Mourinho
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Mourinho

Tutte le sfide, le lotte e i successi dello Special One

  1. 336 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Mourinho

Tutte le sfide, le lotte e i successi dello Special One

Informazioni su questo libro

Brillante, ipnotico, arrogante, José Mourinho è uno degli allenatori di calcio di maggior successo al mondo, e senza dubbio uno dei personaggi più carismatici e controversi del suo sport. Dopo i successi con il Porto, la sua ascesa folgorante gli ha fruttato due contratti con il Chelsea, tre titoli di Premier League, il triplete con l'Inter, il trionfo in Liga e la Copa del Rey con il Real Madrid, coppe europee e nazionali con il Manchester United e una stagione senza precedenti con il Tottenham. Con un accesso privilegiato al sancta sanctorum dello Special One, in quest'avvincente biografia Robert Beasley offre un raro spaccato non solo del manager ma anche dell'uomo Mourinho. Scava nella sua mente, racconta le scenate dietro le quinte e i trasferimenti in alcuni fra i club più blasonati d'Europa, fino al record della stagione 2009/2010 all'Inter, con la conquista del famoso triplete. Da questo punto in poi, racconta storie inedite su come Mourinho abbia quasi ottenuto un ingaggio nella nazionale inglese, sui suoi rapporti a volte difficili con le dirigenze dei club, sul complicato periodo al Tottenham, fino all'ultima tumultuosa stagione che lo vedrà infine approdare alla Roma, continuando comunque ad anteporre sempre la famiglia, gli amici e gli affetti al calcio. Arricchita da una sezione di tavole a colori, la biografia più completa, aggiornata e ricca di indiscrezioni del neo allenatore giallorosso.

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Informazioni

1

SPAZZARE VIA IL BOLTON

Mancavano ancora cinque minuti di gioco, ma le due reti di Frank Lampard avevano senz’altro già deciso l’esito, perciò cliccai il pulsante di invio sul portatile e consegnai il mio pezzo in anticipo. L’idea era che se anche in quell’ultimo stralcio di partita fosse accaduto qualcosa di dirompente, avrei potuto chiamare la redazione e comunicare l’aggiornamento al telefono. Ma nella mia testa ero già in modalità “missione compiuta”: per me, per il Chelsea e per José. Era sabato 30 aprile 2005.
Mi alzai di scatto dalla postazione, uscii dalla tribuna stampa, scesi al volo le scale e attraversai a lunghe falcate la zona accoglienza del Reebok Stadium. Non potevo perdermi il momento clou. La receptionist del Bolton alzò lo sguardo e chiese: «È con il Chelsea?». Io sorrisi. «Sì» dissi, senza aggiungere altro. Poi spalancai le porte che conducevano agli spogliatoi, infilai il tunnel e riemersi a bordocampo, mentre il cronometro ticchettava.
Simon Greenberg, capo dell’ufficio stampa del Chelsea, era al mio fianco, mentre Mourinho sedeva in panchina a pochi metri da noi, in spasmodica attesa del fatidico fischio finale. Pochi istanti dopo l’arbitro, Steve Dunn, decretò la fine della partita, confermando il 2-0 per il Chelsea e, soprattutto, la vittoria della Premier League sancita da quel risultato. Io contemplai la scena, deciso a godermi ogni dettaglio, non soltanto dalla prospettiva di cronista sportivo, ma anche da quella di tifoso di lunga data che mai e poi mai aveva sperato di vedere la sua squadra del cuore vincere il campionato.
In particolare tenevo d’occhio Mourinho, a mio avviso l’artefice principale di quell’incredibile trionfo. Ovviamente lui corse sul campo a festeggiare con i giocatori e il suo staff, e fu allora che feci la mia mossa, avviandomi verso il cerchio di centrocampo per parlargli. «Congratulazioni, mister, ottimo lavoro, e grazie» gli dissi, stringendogli la mano. Poi sparai una rapida serie di domande. «Quando si è reso conto che avreste vinto il campionato? Come si sente, e cosa significa questo titolo per lei? C’è stato un momento chiave in cui ha capito che potevate farcela, che ci sareste riusciti?»
Non ottenni risposte clamorose, ma d’altronde era comprensibile. Mourinho era preso dall’entusiasmo generale, dall’emozione del momento, e comunque non era quello l’importante: in realtà mi bastava condividere l’esperienza con lui. Infine dissi: «E adesso cosa farà?». Lui sorrise. «Telefono a mia moglie.» Detto fatto. Tornò a sedersi in panchina e telefonò a Matilde Mourinho per annunciarle che ancora una volta si era laureato campione.
Quell’unico gesto diceva moltissimo di lui, non tanto come allenatore, ma piuttosto come uomo che voleva condividere appena possibile quel momento magico con la moglie e la famiglia. Diceva che Matilde si innervosiva troppo a guardare le partite, perciò non amava andare allo stadio. Preferiva restare a casa e aspettare la telefonata del suo uomo. Negli anni sarebbe diventato un tema ricorrente. José mi avrebbe ripetuto spesso e con orgoglio quanto la moglie e i figli contassero per lui.
E dopo la telefonata non si attardò oltre con la “famiglia” del Chelsea. Imboccò il tunnel, lasciando che giocatori e staff si godessero il tripudio. «Questo momento appartiene ai giocatori» spiegò. «Sono stati fantastici, e adesso è giusto che io mi eclissi dietro le quinte. La ribalta spetta a loro. Sono loro i protagonisti.» Io restai a scrutare il campo, gustandomi la scena. Davanti ai tifosi in delirio vidi il trionfatore della giornata, Frank Lampard, insieme al capitano, John Terry, e al patron del Chelsea, Roman Abramovič, tutti e tre abbracciati a cantare e saltare. C’erano giocatori in festa ovunque. Decisi di agganciare Eidur Gudjohnsen, che in passato aveva giocato per il Bolton. E fui premiato dalla rivelazione che per quell’incontro cruciale José aveva chiesto a lui di tenere il discorso prepartita ai compagni. Era un bel dettaglio per l’articolo. Vidi il mio vecchio amico e fidato assistente di Mourinho, Steve Clarke, e mi inginocchiai davanti a lui, rendendo un tributo scherzoso all’ex leggenda del Chelsea che conoscevo dai tempi in cui era ancora un giocatore.
Poi, com’era inevitabile, mi ritrovai negli spogliatoi, dove Abramovič, il presidente Bruce Buck, Greenberg, la squadra e lo staff al gran completo si abbandonarono ai festeggiamenti, alcuni intonando l’inno del Chelsea, Ten men went to mow, mentre altri schizzavano champagne ovunque. Esultavano tutti, ma di Mourinho non c’era neanche l’ombra.
L’impressione era che, compiuto il suo dovere, non gli sembrasse il caso di indugiare: doveva concentrarsi sulla prossima partita, la prossima sfida, il prossimo trofeo. In effetti all’appuntamento successivo mancavano appena tre giorni, e per giunta non si sarebbe trattato di una partitella da poco, ma di una decisiva semifinale di Champions League, ovvero la gara di ritorno con il Liverpool, all’Anfield. Non c’era tempo di festeggiare o riposare, anche se c’era già molto da celebrare e di cui essere fieri.
Comunque fosse andata all’Anfield, lo Special One aveva già dimostrato di essere speciale davvero, aggiudicandosi la Premier League al primo tentativo, e con una cavalcata da record. Con quello straordinario campionato aveva riscritto la storia della squadra e del Paese: il Chelsea non si aggiudicava il titolo dal 1955, mezzo secolo prima. E, ciliegina sulla torta, Mourinho l’aveva portato alla vittoria nell’anno del centenario della sua fondazione.
Non aveva perso tempo a mettersi in lizza per l’impresa. Aveva annunciato il proprio arrivo sulla scena calcistica inglese in grande stile, con la vittoria 1-0 del Chelsea sul Manchester United di Sir Alex Ferguson all’avvio della stagione 2004-05, grazie a una rete di Eidur Gudjohnsen. L’Arsenal però era ancora il netto favorito per il titolo, e con la vittoria per 5-3 al secondo weekend della stagione i Gunners avevano superato il record inglese delle quarantadue partite da imbattuti che era stato del Nottingham Forest. Dunque erano loro la squadra da battere, e gli undici di Arsène Wenger avevano continuato a dare ottima prova di sé, stabilendo un ritmo forsennato con otto vittorie nelle prime nove partite della stagione. Un ritmo che però non erano riusciti a reggere, ed era stata l’arcirivale Manchester United a mettere fine all’imperiosa corsa dei quarantanove risultati utili dell’Arsenal. La sconfitta per 2-0 all’Old Trafford aveva spalancato la porta al Chelsea, e il 6 novembre, grazie all’1-0 sull’Everton, i Blues si erano piazzati in testa alla classifica. Una posizione da cui non si sarebbero più schiodati. A Natale avevano già incamerato uno stacco di cinque punti, divenuti undici a febbraio, dopo una striscia di otto vittorie consecutive. Ormai non c’era più storia. Non restava che aspettare la conferma finale e celebrare l’incoronazione.
Non soltanto la vittoria del titolo aveva coinciso con una data storica; era stata anche un’eclatante dichiarazione d’intenti che aveva riverberato in tutta la League. Gli uomini di Mourinho avevano concluso la galoppata con un vantaggio di dodici punti sull’Arsenal degli “Invincibili”, campione in carica, di diciotto punti sul Manchester United, terzo classificato, e con un incredibile distacco di trentaquattro punti dal quarto posto, occupato dall’Everton. Con 95 punti conquistati stabilirono il nuovo record per la Premier League, ammassando ventinove vittorie – anche questo un record – e otto pareggi, con una sola sconfitta, l’1-0 incassato a sorpresa dal Manchester City. Fuori casa il Chelsea aveva vinto 15 incontri, un altro record in Premier League, totalizzato 25 partite senza subire gol (ancora un record) e concesso un totale di sole quindici reti (di nuovo, un record). Mourinho fu nominato miglior allenatore della stagione, e Frank Lampard, forte di tredici reti e diciotto assist, si aggiudicò il titolo di giocatore della stagione. Da aspirante perennemente delusa, il Chelsea era diventata la forza dominante del calcio inglese.
Ma per Mourinho quella prima stagione non si limitava alla Premier League: per un bel po’, la sua squadra aveva combattuto su quattro fronti contemporaneamente.
2

CACCIATORI DI GLORIA

Domenica 20 febbraio 2005 il Chelsea inaugurò una settimana cruciale, otto giorni decisivi per tre dei quattro trofei inseguiti dalla squadra. Iniziò male. Il primo traguardo a sfumare fu la FA Cup, con i Blues eliminati a Newcastle al quinto turno.
Mourinho aveva fatto scelte coraggiose per la partita, lasciando in panchina un buon numero di giocatori chiave per risparmiarne le forze in vista della trasferta a Barcellona per gli ottavi di finale di Champions, a metà settimana, e della finale della Coppa di Lega da disputarsi con il Liverpool il weekend successivo. Ma a Newcastle, con il Chelsea in affanno e in svantaggio alla fine del primo tempo, mostrò l’audacia e la velocità di pensiero per cui è diventato famoso decidendo di effettuare tutte e tre le sue sostituzioni durante l’intervallo. La mossa era azzardata – oltre a essere il chiaro segno della sua volontà di vittoria – ma in quell’occasione gli si rivoltò contro in modo clamoroso.
Il Chelsea chiuse l’incontro con soltanto otto uomini che non avevano subito alcun problema. Wayne Bridge era stato portato fuori in barella, Damien Duff tenne botta ma zoppicava, e il portiere di riserva, Carlo Cudicini, fu espulso: tutto ciò portò a una delle rare sconfitte di Mourinho. Ma nel dopopartita lui si entusiasmò comunque per la tenacia dimostrata dai suoi giocatori, e li lodò senza risparmio: «A volte sei più fiero della squadra dopo una sconfitta che per una vittoria. E in questa occasione i miei sono stati magnifici. Avevano di fronte un avversario molto capace, e hanno reagito al primo gol di svantaggio in modo fantastico… Hanno combattuto da campioni».
L’allenatore ancora relativamente nuovo del Chelsea aveva dato così un chiaro segnale del proprio modus operandi futuro: riprendere subito l’iniziativa quando la sorte volgeva a tuo svantaggio, così che, se anche fallivi nell’impresa, almeno potevi dire di avercela messa tutta, dimostrando la tua determinazione e giocando con passione – un elemento che al portoghese non mancava di certo. Era una ventata d’aria fresca nell’ambito della gestione calcistica inglese, caratterizzata da allenatori sempre poco propensi a correre rischi o a sperimentare idee nuove. Mourinho stava dimostrando di essere di tutt’altra pasta.
Il mercoledì sera, a Barcellona, il Chelsea subì un’altra sconfitta – sarebbero stati gli unici due smacchi consecutivi dell’intera stagione – e anche in quel caso l’incontro fu funestato da imprevisti e polemiche. I londinesi stavano vincendo 1-0, gestendo bene il vantaggio, fin quando al cinquantacinquesimo minuto l’arbitro Anders Frisk espulse Didier Drogba in seguito a un contrasto con il portiere avversario, Victor Valdés.
Drogba, già ammonito, incassò un secondo cartellino giallo e fu costretto quindi a lasciare il campo. Fu una decisione controversa e contestata, ma la squadra di casa trasse pieno vantaggio dalla scelta arbitrale e dalla superiorità numerica. Seguirono le reti del subentrato Maxi López e dell’attaccante Samuel Eto’o, e il Barcellona si aggiudicò un vantaggio di 2-1 con cui presentarsi alla gara di ritorno allo Stamford Bridge. Ma non sarebbe finita lì.
Dopo la partita il Chelsea presentò un esposto ufficiale alla Uefa, affermando che nell’intervallo l’allenatore del Barcellona, Frank Rijkaard, era stato visto a colloquio con Frisk nello spogliatoio dell’arbitro, cosa che i due negarono. L’accusa tra le righe era che il tecnico del Barcellona avesse influito sulla decisione arbitrale di espellere Drogba. È stata una vicenda molto sgradevole, con accuse e controaccuse, e la questione si sarebbe ulteriormente aggravata il mese successivo, con conseguenze significative per l’arbitro, per Mourinho, e per il Chelsea.
A quel punto una stagione iniziata in modo così promettente sembrava improvvisamente in bilico. Sfumato il sogno di un quadruplice trofeo, anche la tripletta fu messa drasticamente in dubbio quando il 27 febbraio, nel primo minuto della finale di Coppa di Lega a Cardiff, John Arne Riise del Liverpool catapultò i suoi in vantaggio. La partita si preannunciava da subito come un vero banco di prova per la tenuta, la caparbietà e il carattere dei londinesi.
Il Chelsea reagì bene, impegnandosi a fondo per conquistare il pareggio, ma vedendo svanire una sfilza di occasioni. Ebbe bisogno di una mano (o della testa, nella fattispecie) di Steven Gerrard, del Liverpool, il cui autogol ad appena undici minuti dal fischio finale pareggiò i conti. Ancora una volta Mourinho dimostrò la propria passione, sia pure in modo non apprezzato da tutti: il gesto di portarsi l’indice alle labbra per zittire i tifosi del Liverpool scatenò una sanzione immediata da parte degli ufficiali di gara, che bandirono l’allenatore dei Blues dalla panchina per il resto di quella partita al cardiopalma.
Per sua fortuna l’episodio non influì sull’esito dell’incontro, anche se per deciderlo furono necessari i tempi supplementari, con José costretto suo malgrado a seguire innervosito dagli spalti. Ma non aveva motivo di preoccuparsi. Didier Drogba e Mateja Kežman segnarono entrambi nel secondo tempo supplementare, piazzando il Chelsea al comando, con la tardiva rete di testa di Núñez, bella ma inutile ai fini del risultato. Dopo appena sei mesi allo Stamford Bridge, Mourinho aveva già consegnato il suo primo trofeo al neoproprietario della squadra, il miliardario russo Roman Abramovič.
Fu un momento inebriante per una squadra poco abituata a contendersi seriamente così tanti titoli. Mourinho era noto come un vincente, e ancora una volta si era dimostrato all’altezza della reputazione, ma non restava ombra di dubbio che sotto la sua gestione la vita nel Chelsea sarebbe stata al fulmicotone – sempre al massimo della tensione, delle controversie, delle ambizioni. Come dimostrato l’8 marzo, quando il Barcellona arrivò al Bridge per l’attesissima gara di ritorno. Drogba non c’era, ovviamente, causa il cartellino rosso, ma non per questo lo scontro fu meno acceso.
Con tre reti nei primi diciannove minuti la squadra di Mourinho sembrava inarrestabile. Il punteggio aggregato li vedeva in vantaggio per 4-2, e dopo i gol di Gudjohnsen, Lampard e Duff avevano il vento in poppa. Ma il Barça non si diede per vinto, e meno ancora il più grande giocatore al mondo, Ronaldinho. A un calcio di rigore al ventisettesimo minuto seguì un gol sconvolgente, che a sette minuti dalla fine del primo tempo minacciò di capovolgere le sorti dell’incontro. Da oltre l’area di rigore e praticamente da fermo, il fuoriclasse brasiliano era riuscito chissà come a imprimere alla palla una traiettoria che aggirò il difensore Ricardo Carvalho e beffò il portiere, Čech. Il gol capolavoro riportò gli spagnoli di colpo al comando, e instradati ad aggiudicarsi la vittoria grazie alla regola dei gol fuori casa.
Al Chelsea serviva un analogo colpo di genio, e a fornirlo fu una fonte familiare, il capitano John Terry, che al settantasettesimo minuto balzò più in alto di tutti per intercettare di testa un corner di Duff e mandare la palla in rete, eliminando il Barça e qualificando il Chelsea ai quarti di finale.
Al fischio finale, Mourinho, riconoscibile come sempre per il cappotto-talismano, si precipitò in campo, mulinando il braccio destro in aria e saltando sulle schiene dei giocatori in festa. Il triplete era ancora alla sua portata.

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Mourinho
  4. Introduzione – Old Trafford, 2004
  5. 1. Spazzare via il Bolton
  6. 2. Cacciatori di gloria
  7. 3. Il gol fantasma
  8. 4. Ashley Cole
  9. 5. Il bis
  10. 6. Jennifer
  11. 7. Pronto alla guerra
  12. 8. Quaterna
  13. 9. La partita du jour
  14. 10. Tornerò!
  15. 11. L’Inghilterra
  16. 12. Tottenham
  17. 13. Il trionfo più grande
  18. 14. L’imperdibile offerta per Zlatan
  19. 15. Il ritorno
  20. 16. Sogno infranto
  21. 17. Parcheggiare il bus davanti alla porta
  22. 18. Ricognizione segreta
  23. 19. Special Son
  24. 20. Intervista con Cris
  25. 21. Notizie dell’ultima ora
  26. 22. La bufala di Pep
  27. 23. The Happy One
  28. 24. Morto che cammina
  29. 25. Toto attaccanti
  30. 26. Obiettivo Roo
  31. 27. Uomo a terra
  32. 28. Uno su cinque
  33. 29. Il puledrino
  34. 30. Cadere all’ultimo metro
  35. 31. Costa Bravo
  36. 32. Il pasticcio con Frank
  37. 33. Cibo per la mente
  38. 34. Fallo criminale
  39. 35. Hazard alla carica
  40. 36. Da che pulpito
  41. 37. Un’offesa personale
  42. 38. Game time
  43. 39. Battere Wenger
  44. 40. Qui non ti vogliamo
  45. 41. Parenti poveri
  46. 42. Sul fronte domestico
  47. 43. Una vera amicizia
  48. 44. Gara di esoneri
  49. 45. Da Blue a Red: 2016
  50. 46. Glory, Glory, Man United
  51. 47. Ahi, ahi, ahi!
  52. 48. Voltare di nuovo pagina
  53. 49. La vita al Lane
  54. 50. Lockdown
  55. 51. Addio, Spurs, Forza Roma!
  56. Ringraziamenti
  57. Crediti iconografici
  58. Inserto fotografico
  59. Copyright