Il sobborgo in cui vivo ha un nome strano e un aspetto strano. Si chiama Léopoldville, e ho sentito dire che è stato costruito da un belga. Non conosco il Belgio, e comincio a credere che non me ne andrò mai da qui. Ma non penso che le città belghe assomiglino alla nostra. La gente che arriva a Léopoldville – ed è sempre più numerosa, grazie alle fabbriche che sorgono nella zona – all’inizio fa molta fatica a orientarsi. Le strade sembrano tirate con la riga a partire dalle piazze. È come essere in una piccola Place de l’Étoile, solo che non c’è l’Arco di Trionfo e alla fine di ogni viale si apre un’altra piazza. Sembra di vagare in un labirinto. Alla lunga ci si raccapezza, grazie alla ferrovia, alla Senna e alla chiesa, ma ricordatevi che non è per niente facile!
Il nostro quartiere si trova dall’altra parte della ferrovia, e non è stato più il famoso belga a progettare le strade. Le case sono tutte malandate, disposte alla rinfusa su un pianoro circondato da ciminiere. Il fumo forma delle nubi enormi, che si estendono all’infinito prima di riversarsi sulla periferia. Io lo trovo un brutto spettacolo. Ma forse non lo è poi così tanto, perché una volta un pittore si è piazzato dietro il nostro giardino con tutto il suo armamentario per dipingerlo. Veniva lì tutti i giorni. Quando rientravo dal lavoro, andavo a dare un’occhiata alla tela. Avevo l’impressione che nel quadro il panorama sembrasse ancora più triste. Era persino inquietante, mi ricordava i funerali della povera gente a cui non partecipa nessuno. Speravo sempre che aggiungesse un po’ di sole, per ravvivare il paesaggio, perché onestamente non credevo che qualcuno potesse acquistare quel quadro per appenderselo in casa. Ma un bel giorno l’artista non è più tornato. Invece di mettere un po’ di luce in cima alla tela, si era accontentato di porre la firma in calce e ho pianto all’idea di quel sole che avrebbe potuto concederci e che al contrario, come il buon Dio, ci aveva rifiutato.
Ad ogni modo, se sono qui a raccontarvi queste cose apparentemente senza importanza è perché vorrei farvi capire come e perché sia iniziata tutta questa storia.
Mi direte che alla lunga ci si abitua alla città in cui si è cresciuti, che si impara addirittura ad amarla. E invece, come vedete, non è così. Ho sempre odiato Léopoldville, probabilmente perché l’ho sempre vista per quello che è: triste e finta. Le città non dovrebbero essere costruite in un colpo solo e da una persona sola, perché assumono l’aspetto di gabbie, e di conseguenza quelli che ci abitano finiscono per assomigliare a dei conigli.
La nostra villetta è la più isolata del paese. Arriva a sfiorare i campi coltivati risparmiati dalle fabbriche che si estendono fino alla strada principale.
Porri, carote, cavoli… Le annate del cavolo sono le peggiori, perché tutta la campagna è invasa da una terribile puzza di crauti andati a male. È inutile tenere le finestre chiuse, l’odore entra lo stesso. Io che amo la natura, detesto gli agricoltori della zona, perché non sono dei veri contadini. Guidano il trattore, indossano blue jeans e stivali da aviatore che comprano a Parigi, nei negozi di articoli militari. La domenica vanno a giocare ai cavalli con le auto nuove, e anche le mogli hanno la macchina… È incredibile quanto rendano i porri, quando crescono alle porte di Parigi.
Per tornare alla nostra villetta, devo dire che è piuttosto squallida. È una casa vecchia, costruita molto prima della città, e i muri sono tutti scrostati. Di tanto in tanto, la mamma scrive una raccomandata all’amministratore per sollecitare i lavori ma i proprietari non ne vogliono sapere. Hanno ereditato questa catapecchia da un vecchio zio, e siccome non vanno d’accordo non rispondono nemmeno alle lettere.
So benissimo che la mamma potrebbe trascinarli in tribunale, ma spesso siamo in ritardo con l’affitto, soprattutto quando Arthur – il suo uomo, diciamo pure il mio patrigno – è disoccupato o alza troppo il gomito.
Il mio vero padre non l’ho mai conosciuto, e credo che anche la mamma farebbe fatica a riconoscerlo. Si sono incontrati diciassette anni fa in una balera. È convinta che fosse italiano o qualcosa del genere, e in effetti io sono mora. Il tango è la specialità degli italiani, lo sanno tutti. Probabilmente, a fine serata, le girava la testa. Sono andati a folleggiare nei campi, e forse è da quel giorno che la mamma non sopporta più l’odore di cavolo al tramonto.
Quando sono venuta al mondo, mi ha affidata a sua madre che abitava dall’altra parte della Senna, vicino alle cave. Ho vissuto lì fino all’età di sei anni. Poi la nonna è morta e mi sono trasferita a Léopoldville, a casa di Arthur. Vorrei parlarvi di lui ma non c’è granché da dire. È la classica persona che nelle foto di gruppo compare sempre sullo sfondo, e che ogni volta ha una parte del viso nascosta da qualche vanitoso che vuole mettersi in mostra. Insomma, un tipo umile e timido. Come molti deboli, beve per farsi coraggio, e quando beve insulta la gente che normalmente rispetta. Ecco perché è così spesso senza lavoro.
Ormai saranno quindici anni che Arthur e la mamma stanno insieme. Non hanno mai avuto figli. Credo che Arthur sarebbe stato felice di averne almeno uno suo, ma la mamma non ha voluto. Sono convinta che un giorno o l’altro si sposeranno. La mamma non se ne rende conto, ma Arthur invecchiando ha iniziato a darsi arie da borghese, soprattutto da quando ha fatto installare un televisore per fare invidia ai vicini.
Prima di tutta questa storia, lavoravo in fabbrica. Onestamente, non avrei mai pensato di cercare un posto da domestica.
Qui da noi le governanti sono introvabili. Prova ne è che dottori e imprenditori fanno arrivare le loro dalla Bretagna. Mettono un annuncio sui giornali del Morbihan o del Finistère, e la città si riempie di ragazze paffute e rubiconde, con le valigie di cartone nuove di zecca. Lavorano un paio di mesi, giusto il tempo di farsi smunte e abituarsi alla vita di città, poi lasciano il servizio per la fabbrica, perché guadagnano meglio e dopo sei ore sono libere.
Ebbene, è proprio questa libertà che a me pesava. Tutti i giorni la stessa strada triste, con uno stuolo di giovanotti in motoretta che fanno apprezzamenti volgari… Il passaggio a livello dove si accalca una folla di operai che allungano le mani sporche… E poi la casa spoglia e malandata di Arthur… Arthur stesso, grande e grosso, insulso come una rapa, con il mento prominente, i baffi ingrigiti e le labbra cosparse di pezzi di cartina da sigaretta!
Vi giuro che la situazione era diventata insostenibile. Per prima cosa ho cambiato tragitto. Per rientrare a casa, passavo per il centro di Léopoldville. È triste come il resto della città, ma almeno è una zona ricca. Le ville sono in pietra, circondate da prati curati dove la sera zampillano gli irrigatori da giardino.
È così che ho notato la casa dei Rooland.
A prima vista, non era diversa dalle altre. Era un edificio a due piani, con il tetto a punta sormontato da un segnavento di ceramica, le finestrelle con i vetri colorati, qualche gradino all’ingresso e le maioliche azzurre attorno alle porte… Ma ciò che la distingueva dalle abitazioni vicine era la particolare atmosfera che la avvolgeva. Come spiegarvi? Sembrava fuori dal mondo. Era una villetta di Léopoldville, ma era come se sorgesse su un’isola sconosciuta. Un’isola minuscola e misteriosa dove si doveva vivere maledettamente bene.
Parcheggiata lungo il vialetto di ghiaia rossa c’era una magnifica automobile americana. Era verde, con le cromature sempre tirate a lucido e dei sedili bianchi che mi ricordavano un salotto che avevo intravisto un giorno a Parigi, dalla sopraelevata… Quella visione era durata solo pochi secondi, ma da allora sognavo spesso quel soggiorno e credevo che a questo mondo la felicità consistesse nel sedersi su grandi poltrone di pelle bianca.
Su un lato della casa si estendeva un piccolo prato, al centro del quale troneggiava un meraviglioso dondolo da giardino con i cuscini blu, in tinta con la tenda che lo sovrastava. Anche quello era l’emblema della felicità. Il signore e la signora Rooland ci si rilassavano al tramonto, davanti a due bicchieri di whisky poggiati su dei supporti di metallo a forma di tulipano. Una radio con una grossa antenna diffondeva musica jazz. Non potete capire quanto fosse magica l’atmosfera di quel giardino, con quella bella automobile fiammante, quella musica, quei drink certamente ghiacciati e quella coppia che si dondolava lentamente facendo cigolare i ganci del dondolo.
I primi tempi, quando passavo davanti allo steccato bianco della proprietà, mi accontentavo di rallentare il passo. Ma ero talmente affascinata che ho iniziato a fare avanti e indietro davanti a casa loro. In paese li chiamavano gli «yankee».
Lui era un uomo di statura media dai capelli rossicci, pieno di efelidi sulla fronte e sulle braccia. Poteva avere trentacinque anni e lavorava allo Shape di Rocquencourt, il quartier generale della NATO in Europa. Quando usciva, indossava completi grigi o beige di tessuto leggero, camicie bianche con il colletto aperto e un cappello di paglia nero ornato da un largo nastro a quadretti bianchi e neri. Ma la sera, in casa, portava solo pantaloni di tela grigi e camicie fantasia. Ricordo che una volta ne portava una con delle palme e delle dune di sabbia. Su chiunque altro sarebbe sembrata di cattivo gusto, ma il signor Rooland la sapeva portare. Sua moglie era un tipo completamente diverso. Nonostante fosse più giovane, sembrava quasi più vecchia del marito. Era mora, con i colpi di sole, e indossava sempre dei calzoncini color corallo e una camicetta verde chiaro. Aveva la carnagione un po’ scura e, non so perché, mi ero messa in testa che fosse di origini pellerossa. Fumava in continuazione, e quando camminava scrollava le spalle come un atleta prima della rincorsa per spiccare il salto.
Alla fine si sono accorti che li spiavo. Se fossero stati francesi, sono sicura che l’avrebbero presa male! O comunque si sarebbero chiesti cosa volessi, e perché tutti i giorni verso le sei mi aggirassi da quelle parti. Invece i Rooland sembravano piuttosto divertiti. Hanno iniziato a sorridermi, e una sera il marito – forse perché aveva bevuto troppi whisky – ha urlato «Hello!» agitando la mano. Ho sentito un tuffo al cuore.
Non so dirvi come mi sia venuta l’idea. Sapete cos’è un’illuminazione? È come un raggio di sole che ti ferisce gli occhi senza capire esattamente da dove venga.
Una sera, giunta davanti a casa di Arthur, mi sono resa conto che di sole, appunto, ce n’era solo dai Rooland.
Quando vi dicevo che sembrava un’isola felice! Un’isola come quelle che si vedono sui manifesti delle compagnie di crociera, con tutti i comfort, i fiori e le bibite fresche a portata di mano. La dolce vita, insomma.
La famosa sera di cui vi parlavo, Arthur era ubriaco. Ha sempre avuto due tipi di sbronza: quella da vino e quella da rum. Il vino lo rende allegro, il rum lo incattivisce. Quel giorno si era scolato una mezza bottiglia di Negrita e dallo sguardo si capiva che non aveva intenzione di risparmiare nessuno.
«Hai tirato tardi anche stasera!» mi ha detto così, di punto in bianco…
Era seduto davanti alla televisione. Non ho mai visto niente di più triste di quel televisore, abbandonato in una stanza vuota con tre stupide sedie allineate di fronte. Non era l’ora delle trasmissioni e Arthur non si rendeva nemmeno conto di fissare uno schermo bianco latte attraversato da strani bagliori.
«Torno dalla fabbrica» ho risposto, levandomi le scarpe.
«E che strada fai per tornare dalla fabbrica, tesoro? Il giro largo?»
«Faccio la strada che mi pare e piace!»
Erano anni che non mi picchiava. Arthur non è un tipo manesco, devo ammetterlo. Ma quella sera è andato su tutte le furie. La mamma, che tornava dall’alimentari, ha sentito lo schiaffo dalla cucina. Si è precipitata in soggiorno e mi ha vista con le cinque dita di Arthur stampate in faccia. Ero stordita e piangevo senza nemmeno accorgermene.
«Cos’ha combinato?»
Non vi ho ancora parlato della mamma. Mi imbarazza un po’. Ha il cosiddetto labbro leporino. Siamo stati io e lui a rovinarle la vita. Credo sia per colpa di questo difetto alla bocca che mio padre, l’italiano della balera, non si è più fatto vedere dopo i loro amori campestri. Se da bambina le avessero ricucito per bene il labbro, l’universo della mamma sarebbe stato completamente diverso. Probabilmente avrebbe trovato qualcosa di meglio di Arthur, perché per il resto non è male: piccola ma ben fatta, con delle forme piuttosto attraenti per un uomo.
Lo schiaffo aveva fatto più male ad Arthur che a me. Se ne stava lì come un idiota, davanti allo schermo vuoto, con la mano per aria e le dita scosse da fremiti.
«Mi ha risposto in modo sfrontato come al solito!» ha provato a dire, per salvare la sua dignità.
E ha aggiunto: «Legge troppo, le offusca il cervello!».
Le mie letture erano il suo chiodo fisso. Non si capacitava che potessero dare alle stampe qualcosa di diverso dall’«Humanité». Un gi...