Caro Paolo,
sono appena trascorse le undici di sera, più o meno l’ora in cui ti sei congedato da me e dal mondo in un infausto e funesto mercoledì di inizio dicembre, quando il tuo cuore si è arreso irrimediabilmente, e il mio si è frantumato in mille pezzi.
Ne sento ancora il frastuono; ho gli occhi gonfi di lacrime e sono scossa da brividi solo a ripercorrere con la mente gli attimi di quella notte raccapricciante che ha brutalmente smesso di dare voce ai pensieri del giorno.
Una notte che non avrei mai pensato di riuscire a superare. Sì, lo so, prima o poi la morte ha la meglio sulla vita, ne conosco pienamente le dinamiche, ma poteva darci più tempo per stare insieme e congedarci. Poteva la sorte essere più clemente, evitando di lasciarmi così presto senza te e con una responsabilità ciclopica sulle spalle.
Osservarti andare via tra le sofferenze più atroci e il desiderio forte, angosciante, di rimanere in questo creato è diventata la mia condanna.
Sono stata devastata dai tuoi spasmi, messa a dura prova da un destino spietato, svuotata dal trapasso, dal gelo che mi ha afferrato nella sua morsa e che non mi lascia.
Non rimangono nemmeno le lacrime a farmi da compagne nel dolore. Sono sola, incredula, disorientata, oramai orfana del tuo smisurato amore terreno.
Resta l’illusione del sogno consumato, della favola senza un lieto fine. Rimane la consapevolezza di averti onorato appieno, fino in fondo, “nella buona e nella cattiva sorte”, finché morte non ci ha separati, come ti avevo promesso nel giorno del matrimonio in Campidoglio.
“Vicendevolmente amati e rispettati”, come quando ci siamo persi occhi negli occhi e non abbiamo avuto altra scelta che fonderci.
Tu e io.
Io e te.
L’essenza, la sostanza. La forza inspiegabile e divina che ci ha tenuti stretti.
A tutto c’era riparo quando eravamo insieme. Non ci siamo mai annoiati.
Bisogna amarsi straordinariamente per poter volare. Noi abbiamo volato.
Siamo stati anche incoscienti, abbiamo dimenticato il passato e guardato da subito nella stessa direzione, senza mai voltarci indietro. Giorno dopo giorno, istante dopo istante.
Sono ricordi che adesso provocano sofferenza. Ora fa male ogni centimetro del mio corpo se solo ripenso a quella sera in cui mi sono sentita obbligata a una scelta penosa e disumana: prolungare la tua agonia e tenerti ancora un poco con me o lasciarti andare per sempre nel vuoto dell’incertezza? Conservare il privilegio di stringere ancora la tua mano calda o dimostrarti per l’ennesima volta il mio immenso amore liberandoti dalla schiavitù del tuo corpo malato?
Per una manciata di secondi ho retto la tua vita tra le mie dita, una responsabilità che mi ha suscitato smarrimento e un senso di tragica ineluttabilità. Il più terribile degli incubi.
Non sapevo cosa fare, dove guardare, cosa dire. Sarei voluta scappare lontano, portandomi dietro quello che restava di te, di me, di noi.
Senza preavviso nella testa mi si sono accavallati i momenti più emozionanti del nostro percorso comune: gli incontri rubati, quegli sguardi pieni di sentimento che sono avvinghiati alla mia anima, le parole date e mantenute, le gravidanze cercate e infine arrivate, la felicità dei piccoli gesti che per noi erano immensi.
Dovevi portarci in Africa, saremmo partiti la prossima estate con le bambine. Ricordi Paolo, la promessa che ci siamo fatti sotto il cielo da sogno delle Maldive?
Non sarà più possibile, e questa nuova condizione crea turbamento e dolore!
Torno a quella sera, con le tempie che esplodono.
Non ho ancora accettato la tua assenza.
Ti rivedo su quel letto.
Provo angoscia.
Pietà.
Risento il rumore dei battiti. L’odore acre dei medicinali. Il ronzio del monitor.
Il prete arrivato per l’estrema unzione.
La rabbia.
Il dolore.
Te ne stavi andando e il senso di impotenza mi divorava.
Ho sempre pensato, Paolo, che una persona come te fosse immortale. Me lo hai fatto credere fino alle contrazioni terminali.
Il tuo corpo da atleta mi ha imbrogliata per anni, finché non ti sei affidato a me perché ero l’unica persona di cui ti fidavi e che volevi al tuo capezzale.
È stato un onore, amore mio, ma anche un intollerabile martirio.
Il bianco delle lenzuola era diventato accecante, perfino fastidioso da guardare. Avevo paura di non farcela a staccarmi da te.
Ho pianto in silenzio per proteggerti, per non farti capire che mi stavi lasciando.
Fino al tuo ultimo sospiro ti ho ripetuto che ce l’avremmo fatta, che saresti tornato a stare bene. Che la strada sarebbe stata lunga, ma avresti rivisto la luce fuori dal tunnel.
Tu hai creduto ogni giorno, ogni minuto, a ogni bugia o mezza verità, come è accaduto da quando ci siamo trovati. Magari con qualche riserva e lo comprendevo, soprattutto quando ti scorgevo nel silenzio della nostra camera con le mani fra i capelli e le lacrime sulle guance. Appena pensavi che non ti vedessi, mentre io non ti ho mai perso di vista, amore mio, nemmeno quando eri convinto che fossi altrove in casa, per poi arrivare a confortarti.
«Stai sereno, Paolo. Andrà tutto a posto…»
«Non è così, Fede. Lo sai anche tu!»
«Rinascerai ancora, tesoro. Come la fenice risorgerai e vinceremo il nostro Mondiale.»
Una gestione complicata, diventata con lo scorrere delle settimane un macigno.
Un blocco allo stomaco ogni sera, un senso di nausea perenne.
Mi sono sentita perfino inadatta, inappropriata, per quel ruolo al limite del sopportabile e dell’umano.
Non avevo altra via d’uscita che scegliere.
Il timore di prendere la decisione sbagliata ha accelerato i battiti del mio cuore, facendoli sovrapporre ai tuoi come le sere dei primi incontri d’amore. O quelle fugaci e infuocate in riva al mare. Il principio e la fine. L’alba e il tramonto. Il cerchio si stava chiudendo, ma non volevo succedesse con te, amore mio.
I medici mi esortavano a lasciarti “andare via”, ma non ci sarei riuscita senza usare la razionalità.
In quegli istanti mi sono fermata a ragionare, concentrandomi come in una specie di training autogeno. Ma ho avuto la sensazione di impazzire.
Ditemi che è solo un incubo. Datemi un pizzicotto e svegliatemi.
Tu, il mio amore, mio marito, il padre delle mie figlie. Il mio migliore amico.
È stata una responsabilità enorme quella di doverti lasciare la mano e permetterti di andare oltre il manifesto. Verso l’ignoto, da dove non avrei ricevuto più nemmeno una notizia su di te.
No, no, no!
Perché proprio a noi che eravamo così felici? Perché proprio a te che sei stato così buono e umanamente ineccepibile?
No, no, no!
Non a te, non a noi.
Quella sera ho chiesto di rimanere sola nella stanza, accanto al tuo corpo oramai trasfigurato, ma ancora presente.
«Amore, sono io. Non temere, non sei solo. Non avere paura del buio, ti prego. Sono qui al tuo fianco e ci rimarrò per sempre» ti ho sussurrato.
Ho fissato le tue dita turgide per attimi infiniti, percorrendo con lo sguardo le tue vene in rilievo che conosco così bene. Quella più gonfia e bluastra sul dorso della mano sinistra, l’altra meno evidente sulla mano destra.
Le tue unghie che ho tagliato in mille occasioni con le forbicine dalla punta arrotondata per non farti male, i tuoi capelli folti che mi chiedevi di rasare e che non ti sono mai mancati. Nemmeno con le terapie.
Il ditone storto del piede destro, eh sì, proprio quello da campione del mondo. Usurato dal pallone, dalla tua professione.
Ho baciato ogni parte del tuo corpo che è stato mio, ho annusato il suo odore fino a riempirmi i polmoni.
Ho pregato in silenzio con in tasca il rosario, sfiorando con i polpastrelli le tue labbra secche, ma ancora invitanti. Tutto ciò che mi apparteneva e che non avrei più ammirato.
No, no, no!
Fermate il tempo e cambiate il destino! Osservarti inerme mi ha mandato in confusione. Il vuoto nella testa, il senso del nulla. Il panico.
Ti avrei voluto portare un bicchiere di acqua fredda con dentro i cubetti di ghiaccio, come ti piaceva. O magari il prosciutto tagliato a mano con il coltello affilato, perché «con l’affettatrice se ne perde il sapore».
Avrei preferito non essere lì a decidere per te, per noi, per le nostre figlie. La nausea sempre più forte.
Credimi, Paolo, è stata la scelta più ardua della mia esistenza.
Lasciarsi da innamorati è una pena capitale.
Sono caduta in un turbinio di pensieri, accompagnati da emozioni contrastanti.
I tuoi occhi chiusi stavano distruggendo l’illusione di quando ci siamo detti «Ti amo» la prima sera, nel buio magico di una notte a Terranuova Bracciolini che rimarrà eterna. Da Luciano, il nostro amico Frasca. Lui, proprio Lucio.
In quella camera di albergo a due passi dalla diga che sembrava un luna park, ma che si è trasformato nel posto più prodigioso del pianeta. L’unico dove ti avrei portato ancora per l’ultimo bacio.
Scrutandoti ho rivisto quei ragazzi che si amavano senza ritegno, con il desiderio folle e incontenibile di fuggire perché sembrava tutto impossibile, ma poi di rimanere e di perdersi nell’assoluto dell’amore carnale.
Dentro le auto in sosta, sui marciapiedi deserti, sotto le imbarcazioni ormeggiate. Ovunque si potesse dare sfogo alla passione.
Attrazione fatale?
Non solo.
Ho ripensato al sorriso malizioso degli incontri illeciti, alla follia delle cene a lume di candela che terminavano a chinotto e Sacher.
Eh, no. Non poteva interrompersi così il nostro idillio, senza la possibilità di andare oltre e decidere insieme l’ultima scena.
Ho vacillato.
Tutto il nostro universo stava crollando: le certezze, la famiglia, il futuro.
Il cordone ombelicale si stava spezzando.
Senza più te, senza più noi. Senza una ragione. Con un nodo alla gola, un buco nello stomaco, il timore del domani.
Ti avrei voluto strappare con tutta me stessa dall’avidità della morte, preservandoti dall’ingiustizia di quel mondo in cui sei stato comunque un prescelto.
Ti avrei voluto ancora amare come ci siamo amati ogni istante della nostra vita di coppia. Con i bigliettini lasciati sul tavolo verde della nostra cucina in Toscana o i messaggi sul telefono che immancabilmente chiudevano con un “ti amo”, soprattutto dopo una tempesta. O nelle poche ore di lontananza, quando il bisogno di stare insieme ci riportava vicini.
Avrei voluto vederti sano e pronto a ripartire, come sapevi fare stupendomi e confermando il tuo valore. Le tue virtù innate. Come nelle tue improvvisazioni in campo, segnando un goal quando nessuno se lo aspettava.
Sono stati attimi interminabili Paolo, nei quali ho tifato per te.
Senza bandiere, ma con tutta me stessa.
«Dai, amore, fai ancora l’opportunista, ti prego…»
Come quando il presidente Pertin...