Il cacciatore di tarante
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Il cacciatore di tarante

  1. 368 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il cacciatore di tarante

Informazioni su questo libro

1870. L'Italia è appena stata fatta, ma per fare gli Italiani la strada è ancora lunga. Giovanni Dell'Olmo, ispettore di pubblica sicurezza a Torino, e il duca Carlo Caracciolo de Sangro, brillante medico a Napoli, incarnano alla perfezione gli stereotipi del Regno: il Nord sabaudo freddo e rigoroso e il Sud borbonico godereccio e superstizioso. Ma i due hanno qualcosa in comune, perché nel loro campo sono i migliori, e questo rende entrambi degli outsider, malvisti da colleghi e sottoposti. Le loro strade s'incrociano quando Giovanni, sulle tracce di un assassino noto come l'Imbalsamatore, viene spedito nel tanto disprezzato Mezzogiorno del Regno per una missione: ironia della sorte, il Ministero gli affianca proprio un napoletano, il dottor Caracciolo de Sangro, esperto tossicologo e grande conoscitore di ragni. Ad Ariadne, infatti, nel Salento più profondo e devoto al santo Paolo, in pochi mesi la taranta sembra aver calato cinque donne, tutte braccianti nei campi di una masseria, provocandone la morte. Ma i conti non tornano, e mettendo da parte i pregiudizi, Carlo e Giovanni dovranno risolvere il mistero di questi decessi sospetti, tra esplorazioni nei sotterranei del paese e rocambolesche sparatorie, e affrontare ognuno la propria nemesi. Martin Rua trasforma l'esoterismo in seducente materia narrativa, regalandoci un thriller dove la Storia è il palcoscenico di un enigma che ha le radici nelle leggende più nere della nostra terra.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2020
Print ISBN
9788817146418
eBook ISBN
9788831800518
PARTE II

Lycosa tarantula

1

Lecce, ultimo giorno di maggio 1870

Il panorama era tornato piatto. Superato in treno l’altopiano delle Murge, visibile in lontananza tra Bari e Brindisi, non erano comparsi altri rilievi: la Puglia aveva offerto il caratteristico panorama salentino, costellato di ulivi a perdita d’occhio. Gli alberi scorrevano davanti a Dell’Olmo, incantato da quel paesaggio a tratti brullo, a tratti punteggiato di verde. Ulivi così contorti non ne aveva mai visti. Quasi scherzi di natura o sculture bizzarre disseminate per la campagna salentina da qualche folle artista locale. Molti tronchi erano dritti alla base ma si dividevano in due parti nel mezzo, ricongiungendosi dove iniziava la chioma e dando vita a curiose spaccature, simili a bocche spalancate, sbadigli o ruggiti di legno.
Da Napoli erano partiti in tre: Caracciolo de Sangro aveva infatti insistito perché Gennaro Scaramuzza venisse con loro. Dopo quel che aveva visto nello studio della villa di Posillipo – e dopo aver promesso al duca che non ne avrebbe fatto parola con nessuno – Giovanni Dell’Olmo aveva immaginato che il dottore avesse bisogno di avere accanto uno dei suoi domestici, così non aveva protestato. Aveva però detto a entrambi che non avrebbe tollerato altri scherzi come quello subìto nel cuore di Napoli. L’ispettore, in verità, non aveva più menzionato il fatto fin quasi a Lecce, e neanche il duca ne aveva più parlato. In un momento in cui erano rimasti da soli nello scompartimento, però, Giovanni non era più riuscito a trattenersi. «Insomma, qual era il suo obiettivo? Dimostrarmi che Napoli è davvero il luogo terribile che descrivono? Io amo la mia città e non vorrei che qualcuno avesse una brutta impressione venendoci per la prima volta. Lei invece…»
De Sangro, guardando annoiato fuori dal finestrino, aveva risposto senza giri di parole. «Speravo che la cosa la convincesse a ripartire subito.»
«E perché mai?»
«Senta, ispettore, io le sono grato per la discrezione che ha usato con me quando… sì, insomma, quando è venuto a casa mia con i suoi colleghi, ma il punto è che voi piemontesi… ecco, non vi sopporto. Nove anni fa ci avete rubato la nostra indipendenza e da allora avete iniziato a prendervi tutto.» Il duca si era quindi voltato a guardarlo. «Più che non sopportarvi, mi disgustate proprio.»
«Se Garibaldi ha trovato la strada spianata, ci sarà un motivo, non le pare? Ufficiali dell’esercito, funzionari e notabili borbonici non sembravano aspettare altro che essere liberati.»
A Caracciolo de Sangro scappò una risata. «Liberati! Ma di che parla? Ve li siete comprati con i nostri stessi soldi, ecco com’è andata!»
«Questo conferma solo che la corruzione era dilagante.»
«Una bugia messa in giro da voi» aveva sibilato il duca. «Avremmo dovuto imbracciare una carabina e darci alla guerra di resistenza. Tutti!»
«Si chiama brigantaggio.»
Carlo lo aveva guardato con disprezzo e fierezza. «Quello che lei chiama brigantaggio io lo chiamo patriottismo.» Si era quindi alzato e aveva aperto la porta dello scompartimento. «Ora mi scusi, vado a rinfrescarmi un po’. C’è aria stantia qui dentro.»
Dell’Olmo aveva istintivamente cercato il suo pacco misterioso, ricordandosi poi che era stato posizionato con gli altri bagagli in corridoio. L’aria stantia alla quale si era riferito Caracciolo era di altra natura. L’ispettore si era reso conto in quel momento di quanto si assomigliassero, di quanto ciascuno di essi ce l’avesse con il retroterra politico-culturale dell’altro. E aveva pensato a quanto sarebbe stata complicata quella collaborazione. Anche perché il duca aveva un equilibrio mentale piuttosto instabile. Dell’Olmo aveva cercato di capire che cosa avesse visto davvero nella camera da letto del medico a Palazzo Donn’Anna, ma de Sangro sembrava non ricordare nulla. Dopo un paio di domande poste con discrezione e rimaste senza risposte, l’ispettore aveva chiesto spiegazioni a Gennaro. «Chi era Julie, Gennaro? È per il dolore della sua perdita che il duca si ubriaca? E quell’inquietante manichino modellato sulle fattezze della ragazza cosa significa?»
Scaramuzza aveva tentennato. Non gli andava di condividere con un estraneo aspetti così intimi e delicati della vita del suo padrone. Dell’Olmo però aveva visto e aveva dimostrato discrezione. ’O torinese si era rivelato una persona corretta, così Gennaro si era convinto a parlare: «Ispetto’, che vi devo dire? Certe volte, quando amiamo qualcuno, facciamo cose che non si possono spiegare. Figuratevi quando si tratta di una cugina della quale siete stato innamorato da piccerillo, che avreste voluto sposare e che invece è morta nel fiore degli anni di vaiolo».
Era dunque quello il motivo del dolore del duca: la morte prematura e mai accettata di quella cugina dal volto di bambola di cui era stato innamorato. Forse, o forse c’era dell’altro. L’ispettore cercò di non pensarci troppo per il resto del viaggio fino a Lecce, che si svolse all’insegna del silenzio. Lui e il duca non si erano più parlati e ora, in vista delle prime case della città, si limitarono a scambiarsi informazioni di servizio. Anche se l’atteggiamento sprezzante del napoletano era forse conseguenza di un lutto mai elaborato, agli occhi di Dell’Olmo non era sufficiente a giustificare i suoi modi; così l’ispettore non riusciva a mostrare calore nel rivolgersi a lui. Del resto, perché avrebbe dovuto? Non aveva mai avuto particolare simpatia per i meridionali, nobili o pezzenti: perché avrebbe dovuto incominciare ora?
Scesi dal treno, trovarono una carrozza ad attenderli sul piazzale fuori della stazione, mandata dalla prefettura. Caricarono i bagagli – facendo attenzione a mettere il pacco di Dell’Olmo lontano da qualsiasi altra valigia – e partirono.
«Si può sapere che cosa diavolo porta lì dentro?» domandò di nuovo infastidito Caracciolo de Sangro, storcendo il naso.
«Un regalo di mia madre.»
«Deve risultare antipatico persino a lei, se le ha donato una cosa tanto puzzolente.»
L’ispettore resistette all’impulso di mandarlo a quel paese. «Invece mi adora.»
«Sarà…»
Il caldo tra i vicoli del centro antico di Lecce sembrava amplificato dalla luminosa pietra che, come un ricco abito da sposa, prendeva superbe forme plastiche tra le chiese e i palazzi barocchi. Dell’Olmo non riusciva a credere ai suoi occhi e, pur continuando a sventolarsi e ad asciugarsi il sudore, non smetteva di ammirare le bellezze della città. Quando la carrozza si arrestò davanti alla Prefettura, ospitata nel sontuoso ex convento dei Celestini, poco mancò che cascasse dal predellino uscendo dall’abitacolo. «Ciama n’autr… che roba…»
Gennaro e il duca lo guardarono con sufficienza e si avviarono verso l’ingresso principale dell’edificio, circondato di bugne, finestre con volute e ghirlande.
Raggiunsero l’ufficio del prefetto e si fecero annunciare.
L’avvocato Alfonso de Caro, sulla cinquantina, nato ad Avellino, era un uomo di media statura, con barba d’ordinanza e capelli impomatati e pettinati all’indietro. Aveva uno sguardo bonario e modi garbati. Porse la mano ai due e indicò delle sedie. «Benvenuti a Lecce, signori. Immagino che sarete stanchi.» Il segretario portò acqua, caffè e alcuni dolci a forma di barchetta. «Prego, servitevi. Questi sono i famosi pasticciotti alla crema di Galatina.»
Ritratti di Vittorio Emanuele, del presidente del Consiglio dei ministri Giovanni Lanza, di Cavour e Garibaldi spiccavano sulle pareti dell’ufficio del prefetto, tra bandiere del Regno d’Italia e scudi crociati. Il duca, l’animo borbonico in subbuglio, fu tentato di indossare anche con de Caro un contegno altezzoso, ma decise di lasciar perdere. In fondo, si disse, condivideva pur sempre il sangue campano con il cordiale avvocato. Così fece buon viso a cattivo gioco e prese un pasticciotto dal vassoio, mentre Dell’Olmo, la coscienza a posto in quel tripudio di simboli sabaudi, stava già attaccando il secondo.
«Davvero notevole, molte grazie…» commentò l’ispettore, mandando giù l’ultimo boccone prima di andare al nocciolo della questione. «Ci dica subito come è la situazione ad Ariadne.»
Alfonso de Caro sospirò. «Non buona. Il barone Pisanelli è una brava persona, la sua è un’antica famiglia salentina. Per il momento è riuscito ad arginare la rabbia dei suoi braccianti, evitando che ne assaltassero il palazzo. Ma c’è tensione in tutta la zona, anche perché Ariadne si trova sotto la minaccia di scomparire, per via dello spopolamento. Capirà bene che né gli amministratori locali né gli abitanti sono contenti di questa situazione.»
«Si riferisce agli accorpamenti di Comuni con meno di millecinquecento anime?»
De Caro annuì. «Il mio predecessore è stato troppo rigido da questo punto di vista, io invece ho invitato il Consiglio Regionale a rivalutare la questione. C’è malcontento e io stesso ho fatto intervenire carabinieri reali e pubblica sicurezza per sedare tafferugli, non solo ad Ariadne. Non vorrei essere costretto a ricorrere alla Guardia nazionale.»
Dell’Olmo attese un istante, bevve un sorso di caffè e tornò a guardare il prefetto. «Lei che cosa si aspetta che facciamo?»
«Io e il governo centrale, da me rappresentato qui in Terra d’Otranto, vorremmo che mi aiutaste a riportare la calma con la vostra autorità. Questo mi consentirebbe di affrontare le altre questioni con più serenità.»
«Invece che cosa si aspetta la gente?»
De Caro esitò.
«La gente e lo stesso barone Pisanelli vorrebbero che noi indagassimo davvero, non è così signor prefetto?» intervenne Caracciolo de Sangro.
L’altro parve in difficoltà. «Se devo dirvi la verità, non credo che ci sia qualcosa su cui indagare, come notò anche Brambilla, inviato lì da Winspeare a Natale scorso. Mi sembra chiaro cosa sia successo: cinque donne, quattro l’estate dell’anno passato e una poche settimane fa, sono morte in seguito al morso di qualcosa di molto velenoso. Il dottor Quarta e gli altri medici all’ospedale di Nardò hanno fatto del loro meglio, ma alla fine non c’è stato nulla da fare.»
«Non mi sembra che il mio collega Ottavio Quarta abbia fatto del suo meglio fin da subito, o sbaglio?» insinuò Caracciolo de Sangro.
«Si riferisce ai balli?» domandò de Caro.
«Per l’appunto.»
Il prefetto parve in difficoltà. «Lei è per metà salentino, signor duca, lo sa come si fa da queste parti quando si è morsi dalla taranta. Il dottor Quarta non è intervenuto subito, la gente del posto ha prima fatto… ballare le donne per un paio di giorni.»
«Due giorni di stupidi balli che potrebbero essere stati fatali» commentò Dell’Olmo.
De Caro non poté far altro che annuire. «Sì, è possibile, ma credere nelle tarante e nell’efficacia dei balli non è l’unica stranezza di Ariadne. Ce n’è un’altra sulla quale, se non ci fossero di mezzo delle vittime, dovremmo solo farci quattro risate.»
«Di che si tratta?»
Il prefetto tamburellò con imbarazzo sulla scrivania, cercando le parole giuste. «Gli abitanti del paese credono in una stramba maledizione: ogni trent’anni una creatura misteriosa reclamerebbe un… ah, che follia! Insomma, un tributo di sangue.»
Dell’Olmo sollevò un sopracciglio e poi si girò verso il duca, pensando di cogliere ilarità nel suo sguardo. Si sorprese, invece, nel ved...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il cacciatore di tarante
  4. Prologo
  5. PARTE I. Loxosceles rufescens
  6. PARTE II. Lycosa tarantula
  7. PARTE III. Latrodectus tredecimguttatus
  8. Nota dell’autore
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright