È l'Emiro il Nemico Pubblico Numero Uno degli Stati Uniti, l'uomo spietato e inafferrabile che da anni elude le ricerche del Campus, l'agenzia di intelligence creata dall'ex presidente Jack Ryan. A capo di un'impenetrabile e capillare rete del terrore, l'Emiro si sta preparando a sferrare l'attacco definitivo all'Occidente. Mentre il presidente in carica, l'ambiguo e irresoluto Edward Kealty. non trova di meglio che temporeggiare con i governi amici dei terroristi. Jack Ryan decide che è giunto il momento di scendere di nuovo in campo, per affrontare l'emergenza planetaria e difendere il futuro degli Stati Uniti. Al suo fianco, una squadra d'eccezione: i fedelissimi ex membri dell'unità speciale Rainbow John Clark e Ding Chavez, i fratelli Caruso e soprattutto suo figlio Jack, deciso a seguire le leggendarie orme del padre. E mentre nelle grotte del Pakistan, tra i ghiacci svedesi e nei giacimenti petroliferi del Brasile si scatena una caccia all'uomo senza precedenti, il male si annida indisturbato proprio nel cuore di un'America ancora ignara... Tom Clancy ritorna sulla scena del techno-thriller con un romanzo che per la prima volta riunisce i suoi personaggi più amati. E ci racconta di un futuro in cui i peggiori incubi dell'Occidente sono più veri della realtà.

- 864 pagine
- Italian
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Vivo o morto
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Capitolo 1
Gli uomini della fanteria leggera – 11B per la MOS (Military Occupational Specialty) dell’esercito degli Stati Uniti – avrebbero dovuto presentarsi tirati a lucido, con l’uniforme immacolata e la faccia rasata di tutto punto, ma il primo maresciallo Sam Driscoll non era più così da molto tempo. Per mimetizzarsi non bastavano più le tute mimetiche da combattimento. No, aspetta, com’è che si chiamavano adesso? Ah, già, ACU, o uniformi da combattimento dell’esercito. Ma in fondo non fa differenze.
La barba di Driscoll era lunga dieci centimetri e le striature bianche erano così evidenti che i suoi uomini avevano preso a soprannominarlo Santa, da Santa Claus: piuttosto irritante per un uomo di neanche trentasei anni, ma quando gran parte dei tuoi compatrioti hanno in media dieci anni in meno di te... Be’, si consolò, gli sarebbe potuta andare molto peggio.
Portare i capelli lunghi però era ancora più irritante. Erano scuri, incolti e unti, e la barba era ruvida. Tuttavia in quei posti, dove gli uomini di rado si scomodavano a tagliarsi i capelli, la barba lunga quantomeno garantiva una copertura. Gli abiti che indossava seguivano le usanze locali, e lo stesso si poteva dire per la sua squadra. Erano in quindici. Il comandante di compagnia, un capitano, si era rotto la gamba appoggiando male un piede, incidente più che sufficiente per essere messo fuori gioco in quelle zone impervie, e ora se ne stava seduto in cima a una collina in attesa di essere prelevato dal Chinook. Insieme a lui c’era uno dei due medic (soldati con competenze di primo soccorso in campo di battaglia) della squadra, rimasto indietro per assicurarsi che non subisse altri danni. Così il comando della missione era passato a Driscoll. Pazienza. Aveva più esperienza sul campo rispetto al capitano Wilson, anche se quest’ultimo poteva vantare una laurea e Driscoll ancora no. Ogni cosa a suo tempo. Prima doveva sopravvivere a quello spiegamento di forze, e poi sarebbe potuto tornare alle sue lezioni alla University of Georgia. Buffo, pensò, che gli ci fossero voluti trent’anni per iniziare ad apprezzare gli studi. Ma, come si suol dire, meglio tardi che mai.
I ranger sono sottoposti a una fatica che offusca la mente e spezza le ossa. Aveva imparato a dormire come un sasso su un blocco di granito usando il calcio del fucile a mo’ di cuscino, era in grado di mantenersi vigile anche quando cervello e corpo esigevano il riposo. Ora che era più vicino ai quaranta che ai trenta, però, gli acciacchi si facevano sentire di più e al mattino gli occorreva il doppio del tempo per far passare i crampi. Ma in fondo quei dolori venivano compensati dalla saggezza e dall’esperienza. Negli anni aveva imparato che era davvero solo questione di volontà. Ormai gestiva piuttosto bene il dolore, un’abilità che tornava utile quando ti trovavi a comandare uomini molto più giovani che sulle spalle portavano zaini pesantissimi come fossero piume. La vita, decise Driscoll, si riduceva a compromessi.
Si trovavano tra le colline da due giorni, in costante movimento e dormendo due o tre ore per notte. Driscoll faceva parte della squadra speciale operativa del 75° Reggimento Ranger, di base a Fort Benning, in Georgia, dove c’era un circolo di sottufficiali in cui si serviva dell’ottima birra alla spina. Chiuse gli occhi e gli parve di sentire ancora il sapore della birra fresca, ma ritornò in fretta al presente: non poteva perdere la concentrazione, neanche per un secondo. Erano a 450 metri sul livello del mare, nelle montagne dell’Hindu Kush, in quella zona grigia fra Afghanistan e Pakistan che non apparteneva a nessuno dei due paesi, almeno per la popolazione locale. Driscoll sapeva che le linee sulla cartina geografica non corrispondevano ai confini, soprattutto in quegli Stati asiatici turbolenti. Servendosi del dispositivo GPS aveva controllato la posizione, ma latitudine e longitudine non avevano molta importanza per la sua missione. Ciò che contava era la meta, a prescindere da dove si trovasse sulla mappa.
Gli autoctoni ne sapevano poco, di confini, anzi non se ne curavano affatto. Loro si definivano in base alla tribù a cui appartenevano, al clan di cui facevano parte e alla corrente islamica con la quale si identificavano. Lì i ricordi duravano un secolo, le storie ancora di più e i rancori per sempre. Il ricordo dei loro antenati che scacciavano Alessandro Magno era tuttora vivo, così come quello dei nomi dei guerrieri che avevano sconfitto i lancieri macedoni, che fino ad allora avevano conquistato ogni altra terra in cui si erano addentrati. Ai locali piaceva più di ogni altra cosa parlare dei russi e di come li avessero ammazzati, armati di pugnali o a mani nude. A quelle storie, a quelle leggende tramandate di padre in figlio, sorridevano compiaciuti. Driscoll dubitava che i soldati russi che erano riusciti a lasciare l’Afghanistan ridessero di quell’esperienza. No, i locali non erano persone piacevoli. Non conoscevano la paura, erano induriti dalle intemperie, dalla guerra, dalla carestia, e in genere cercavano solo di rimanere vivi in un paese che spesso sembrava fare del suo meglio per ucciderti. Forse Driscoll avrebbe dovuto provare solidarietà per quel popolo. Dio gli aveva giocato un brutto tiro, ma non era colpa sua, né la cosa lo riguardava. Erano nemici degli Stati Uniti, il cui governo aveva ordinato loro di andare a combattere. Così eccoli lì, a svolgere la missione tra quelle dannate montagne.
L’obiettivo era arrivare al crinale successivo. Da quando erano saltati giù dall’elicottero Chinook CH-47, un variante Delta, l’unico disponibile che potesse affrontare quell’altitudine, avevano fatto di corsa quindici chilometri su sentieri per lo più in salita e lastricati di rocce e detriti aguzzi e taglienti.
Laggiù... il crinale. Cinquanta metri.
Driscoll rallentò l’andatura. Era in testa, alla guida della pattuglia, in quanto sottufficiale più anziano: gli uomini erano sparpagliati per cento metri alle sue spalle, in allerta, gli occhi che scrutavano in tutte le direzioni, i fucili d’assalto M4 pronti all’uso e puntati nei rispettivi settori di tiro. Si aspettavano di veder comparire delle vedette sulla linea del crinale. La gente di quel paese poteva anche essere ignorante nel senso convenzionale del termine, ma non era stupida. Proprio per questa ragione i ranger stavano compiendo quell’operazione di notte: ore 01:44, o due meno un quarto del mattino, stando all’orologio analogico. In cielo non c’era la luna e le nuvole dense non facevano filtrare il chiarore delle stelle. La notte perfetta per andare a caccia, pensò.
Driscoll stava esaminando attentamente il terreno. Non voleva produrre il minimo rumore. Un solo sasso, che per sbaglio rotolava giù lungo il fianco della collina, avrebbe potuto tradirli. E lui questo non poteva permetterlo. C’erano voluti tre giorni e venticinque chilometri per strappare quel vantaggio.
Venti metri dalla linea del crinale. Sessanta piedi.
Scrutò il profilo montuoso per assicurarsi che non vi fosse alcun movimento. Niente nelle vicinanze. Qualche altro passo, uno sguardo a destra e uno a sinistra, il fucile d’assalto silenziato appoggiato al petto e pronto all’uso, le dita leggere sul grilletto, quel tanto che bastava per sapere che c’era.
Era difficile spiegare alla gente quanto fosse dura, quanto fosse estenuante e stressante – molto più della camminata di venticinque chilometri – la cosapevolezza che poteva esserci qualcuno con un AK-47 in mano, il dito sul grilletto e il selettore posizionato in modalità automatica, pronto a farti la pelle. Driscoll poteva contare sul fatto che i suoi uomini si sarebbero occupati del cecchino, ma comunque non sarebbero stati in grado di aiutarlo direttamente. Eppure, si consolò, se fosse successo senz’altro non se ne sarebbe nemmeno accorto. Aveva ucciso abbastanza nemici da sapere come funzionava: un momento stai avanzando, gli occhi puntati davanti a te, l’orecchio teso al pericolo, e il momento dopo è tutto finito. Sei morto.
Driscoll conosceva le regole che vigevano in quelle terre maledette, di notte: la lentezza era una garanzia. Muoversi con lentezza gli aveva salvato la vita più di una volta in tutti quegli anni.
Solo sei mesi prima si era aggiudicato il terzo posto nella gara per il miglior ranger, il Super Bowl dei reparti Operazioni speciali. Driscoll e Wilson facevano parte del Team 21. Il capitano doveva essere furioso per quella gamba rotta. Wilson era un ottimo ranger, pensò Driscoll, ma una tibia spezzata era pur sempre una tibia spezzata. Se ti fratturavi un osso non potevi più fare un accidenti. Uno strappo muscolare faceva molto male, ma si sistemava in fretta. Un osso rotto invece doveva saldarsi, e questo significava rimanere a letto per settimane intere in un ospedale militare prima che i dottori ti permettessero di appoggiarci sopra il peso del corpo. Poi, dopo aver ripreso a camminare, dovevi imparare di nuovo a correre. Una bella seccatura! Lui invece era stato fortunato, non aveva mai subito danni più gravi di una caviglia slogata, un mignolo rotto o una contusione all’anca: roba risolvibile in una settimana. Non certo paragonabile a una ferita per una pallottola o una granata. Gli dèi protettori dei ranger sicuramente gli avevano sorriso.
Ancora cinque passi...
Okay, ci sei... Eccolo lì. Come si aspettava c’era il cecchino, proprio dove doveva essere. Venticinque metri alla sua destra. Era una posizione fin troppo ovvia, inoltre questo in particolare non stava svolgendo affatto bene la sua mansione: se ne stava seduto lì a guardarsi in giro mezzo addormentato e contava i minuti che mancavano al cambio turno. Be’, la noia può ucciderti, e infatti tra meno di un minuto sarebbe morto, senza nemmeno accorgersene. Sempre che io non sbagli a prendere la mira, si disse Driscoll, sapendo che non sarebbe successo.
Si girò un’ultima volta, perlustrando la zona con il visore notturno PVS-17. Nessun altro nei paraggi. Bene. Si sistemò, appoggiò il calcio del fucile d’assalto sulla spalla destra e puntò all’orecchio del bersaglio. Poi rallentò il respiro...
Dalla sua destra, lungo un sentiero angusto, giunse il rumore del cuoio che gratta sulla roccia.
Driscoll si bloccò.
Ripassò rapido le posizioni del resto della squadra. Stava arrivando qualcuno da quella parte? No. I suoi uomini erano distribuiti alle sue spalle e verso destra. Con movimenti lenti, ruotò la testa in direzione del suono, ma il visore notturno non segnalò niente. Abbassò il fucile d’assalto, sistemandolo in diagonale sul petto. Guardò a sinistra. A dieci passi di distanza, Collins era accovacciato dietro una roccia. Driscoll gli indicò a gesti: «Rumore alla tua sinistra; prendi due uomini». Collins annuì e indietreggiò, sparendo alla vista. Driscoll fece lo stesso, riparandosi dietro i cespugli.
Dal sentiero arrivò un altro rumore, come di liquido che schizza sulla pietra. Driscoll sorrise suo malgrado: il richiamo della natura. Finita la minzione, si sentì qualcuno che percorreva la stradina. A venti passi, dietro la curva, calcolò Driscoll.
Qualche attimo dopo, sul sentiero apparve una sagoma. L’andatura era tranquilla, quasi pigra. Grazie al visore notturno Driscoll intravide un AK-47 buttato sulla spalla, la canna verso il basso. La guardia continuò ad avvicinarsi. Driscoll non si mosse. Quindici passi... dieci...
Una figura emerse dall’ombra del sentiero e scivolò dietro la guardia, le appoggiò una mano sulla spalla, poi si vide il lampo di una lama. Collins fece ruotare l’uomo verso destra e lo atterrò: le loro sagome si confusero. Dieci secondi dopo Collins si alzò e trascinò lontano il corpo esanime.
Abbattimento della sentinella da manuale, valutò Driscoll. Rappresentazioni cinematografiche a parte, l’uso del coltello era piuttosto raro nella loro attività. Era però evidente che Collins non aveva perso la mano.
Qualche momento dopo Collins riapparve alla destra di Driscoll.
Driscoll riportò l’attenzione sul cecchino sul crinale. Non si era mosso. Il capitano sollevò il suo M-4, inquadrò la nuca dell’uomo e poi allungò il dito sul grilletto.
Calma, calma... ora!
Pum. Un suono attutito. Difficile sentirlo a una distanza superiore ai cinquanta metri, ma la pallottola attraversò il cranio del bersaglio, lasciandosi dietro una nuvoletta verde, e permise a quell’uomo di raggiungere Allah, o qualunque Dio in cui credesse. Poco più che ventenne, dopo essere cresciuto, aver studiato e probabilmente combattuto, era arrivata per lui una fine improvvisa e inaspettata.
Il cecchino si accasciò, piegandosi di lato, per poi sparire alla vista.
Una vera disdetta, gomer, pensò Driscoll. Ma stanotte miriamo a una preda più grossa di te.
«Sentinella abbattuta» mormorò Driscoll alla radio. «Il crinale è sgombro. Continuate a salire. Rimanete compatti.» La precisazione non era necessaria, con quei ragazzi.
Si guardò alle spalle e osservò i suoi uomini che avevano accelerato l’andatura. Erano eccitati ma controllati, pronti a passare all’azione. Lo deduceva dal linguaggio del corpo, da quel movimento che distingueva i tiratori professionisti dai principianti e da quelli che non vedevano l’ora di tornare alla vita civile.
Il loro vero obiettivo poteva trovarsi a meno di cento metri; negli ultimi tre mesi avevano lavorato duramente per catturare quel bastardo. Scalare la montagna non era una passeggiata per nessuno, a parte quei matti che desideravano raggiungere la cima dell’Everest e del K2. Tuttavia faceva parte del loro lavoro e soprattutto della loro attuale missione, quindi lo accettavano e continuavano ad avanzare.
I quindici uomini erano allineati in tre unità di tiro da cinque ranger ciascuna. Una sarebbe rimasta lì con le armi pesanti: avevano portato due mitragliatrici M249 SAW per il fuoco di copertura a sostegno delle altre due. Chissà quanti nemici erano in circolazione, e il SAW (Squad Automatic Weapon) era un’arma fantastica. Solo i satelliti potevano fornirti altrettanta tecnologia intelligente: bisognava solo gestire alcune variabili mentre i nemici si avvicinavano. Tutti gli uomini di Driscoll stavano perlustrando gli anfratti, in cerca di eventuali movimenti. Qualunque movimento. Anche solo quello di un nemico che saltava fuori per svuotare la vescica. In questo angolo di bosco, nel novanta per cento dei casi, ci si imbatte solo in nemici. Questo semplificava di molto il lavoro, pensò Driscoll.
Muovendosi ancora più lentamente, proseguì furtivo, alzando di scatto gli occhi da terra per osservare ogni disposizione di rocce libere e rami, e poi davanti a sé, continuando a perlustrare... Essere in grado di frenare l’eccitazione quando ci si trova a due passi dalla linea dell’obiettivo è un’altra cosa che si impara con l’esperienza, pensò. È proprio in quei frangenti che i novellini e i morti che camminano commettono l’errore di credere di aver superato la parte difficile, mentre l’obiettivo è così vicino. Driscoll sapeva che era allora che la vecchia legge di Murphy ti presentava il conto. Anticipazione e aspettativa erano facce letali della stessa moneta. Ciascuna di esse nella dose giusta al momento sbagliato poteva farti ammazzare.
Non questa volta, però. Non quando tocca a me. E non con una squadra preparata come questa.
Driscoll vide il profilo del crinale apparire a non più di dieci passi e si piegò in avanti, attento a tenere la testa bassa per non essere il facile bersaglio di qualche gomer in allerta. Coprì l’ultima distanza, si appoggiò con la mano sinistra alla roccia e fece capolino.
Ed eccola lì, la grotta.
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Vivo o morto
- Capitolo 1
- Capitolo 2
- Capitolo 3
- Capitolo 4
- Capitolo 5
- Capitolo 6
- Capitolo 7
- Capitolo 8
- Capitolo 9
- Capitolo 10
- Capitolo 11
- Capitolo 12
- Capitolo 13
- Capitolo 14
- Capitolo 15
- Capitolo 16
- Capitolo 17
- Capitolo 18
- Capitolo 19
- Capitolo 20
- Capitolo 21
- Capitolo 22
- Capitolo 23
- Capitolo 24
- Capitolo 25
- Capitolo 26
- Capitolo 27
- Capitolo 28
- Capitolo 29
- Capitolo 30
- Capitolo 31
- Capitolo 32
- Capitolo 33
- Capitolo 34
- Capitolo 35
- Capitolo 36
- Capitolo 37
- Capitolo 38
- Capitolo 39
- Capitolo 40
- Capitolo 41
- Capitolo 42
- Capitolo 43
- Capitolo 44
- Capitolo 45
- Capitolo 46
- Capitolo 47
- Capitolo 48
- Capitolo 49
- Capitolo 50
- Capitolo 51
- Capitolo 52
- Capitolo 53
- Capitolo 54
- Capitolo 55
- Capitolo 56
- Capitolo 57
- Capitolo 58
- Capitolo 59
- Capitolo 60
- Capitolo 61
- Capitolo 62
- Capitolo 63
- Capitolo 64
- Capitolo 65
- Capitolo 66
- Capitolo 67
- Capitolo 68
- Capitolo 69
- Capitolo 70
- Capitolo 71
- Capitolo 72
- Capitolo 73
- Capitolo 74
- Capitolo 75
- Capitolo 76
- Capitolo 77
- Capitolo 78
- Capitolo 79
- Capitolo 80
- Capitolo 81
- Capitolo 82
- Capitolo 83
- Capitolo 84
- Capitolo 85
- Capitolo 86
- Capitolo 87
- Capitolo 88
- Capitolo 89
- Capitolo 90
- Epilogo
- Copyright