere anche lui nei suoi racconti in modo da non escluderlo.
«La loro casa era a Vydrinka» continuava Rosa, «era un paese molto povero e la situazione non era facile. La famiglia di questi bambini coltivava i campi e il papà in più faceva il ciabattino, ma in quel paese a quei tempi solo in pochi potevano permettersi delle scarpe e chi le aveva, per non rovinarle, le metteva solo la domenica o nelle occasioni speciali mentre gli altri giorni camminava a piedi nudi. Il lavoro di Moïse quindi, che era appunto il papà di quei bambini, era troppo poco per sfamare tutti, e lui e sua moglie Rosa erano molto preoccupati perché avevano una bella famiglia ma non abbastanza cibo per nutrirla. Moïse oltre tutto era spesso triste perché aveva una grande nostalgia del mare. Anni prima era arrivato in quella città dopo essere fuggito da Odessa, che era una grande città sulla costa del Mar Nero. Era ebreo e lì gli ebrei all’improvviso non li avevano voluti più, anche se non avevano fatto niente di male. Vydrinka era più sicura, o almeno lo era stata per un certo periodo, ma non c’era il mare e Moïse desiderava profondamente rivederlo e mostrarlo a sua moglie e ai suoi figli, che non l’avevano mai visto.»
Sergio amava profondamente il mare. Quando poteva, da casa sua faceva una corsa fino alla Certosa di San Martino, da dove si vedevano tutta Napoli, il Golfo e il mare a perdita d’occhio. Gli piaceva trovarlo ogni volta diverso: scurissimo e agitato, azzurro chiaro quasi trasparente o a volte di un turchese intensissimo. La nostalgia di Moïse poteva capirla bene e sarebbe stata anche la sua, se un giorno fosse finito in un posto dove non poteva più vederlo!
«Malgrado la povertà la vita scorreva tranquilla, finché un giorno un suo cugino fu ucciso» continuava nonna Rosa seguendo sempre lo stesso copione, che poi era la vera storia della sua famiglia, «e Moïse capì che anche quel posto per gli ebrei non era più sicuro: non avevano colpe, ma era arrivato il momento di partire di nuovo. Si misero in viaggio di notte, come dei ricercati, chiedendo un passaggio a un contadino che andava al mercato con un carretto trainato da un cavallo. Percorsero in questo modo molti chilometri e i bambini si addormentarono cullati e ri...